Attacco in Venezuela: corsa al petrolio?

ELIA JASON GRANCHI | ARIANNA DONGIOVANNI | GIULIO FIORELLI | MICHELE DOMENICUCCI | ARTENISA FILI |


  1. Il contesto dell’intervento statunitense in Venezuela

A Macondo vive una signora. È vecchissima, ormai cieca e un po’ sorda, e ha capito una cosa: il tempo non scorre dritto, è circolare. Ursula Buendia è uno dei personaggi più longevi di «Cent’Anni di Solitudine», e la sua convinzione – pur scevra di ogni definizione e rigore accademico – riflette quella modalità di percezione del tempo tipica delle culture “latine” e mediterranee e che una serie di studiosi, da Max Weber in poi, hanno identificato col nome di “tempo policronico”, distinta dal tempo “monocronico” tipico delle culture anglosassoni e nordeuropee. Il tempo monocronico si compone di tabelle di marcia – preferibilmente da completarsi senza interruzioni o distrazioni –, orari programmati, task, agende e appuntamenti; il tempo policronico ne è la sovversione, concentrandosi sul multitasking, la conduzione di più conversazioni simultaneamente, e allineandosi più con la Pacha Mama, i cicli lunari e quelli stagionali che con le lancette di un orologio. 

La notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, le forze aeree statunitensi hanno portato a termine un attacco sul Venezuela, bombardando il Paese in zone distanti, tre regioni da quella dove risiede la capitale Caracas, e catturando il presidente Nicolas Maduro insieme alla moglie e trasportandoli negli Stati Uniti dove, secondo le dichiarazioni del Presidente Trump, saranno processati secondo la giustizia americana. L’attacco, che si inserisce in un contesto ad altissima tensione già dall’agosto 2025, riprende per come è stato condotto e comunicato un canovaccio che Washington ha seguito con discreto successo già in altre occasioni; in un momento storico in cui la realtà e la verità storica sembrano relegate a fattori di second’ordine per la conduzione della politica internazionale, acquisendo valore solo quando vengono coartate ed usate come armi informative, studiare il contesto storico e le motivazioni degli USA in una prospettiva non (solo) lineare, ma (anche) policronica, potrebbe essere d’aiuto a vedere un quadro più completo. 

Per cui appare – apparirebbe? – particolare la scelta del Presidente Trump del luglio 2025 di inserire il Cartel de los Soles, insieme a diversi altri cartelli delle droghe venezuelani, nella lista degli Special Designated Global Terrorists (SDGT); dopo che già dal 2020 Maduro e altri quattordici ufficiali governativi erano stati accusati di narcoterrorismo dal Dipartimento della Giustizia statunitense. Secondo il Dipartimento del Tesoro, l’apparato governativo che si è fatto carico della designazione, il Cartel de los Soles sarebbe “guidato da Nicolas Maduro Moros e altri individui venezuelani di alto rango nel regime di Maduro che hanno corrotto le istituzioni di governo in Venezuela, incluse parti dell’esercito, dell’apparato di intelligence, il legislativo e il giudiziario, per assistere gli sforzi del cartello di contrabbandare droga negli Stati Uniti”. Insieme ad altri cartelli, come il Tren de Agua e il Cartello di Sinaloa, il Cartel de los Soles userebbe il flusso di droghe illegali diretto a nord come arma contro gli Stati Uniti; essere designati come SDGT porta come unico effetto quello dell’imposizione di sanzioni economiche sul modello delle smart sanctions ONU contro individui o gruppi accusati di terrorismo. 

