Da Severodonetsk al Pacifico occidentale: articolazioni dell’American grand strategy

LORENZO ROSSETTO | Niente appeasement per Vladimir Putin: la vigorosa opposizione ucraina, motivata e ben equipaggiata per una guerra di resistenza, assieme alle considerevoli difficoltà russe – incapaci di sostenere e coordinare l’attacco su tre fronti distinti – hanno impedito quel successo fulmineo che i più attendevano[1]. Con il fallimento del blitzkrieg è stata arginata la tentazione di contentare le velleità espansionistiche russe e di rivedere, carte alla mano, l’ordine europeo. La marcia trionfale nelle regioni orientali è esistita solo nei piani d’attacco di Mosca. Evidentemente i russi non sono stati accolti da liberatori, e la violenza degli attacchi nelle regioni orientali e affacciate sul Mar Nero sta causando una devastazione materiale e spirituale di tale entità da cancellare ogni russofilia dei russofoni che hanno visto le proprie case bombardate[2].

Ancorché in ripresa di terreno, ora che la resistenza ucraina è fiaccata da tre mesi di conflitto e che i russi stanno concentrando il proprio attacco su un solo fronte[3], la Russia non ha raggiunto dei successi bellici tali da permettere al Presidente Putin di dichiarare completata l’operazione speciale. Per questo, assieme al progetto di inglobare quella nazione che un tempo era detta Piccola Russia davanti agli occhi di un Occidente debole, colano a picco anche la credibilità russa, l’aura di invincibilità del suo esercito, il sostegno indiscusso a Vladimir Putin da parte delle élite.

Le difficoltà militari russe hanno degradato Putin agli occhi della Cina – il Paese fondamentale per controbilanciare la quasi totale interruzione di rapporti commerciali verso ovest – e hanno permesso agli americani di evitare che la questione Ucraina diventasse una ripetizione dell’addio all’Afghanistan. Al contrario: l’evoluzione favorevole della guerra per l’Ucraina diventa un’opportunità strategica per gli Stati Uniti[4]. Tale andamento cementa la NATO (la cui ragion d’essere è tornata evidente), convince i paesi europei a spendere finalmente il 2% del proprio PIL per la difesa, lasciando all’America mani più libere per la competizione con la Cina, e rende meno probabile la necessità di ridiscutere l’assetto di sicurezza europeo[5].

È chiaro che, di fronte a questo scenario, la strategia statunitense (e degli Stati europei) non è più votata a rendere il crollo dell’Ucraina meno doloroso possibile, come si riteneva inevitabile nella fase iniziale, ma può essere anche un mezzo con cui indebolire la Russia[6]. In aggiunta, il costo economico principale – il rincaro energetico – lo avrebbero pagato le nazioni europee dipendenti dalle forniture russe, e non gli Stati Uniti. Questi ultimi godono infatti dell’autonomia energetica e possono scommettere su una riduzione della dipendenza energetica europea – con i vincoli politici che inevitabilmente ne discendono[7]. Nella fase bellica di ripiegamento russo, diversa da quella in cui siamo oggi, gli americani hanno persino temuto di vincere: chi avrebbe potuto garantire la sicurezza globale se ci fosse stato un golpe in un paese con migliaia di testate nucleari? Come impedire che le spoglie di questo paese venissero raccolte dalla Cina[8]? Interrogativi ritornati ad essere oziosi non appena è terminata la fase ascendente della resistenza ucraina, ma che riemergeranno non appena saranno giunte in Ucraina altre armi.

Nella fase che si sta aprendo, in cui la partita si giocherà sull’accesso al Mar Nero, è possibile che gli Stati Uniti tornino alla strategia del contenimento, già dimostratasi vincente[9]. Essa diminuirebbe il rischio di escalation bellica perché si chiarirebbe che l’intenzione del sostegno alla resistenza Ucraina non è quello di provocare un cambio di regime in Russia, ma di arginare l’espansione. Inoltre, come durante la guerra fredda, questa divisione verrebbe arricchita e completata dalla polarizzazione ideologica tra regimi democratici e autocrazie – un refrain del Presidente Joe Biden sin dal primo discorso sulla politica estera e confermata dall’istituzione dell’ancora velleitaria Alleanza delle Democrazie (D-10). Quest’ultima permetterebbe agli USA di confermare ai partner europei che “America is back[10] e di lenire il timore reale di uno scenario economico caratterizzato dalla stagflazione[11]. Ancora una volta, questa linea potrebbe essere il punto di caduta che armonizza le tendenze isolazioniste dell’ala trumpiana del partito repubblicano. Tale direzione potrebbe permettere, dopo le elezioni di midterm che quasi certamente metteranno i democratici in minoranza, di mantenere la linea politica circa il conflitto coerente[12].