Dopo aver triplicato gli stanziamenti di navi (e, conseguentemente, di personale a bordo) al largo del Venezuela già nell’agosto del 2025, quando a metà settembre gli sono state chieste informazioni riguardo i suoi piani d’azione, Trump ha risposto con un candido: “Vedremo cosa succederà”. Precisamente due mesi più tardi, a novembre, il Presidente aveva “già preso una decisione al riguardo”, affermando però da una parte che non poteva rivelare quali fossero le sue intenzioni, dall’altra che erano stati “fatti grandi passi avanti col Venezuela in termini di frenare l’ingresso massiccio di droghe”; tutto questo mentre al largo della nazione sudamericana era stata stanziata, tra le altre, la portaerei Gerald Ford, la più grande della flotta statunitense. Pare che solo diciotto giorni dopo la segretezza sulle intenzioni americane fosse già decaduta: in una conferenza stampa, Trump affermava che le forze USA avevano colpito alcune imbarcazioni sospettate di narcotraffico battenti bandiera venezuelana e che molto presto avrebbero preso avvio le operazioni via terra. E infine, il 30 dicembre scorso arrivava l’annuncio – dato in una conferenza stampa tenuta in compagnia del Primo Ministro israeliano Netanyahu – che forze peraltro non meglio specificate statunitensi avevano colpito un’infrastruttura di carico merci, presumibilmente di droghe, venezuelana. 

Arriviamo quindi all’attacco del 2 gennaio, operazione che gli Stati Uniti hanno affermato essersi conclusa con danni minimi se non assenti per il Venezuela e assolutamente “a zero perdite” per Washington. Un’azione che sembra improvvisa solo se non consideriamo quanto appena scritto, e quanto scriveremo di qui a breve. 

Gli Stati Uniti si percepiscono praticamente dal momento della loro indipendenza come una formazione politica eccezionale: come scriverà poi l’editorialista John O’Sullivan nel 1845, in virtù della loro storia a un tempo testimonianza viva e premonizione del futuro globale, gli States hanno un “destino manifesto”, ovvero il diffondere la democrazia nel resto del mondo. Concetto che è perfettamente in accordo col tempo monocronico: la storia avanza linearmente, non può non progredire; e se si presuppone il progresso come un obiettivo e non un processo, e se a guidare la compagine internazionale verso questo obiettivo è uno Stato capace e presupposto benevolo come lo sono gli Stati Uniti, prima o poi la storia giunge al suo termine naturale. Ma se invece di interpretare l’avvenire come il progresso di punti che sull’asse temporale formano una retta – appunto la linea del tempo – lo vedessimo come l’avanzare di cicli, ci renderemmo conto da una parte che la storia non può “finire”, dall’altra che l’attacco al Venezuela è totalmente naturale, o quantomeno totalmente americano. 

Nel 1904 la dottrina Monroe – “l’America agli americani” – veniva emendata dal Corollario Roosevelt: qualora ci fossero scompensi politici nell’America Latina, alle “nazioni civilizzate” – ovviamente si guardava agli USA – spettava il compito di riportare l’ordine. Il tempo monocronico ci permette di collegare immediatamente il Corollario alla collusione statunitense nella rivolta panamense del 1903, fomentata da Washington; il tempo policronico, che se vogliamo altro non è che il cogliere similitudini tra eventi monocronici distanti tra loro, ci porta all’Operazione Condor, al supporto prestato dalla CIA al golpe contro Allende e al sostegno finanziario della United Fruit – Chiquita ai terroristi colombiani. A questo stesso ciclo appartiene anche il sostegno statunitense ai Contras in Nicaragua negli anni Ottanta: milizie paramilitari finanziate, addestrate e armate da Washington per destabilizzare il governo sandinista emerso dalla rivoluzione del 1979. Anche allora il conflitto venne giustificato in nome della sicurezza e della lotta a una minaccia ideologica – il comunismo nell’“emisfero occidentale” – mentre sul terreno si produssero violazioni sistematiche dei diritti umani e una guerra per procura. 

Ma seguendo gli eventi in Venezuela la policronia più evidente, dopo quella della cattura del leader panamense Manuel Noriega sotto la presidenza Bush senior ancora una volta col pretesto dello spaccio di droga, è sicuramente con la guerra in Iraq del 2003. Una guerra d’aggressione in flagrante violazione del diritto internazionale, giustificata sul presupposto che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa – quando sia Blair sia Bush erano pienamente al corrente che queste armi non esistessero. Hussein era anche accusato di avere alleati implausibili o inesistenti, e di voler fornire loro le armi in questione. Ebbene, pare che il Venezuela abbia un ruolo molto marginale nel facilitare il traffico della droga, che principalmente arriva dalla Colombia – la cocaina – e dal Messico – il fentanyl, e un ruolo pressoché assente nel produrla. Sembra anche che il Cartel de los Soles abbia una rilevanza minima se non pari a zero nel traffico di droga internazionale. Nel 2019 un ricercatore della National Defense University pubblicava un paper nel quale è riassunto il dibattito sul considerare o meno la droga sintetica fentanyl, che tanti danni sta provocando negli USA, come arma di distruzione di massa: la conclusione era che non sussistevano ragioni impellenti né benefici netti per considerarla tale, né per estendere questa definizione ai composti chimici che fanno da precursori alla droga stessa. Pur essendo questa una valutazione che riflette gli orientamenti generali sul fentanyl – è una droga e in quanto tale se abusata ha effetti avversi anche molto gravi, il cui impiego da parte delle forze dell’ordine è contrario alla Convenzione sulle armi chimiche ma che per quanto concerne l’utilizzo da parte dei singoli cittadini non è classificabile come arma – il 15 dicembre 2025 il Presidente Trump ha classificato la sostanza e il suo precursore chimico come armi di distruzione di massa. Negli sforzi per combatterne la diffusione, riporta Human Rights Watch, gli Stati Uniti avrebbero condotto intorno alle 99 esecuzioni extragiudiziali nella regione centroamericana. E, in contraddizione con la narrazione statunitense dei danni minimi o assenti per i venezuelani, avrebbero ucciso intorno ai quaranta civili nell’attacco del 2 gennaio. 

Viviamo nell’era della “politica post-verità”, dove basta che le persone credano al framework narrativo per giustificare azioni di guerra, a prescindere da quanto sia vera o meno la storia che raccontiamo. Il tempo monocronico è al contempo prodotto e canale di diffusione di queste dinamiche; il tempo policronico, quantomeno, aiuta a notare come queste storie si ripetano, sostituendo gli attori ma lasciando la ripartizione dei ruoli tra amici e nemici sostanzialmente sempre invariata. Colpire Maduro senza fornire prove credibili di intelligence riguardo l’estensione del suo coinvolgimento nel traffico di droga internazionale è esattamente – mutatis mutandis – lo stesso copione sulla base del quale è stato colpito Saddam Hussein o seguendo il quale un drone ha ucciso Qassem Soleimani. 

Se la verità è irrilevante, e lo è, chiedersi come mai gli eventi accadano è – almeno da una prospettiva storica, che guarda ex post agli accadimenti mondiali – utile solo nella misura in cui è propedeutico a formare spirito critico. Riguardo l’attacco al Venezuela, questo potrebbe essere stato condotto per una vasta pletora di ragioni, da quella ufficiale di contrasto al narcotraffico, a quella probabile della decapitazione e regime change, a quella più completa del regime change come presupposto per contratti sul petrolio più favorevoli per Washington. D’altra parte, Trump l’ha detto senza mezzi termini in un’intervista. Ma ci potremo fidare?


2. Le motivazioni economiche e geopolitiche dell’intervento

Per capire meglio le motivazioni che hanno portato gli USA ad attaccare il Venezuela, e superare il pretesto della lotta ai cartelli della droga, è importante innanzitutto capire cosa offre il Venezuela e di cosa invece hanno bisogno gli Stati Uniti. 

Il Venezuela è un territorio estremamente ricco di risorse, quali oro, ferro, gas naturale, ed esporta prodotti dell’industria pesante, come l’acciaio, alluminio, e cemento, ma soprattutto il petrolio.  

Membro e fondatore dell’OPEC insieme all’Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait nel 1960, il Venezuela possiede la maggiore riserva petrolifera al mondo, pari ad oltre 300 miliardi di barili e circa il 20% del greggio globale.  

Dalla scoperta delle riserve di petrolio negli anni 20 del Novecento, l’economia del Venezuela è stata afflitta da ciò che gli economisti definirebbero il ‘Dutch Disease’, termine coniato negli anni 70 dopo che i Paesi Bassi scoprirono riserve di gas naturale nel Mare del Nord, indicando un fenomeno economico che si verifica quando un paese sperimenta un aumento significativo delle entrate derivanti da una risorsa naturale, con un conseguente apprezzamento della valuta locale e una contrazione della competitività degli altri settori produttivi.  