Tra gli obiettivi statunitensi in Ucraina si annoverano quindi: armare Kyiv per arginare l’espansionismo russo, perseguire l’ideologizzazione del conflitto proponendolo come simbolo del grande scontro tra democrazie e autocrazie, rinsaldare la NATO scaricando parte dell’onere finanziario per gli armamenti sugli europei (forse, persino correndo il rischio di lasciare più margini d’azione alla Germania[13]), irrobustire le relazioni economiche ed energetiche transatlantiche. Il cuore della politica estera americana è quindi l’Europa? Sì, ma strumentalmente: la robusta operazione di concertazione dell’azione a sostegno dell’Ucraina serve agli USA per mantenere gli alleati europei vicini, per ridurre il costo della propria presenza all’esteroe potersi concentrare maggiormente sulla competizione con la Cina.

Gli Stati Uniti non possono dare l’impressione di essere distratti. Le visite di questi giorni di Joe Biden in Corea del Sud e in Giappone[14] e le dichiarazioni – clamorose – sulla disponibilità a difendere militarmente Taiwan vogliono confermare che la linea del contenimento cinese per mezzo di alleanze strategiche (QUAD e AUKUS[15]) rimane la stella polare della politica estera statunitense. Il conflitto in Ucraina è un prisma attraverso cui si scompongono e diventano manifeste le articolazioni della grand strategy di Washington, e in cui si palesa il filo che oggi parte da Severodonetsk, passa per le grandi capitali europee, attraversa l’Atlantico e ritorna nel Pacifico occidentale.

Fonte immagine: Former Vice President of the United States Joe Biden speaking with supporters at a community event at Sun City MacDonald Ranch in Henderson, Nevada. https://flickr.com/photos/22007612@N05/49536511763 


[1] Vedi, sul tema, N. Cristadoro, Perché è fallito il blitz di Putin, Limes 3/2022, pp. 35-45.

[2] Cfr. intervista all’Amb. Zazo, 8 maggio 2022 (https://www.globalist.it/world/2022/05/08/lambasciatore-zazo-putin-si-era-illuso-che-gli-ucraini-russofoni-fossero-anche-russofili/).

[3] Cfr bollettino del 26 maggio dell’Institute for the Study of War (https://www.understandingwar.org/backgrounder/russian-offensive-campaign-assessment-may-26).

[4] Cfr. G. Friedman, The Ukraine war, redefined, 26 aprile 2022 (https://geopoliticalfutures.com/the-ukraine-war-redefined/).

[5] F. Petroni, Aspettando Eisenhower. Che cosa (non) vogliono gli Stati Uniti da Putin, Limes 2/2022, pp. 71-77.

[6] V. A. Mitchell, Trasformiamo l’Ucraina nell’Afghanistan di Putin, Limes 2/2022, pp. 63-69.

[7] Il Presidente del Consiglio italiano ha parlato di dipendenza che traligna in sottomissione, 25 maggio 2022 (https://www.ansa.it/bannernews/notizie/breaking_news_eco/2022/05/25/-energiadraghinostra-rischia-divenire-sottomissione-russia-_fafea48f-7d3a-4b2c-8c34-0bb2676d3522.html).

[8] Cfr. F. Petroni, Perché gli Stati Uniti demonizzano Putin, Limes 4/2022, pp. 59-66.

[9] M. Kimmage, Il ritorno del contenimento, Limes 3/2022, pp. 47-52.

[10] Cfr. discorso del 4 febbraio 2021 alla Casa Bianca (https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/02/04/remarks-by-president-biden-on-americas-place-in-the-world/). Il discorso più recente sul tema è di questo mese: https://www.business-standard.com/article/international/ongoing-battle-between-autocracy-democracy-in-today-s-world-biden-122050400072_1.html.

[11] F. Guerrera, Il grande errore di Fed e Bce: e adesso si rischia la stagflazione, Repubblica, 16 maggio 2022 (https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2022/05/16/news/il_grande_errore_di_fed_e_bce_e_adesso_si_rischia_la_stagflazione-349351587/).

[12] M. Gaggi, Perché Biden rischia di essere isolato, Corriere, 26 maggio 2022 (https://www.corriere.it/opinioni/22_maggio_26/perche-biden-rischia-isolato-b6b9fd78-dcee-11ec-be2e-84b2a43a7711.shtml).

[13] Sul tema, v. J. Shapiro, L’America vuole superare la questione tedesca, in Limes 3/2022, pp. 189-194.

[14] https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2022/05/23/remarks-by-president-biden-and-prime-minister-fumio-kishida-of-japan-in-joint-press-conference/.

[15] Il Quad (Quadrilateral Security Dialogue) è un’alleanza strategica tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti, che prevede la collaborazione in molti settori della difesa; l’AUKUS è un patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti. Entrambe le alleanze sono volte a contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico.

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