L’economia del Venezuela si basa quasi unicamente sui guadagni ottenuti dalle esportazioni di petrolio, in gran parte proveniente dalla cintura di Orinoco, trascurando lo sviluppo economico degli altri settori, ed è fortemente vulnerabile di fronte a shock dei prezzi del mercato petrolifero. Secondo quanto riportato dal Department of Agriculture, Forestry and Fisheries in un rapporto del 2015, le sue esportazioni contribuivano al 96% delle entrate nazionali prima del crollo dei prezzi del petrolio: successivamente alla crisi del 2014, i guadagni associati al mercato petrolifero erano calati al di sotto del 50%. 

Il gap tra la sua produzione potenziale di petrolio e la sua produzione reale è ampio: il petrolio dell’Orinoco è un petrolio definito pesante, molto denso e ad alto contenuto di zolfo e di nickel e ciò lo rende più difficile da estrarre e raffinare, rendendo anche l’azienda nazionalizzata PDVSA estremamente dipendente da raffinerie di Stati stranieri, come gli Stati Uniti la Cina. Inoltre, nel 2002-2003 uno sciopero alla PDVSA portò al licenziamento di oltre 20.000 lavoratori, circa il 40% del suo personale, risultando in una grave mancanza di personale qualificato, che ha costituito un forte calo nella produzione. 

A gravare sull’indipendenza economica del Venezuela, si aggiungono le prime sanzioni da parte degli USA nel 2015 con Obama, dapprima mirate a colpire singoli individui accusati di violazione dei diritti umani, e successivamente, in maniera molto più aggressiva, con Trump nel 2017. Queste ultime sanzioni hanno escluso il Venezuela dal mercato finanziario statunitense, con un loro aggravarsi nel 2018, vietando a istituzioni finanziarie e cittadini statunitensi di acquistare e vendere nuovi bond emessi dal governo venezuelano. 

Ma perché gli Stati Uniti avrebbero sanzionato in maniera tanto pesante e mirata il Venezuela, culminando con l’attacco del 3 gennaio? 

Sebbene le accuse dell’amministrazione Trump siano sempre fatte risalire al presunto legame tra il governo venezuelano e i cartelli dei narcotrafficanti, le motivazioni si inseriscono in quadro più ampio, in luce tutta anticinese. 

Successivamente alle elezioni di Hugo Chavez nel 1999, il Venezuela si avvicinò sempre più alla Cina, iniziando ad aderire alle sue istanze principali in geopolitica e al modello cinese, nazionalizzando le imprese. Agli inizi del 2000 la presenza cinese in Venezuela aumentò drasticamente, quando il governo di Chavez approvò una serie di collaborazioni per il petrolio sia convenzionale che non raffinato, le cosiddette loans-for-oil in vigore dal 2007, modello che non prevede il rimborso del debito in valuta tradizionale (dollari), bensì la consegna diretta di barili di greggio.  

È proprio su queste che si fonda il profondo rapporto commerciale sino-venezuelano. Alla morte di Chavez nel 2013, è succeduto Nicolas Maduro, mantenendo i buoni rapporti con la Cina. Nel 2014 a seguito di uno shock dei prezzi del petrolio a livello mondiale, il Venezuela si trovò protagonista di una crisi devastante rasentando il default: le entrate statali si ridussero drasticamente, riducendo la capacità del governo di importare beni essenziali e di sostenere programmi sociali. Dovendo far fronte all’iperinflazione e alla carenza di cibo e medicine, migliaia di venezuelani lasciarono il Paese. Secondo un rapporto del 2018 dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite (Oim), circa 2.3 milioni di venezuelani avevano lasciato il loro Paese, migrando verso altri Paesi sudamericani, gli Stati Uniti e l’Europa. Dall’inizio della crisi ad oggi, i rifugiati venezuelani ammontano a circa 8 milioni. 

Durante questa crisi la Cina ha supportato le autorità nella repressione delle proteste, importando in Venezuela equipaggiamento antisommossa e secondo il ‘Center for Strategic and International Studies’, la Cina avrebbe anche finanziato il Venezuela durante la sua crisi economica. Ad oggi la Cina è diventata il principale partner con il Venezuela, continuando ad importare petrolio aggirando l’embargo statunitense. Con un debito venezuelano sul PIL del 164,30 per cento registrato nel 2024, la Cina affronta il rischio di non riuscire a rientrare nei prestiti elargiti e di rinunciare ai barili previsti dagli accordi. 

Dall’altro lato, gli Stati Uniti vivono da anni una profonda crisi interna che ha spaccato il Paese e che affonda le radici nella globalizzazione degli anni ‘90, con il progressivo impoverimento delle classi lavoratrici a vantaggio della finanza, che ha portato al trasferimento all’estero di molte imprese e alla deindustrializzazione del Paese, nonché nel trauma generato dal coinvolgimento di migliaia di americani nelle guerre in Medio Oriente e in Afghanistan. 

Oggi gli Stati Uniti, grazie soprattutto a spese militari e ad un elevato deficit commerciale, detengono un debito pubblico enorme, circa 38 trilioni di dollari a fronte di un PIL di circa 30 migliaia di miliardi di dollari nel 2025. Da decenni gli americani vivono al di sopra delle loro possibilità vendendo titoli di Stato a tutto il mondo e attirando acquirenti grazie alla forza del dollaro, riconosciuto come valuta globale sin dagli accordi di Bretton Woods per tutti gli scambi commerciali, a cominciare dal petrolio. Tutti i Paesi hanno trovato conveniente investire in dollari sia perché ritenuta una valuta stabile e sicura, sia perché quel loro finanziamento era utilizzato dagli americani per acquistare le proprie merci.  

Tutti questi fattori hanno dato una spinta al trumpismo come principale corrente trainante delle politiche statunitensi. Gli Stati Uniti hanno messo da parte le politiche di soft power e usato le maniere forti attraverso l’arma dei dazi per avere rapporti commerciali privilegiati, ridurre il deficit e riportare le imprese su suolo americano, nonché sanzioni ed embargo per condizionare le politiche degli Stati a proprio vantaggio. A queste, si aggiungono una serie di pressioni e minacce verso l’indipendenza della Federal Reserve, affinché abbassi i tassi di interesse, con il rischio di un’inflazione, nell’idea di stimolare l’economia interna. 

L’instabilità del debito statunitense e l’imprevedibilità delle politiche di Trump, ormai sempre più aggressive, stanno man mano allontanando i possibili partner commerciali o acquirenti di bond americani anche tra gli alleati storici. Lampante è l’accordo commerciale firmato questo gennaio dall’Unione Europea, storico alleato degli Stati Uniti, con il Mercosur, dopo ben 25 anni di attesa e trattative, in modo da essere sempre meno vulnerabili alle politiche di Trump. 

L’approccio cinese si rivela invece essere in totale contrasto con quello messo in atto dal presidente statunitense. Negli ultimi 15 anni sta perseguendo l’obiettivo di creare attorno a sé un sistema economico e un ordine mondiale alternativo a quello egemonizzato dagli Stati Uniti, adoperando strategie di soft power grazie a finanziamenti in infrastrutture, prestiti e progetti di cooperazione economica promossi dalla Nuova Via della Seta, e ciò secondo il principio dichiarato di non ingerenza negli affari interni dei suoi partner commerciali e politici. In questo modo può godere di un accesso garantito alle materie prime che svolgono un ruolo chiave nello sviluppo tecnologico e nell’approvvigionamento energetico e di nuovi mercati di sbocco per la propria industria. Ma soprattutto mira ad elevare lo status della propria valuta nazionale, lo yuan, come moneta di scambio nel commercio internazionale. 

Negli ultimi anni sono state rilevate enormi importazioni di oro in Cina, provenienti in particolare dalla Russia, con l’intento di essere più indipendente dal dollaro e di dare credibilità alla stabilità dello yuan. Come riportato da un articolo di Confinvest, società italiana specializzata nell’intermediazione e nell’investimento in oro fisico, ‘’nel corso del 2025, le importazioni cinesi di oro russo hanno raggiunto volumi quasi nove volte superiori rispetto all’anno precedente e solo tra gennaio e novembre, Pechino ha speso circa 1,9 miliardi di dollari in metalli preziosi provenienti da Mosca, con un dato che colpisce più di tutti: 961 milioni di dollari concentrati in un solo mese, un record storico nel commercio bilaterale tra i due Paesi’’. Al contempo nel giro di pochi anni ha ridotto le sue riserve valutarie in dollari dal picco di 1300 miliardi di dollari a circa 800 miliardi, onde limitare la sua esposizione rispetto ad una valuta controllata da una Nazione che ha dichiarato come principale competitor. 

Molti Paesi del Sud globale, come il Brasile o l’Arabia Saudita, iniziano ad affacciarsi al mercato cinese e a limitare l’uso del dollaro. Pechino si mostra aperta a siglare accordi bilaterali di currency swap, accordi finanziari in cui due parti si scambiano importi equivalenti in valute diverse, usando un tasso di cambio concordato al fine di commerciare con le rispettive valute nazionali.  

In questo contesto, l’arresto di Maduro appare un pezzo in un più grande puzzle strategico che ridefinisce gli equilibri di potere in America Latina. Gli Stati Uniti non solo mirano a contenere l’espansione cinese in una regione storicamente considerata il loro “cortile di casa”, ma puntano anche a consolidare il proprio controllo sulle materie prime, tra cui principalmente il petrolio e non solo, a vantaggio delle imprese statunitensi. Questo intervento risulta per altro in linea con l’atteggiamento aggressivo di Trump, in particolare nel continente americano: dal contenzioso con la Cina per il controllo del canale di Panama, alle continue minacce a Paesi come Messico, Colombia, Cuba, con il pretesto di combattere il narcotraffico, alla pretesa di ‘prendere’ con le buone o le cattive la Groenlandia, oggi parte del Regno di Danimarca, nonché la boutade dell’annessione del Canada come 51esimo Stato usata come pressione sul Canada durante la guerra dei dazi.


3. Il piano strategico: operazioni, obiettivi ed esiti

L’attacco statunitense in Venezuela del 3 gennaio potrebbe non essere l’ultimo atto di forza contro la Repubblica Bolivariana nel corso dell’anno; tuttavia, in assenza di capacità divinatorie, ci limiteremo ad analizzare quanto già avvenuto. 

Per comodità utilizzeremo come riferimento temporale l’UTC −04:00, fuso orario in vigore in Venezuela, luogo dell’operazione. 

Alle 23:46 il presidente Trump, secondo quanto riferito nella conferenza stampa del generale Dan Caine, ha confermato di aver autorizzato l’attacco al Venezuela. Il piano, preparato nei mesi precedenti, era già pronto a partire all’inizio di dicembre ed era stato formalmente approvato il 25 dello stesso mese, ma fu rinviato a causa delle operazioni militari statunitensi in Nigeria e delle avverse condizioni meteorologiche. La Casa Bianca non avrebbe informato il Congresso, temendo che ciò potesse compromettere il successo dell’operazione, nonché per la prevista opposizione dei Democratici e di una parte dei Repubblicani. 

Intorno alle 02:00, velivoli statunitensi sono stati avvistati nei cieli attorno a Caracas, a La Guaira (principale centro portuale del paese), a Charallave, nei pressi di una delle principali basi dell’Aeronautica Venezuelana, e in prossimità della maggior parte delle installazioni militari nazionali. Poco dopo sono state udite almeno sette esplosioni iniziali, concentrate soprattutto sulla distruzione delle difese antiaeree e dei sistemi di “early warning”, ma anche contro le residenze di alcuni esponenti di spicco del governo Maduro. Agli attacchi missilistici si è affiancato, per la prima volta in dottrina statunitense, l’impiego sistematico di droni kamikaze, segno dell’evoluzione tattica maturata dopo la guerra russo-ucraina e il conflitto tra Iran e Israele. 

Una volta neutralizzate gran parte delle difese aeree venezuelane, elementi del 160th Special Operations Aviation Regiment hanno trasportato unità della Delta Force nel centro di Caracas. Con la copertura di elicotteri d’attacco e missili aria-terra, garantiti dalla completa superiorità aerea, le forze statunitensi sono riuscite a catturare Maduro con una resistenza minima, data la rapidità e l’ampiezza dell’operazione. 

La cattura del presidente venezuelano è stata annunciata da Donald Trump alle 05:21, quando Maduro era già in rotta verso gli Stati Uniti a bordo della USS Iwo Jima. In realtà Washington non ha rivendicato formalmente la paternità dell’operazione fino alla sua conclusione: l’attacco è durato poco più di mezz’ora, o al massimo 45 minuti includendo le azioni secondarie di copertura. 

L’operazione ha coinvolto oltre 150 aeromobili, prevalentemente aerei ma anche numerosi elicotteri da attacco e da trasporto, ampiamente documentati da filmati diffusi nelle ore successive. Uno di questi elicotteri (il tipo non è ancora stato reso noto) sarebbe stato gravemente colpito da una delle poche batterie missilistiche venezuelane rimaste operative, riuscendo tuttavia a rientrare senza compromettere l’esito dell’azione. 

Secondo i rapporti, spesso contraddittori, del governo venezuelano, l’attacco avrebbe causato circa ottanta morti, in larga parte cittadini cubani. L’Avana, sin dai tempi di Chávez e ancor più negli ultimi anni, aveva infatti fornito gran parte del personale della Guardia Presidenziale di Maduro, nel tentativo di prevenire colpi di Stato interni. Gli Stati Uniti, invece, parlano di soli sette feriti e di un elicottero gravemente danneggiato, senza vittime tra le proprie forze, un fattore che ha certamente facilitato la giustificazione politica dell’operazione da parte di Trump. 

Nei giorni successivi, il presidente statunitense ha fornito ulteriori dettagli sui piani per il Venezuela, spesso in modo contraddittorio, alimentando la percezione che Washington non disponga di una strategia chiara per il futuro del paese. Sebbene l’operazione apparisse inizialmente come un tentativo di smantellare l’intero regime post-chavista, gli sforzi statunitensi si sono concentrati soprattutto sulla rimozione personale di Maduro, con l’intenzione di favorire la sua vicepresidente Delcy Rodríguez, considerata più “gestibile” rispetto alla figura simbolo dell’opposizione María Corina Machado. 

È plausibile che questa linea rappresenti un adattamento pragmatico a un parziale fallimento operativo: il piano prevedeva infatti l’eliminazione simultanea di vari esponenti “hardliner” del chavismo, come Diosdado Cabello, con l’obiettivo di rifondare l’intero sistema di potere venezuelano. La mancata neutralizzazione di tali figure ha costretto gli Stati Uniti a privilegiare un approccio più graduale, puntando su una riallocazione geopolitica del Venezuela nell’orbita americana piuttosto che su un cambio di regime completo. 

I fratelli Rodríguez, ora dominanti con il sostegno e la pressione statunitense, hanno già avviato un processo di accentramento del potere, epurando i lealisti di Maduro. Questo dimostra come Washington non sembri particolarmente interessata a una restaurazione democratica, mantenendo però costante la minaccia di appoggiare l’opposizione come strumento di coercizione politica. 

Quanto all’opposizione venezuelana, essa non si è materializzata in una mobilitazione significativa all’interno del paese. Pur in presenza di un diffuso malcontento popolare e di alcune manifestazioni di sostegno all’azione statunitense, non si sono registrati tentativi concreti di insurrezione, segno che tale opposizione, se realmente esistente, appare incapace di agire senza un diretto appoggio esterno. 

Per concludere quindi l’operazione statunitense del 3 gennaio rappresenta un punto di svolta nella lunga crisi venezuelana, segnando il passaggio definitivo da una strategia di pressione economica e diplomatica a un interventismo militare diretto e mirato non in linea con i metodi recenti dei governi Americani. Più che un tentativo di “liberazione” del paese, l’azione appare come una manovra, a tratti goffa, di riallineamento geopolitico, volta a sottrarre Caracas all’influenza russo-cinese e a reintegrarla nell’orbita strategica di Washington attraverso una ristrutturazione controllata del potere interno. La scelta di rimuovere Maduro senza abbattere completamente l’architettura chavista indica una preferenza per la stabilità funzionale piuttosto che per una transizione democratica autentica. In questo contesto, i fratelli Rodríguez emergono come interlocutori principali, mentre l’opposizione venezuelana resta marginale e priva di reale capacità autonoma. Il futuro del Venezuela appare dunque legato non a un processo interno di rinnovamento politico, ma a un equilibrio precario imposto dall’esterno, fondato più sulla coercizione che su un supporto di una classe dirigente interna.


4. Diritto internazionale e crisi dell’ordine mondiale

È chiaro che l’attacco statunitense al Venezuela segna un punto di non ritorno: se il mondo si è trovato di fronte al primo episodio esplicitamente imperialista da parte degli Stati Uniti, non solo nella forma e negli obiettivi ma anche nelle dichiarazioni, bisogna considerare il lungo processo per il quale siamo arrivati qui. Ed è un mezzo passo nel buio, perché la spinta estera americana aveva fatto nei decenni precedenti al nostro numerosi interventi simili, soprattutto nel continente americano. Oltre al già citato disprezzo dell’amministrazione Trump verso i paletti dell’ordine mondiale su cui si erano retti i rapporti tra Stati in seguito al disastro della Seconda Guerra Mondiale (democrazia, stato di diritto, economia liberale e globalizzazione) lo shock maggiore viene dal fatto che proprio gli Stati Uniti stanno cercando di dare le ultime spallate al sistema. 

Ora, incolpare gli USA di questo cambio di paradigma sarebbe sbagliato oltre che anacronistico: i segnali venivano da molto più lontano e non è certo l’incursione in Venezuela la motivazione principale. Si tratterebbe piuttosto di un’ulteriore goccia che si aggiunge, ancora presto per definirla come l’ultima che ha fatto traboccare il vaso, ma tardi per ignorarla e sottostimarla. Ma se il vaso si è riempito è perché, passo dopo passo, gli artigiani hanno modellato questo vaso a loro piacimento, consapevoli – a maggior ragione con la fine del bipolarismo – che le regole potevano essere forzate con l’adeguata giustificazione. Sono la prova di questo gli interventi in Nicaragua, Haiti, El Salvador, Panama e Grenada, tra gli altri.  

La prova di forza statunitense aggiunge un altro interrogativo: come si può pretendere che questa situazione non crei un pericoloso precedente di intromissione negli affari interni di un Paese da parte di un altro Stato? In relazione alle altre grandi crisi del nostro secolo e ai grandi protagonisti, in particolar modo alla Russia e alla Cina, come si convincono di rispettare l’integrità statale, l’indipendenza e l’autodeterminazione rispettivamente di Ucraina e Taiwan (per non parlare di Israele-Palestina) se gli USA sono i primi ad intromettersi nel Paese sudamericano? A che gioco si deve giocare, se neanche gli arbitri rispettano le regole? 

Al di là delle considerazioni sul sistema indubbiamente in crisi dei tempi moderni e tornando al Venezuela: e adesso? L’operazione Absolute Resolve ha lasciato un enorme vuoto dietro di sé. In primis un vuoto istituzionale. Maduro è stato portato a New York, Trump si è affrettato a specificare che Maria Corina Machado “non ha il rispetto e il sostegno” del popolo venezuelano (dichiarazione sostenuta da cosa?) e che sarebbe per lei impossibile guidare il Paese. Di fatto escludendo da subito un eventuale coinvolgimento della sua ‘avversaria’ per il Premio Nobel: a riguardo, inoltre, ha chiesto direttamente a Machado di consegnargli il premio norvegese. Un’ennesima dimostrazione della concezione trumpiana della pace come trofeo da esibire e non come obiettivo da perseguire. Al posto di Machado Trump ha scommesso sul Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro. Verrebbe da chiedersi, allora, dove sta il cambio istituzionale, il regime change paventato dal presidente americano. Anche perché la guida del Paese è cambiata, ma non sono diminuite le proteste e le repressioni della società civile. Non era forse l’obiettivo americano quello di destituire un dittatore e instaurare un regime amico? La Rodríguez per ora si è detta disposta a collaborare (ma avrebbe scelta?), ma non vanno dimenticati i regimi amici del Venezuela, prima di tutti Russia, Cina e Iran che l’hanno sostenuto in questi anni, tantomeno il fatto che la stessa Rodríguez si sia dichiarata ancora ‘fedele al presidente Nicolás Maduro’. 

Che l’amministrazione Trump non abbia proprio le idee chiare sulla ricostruzione del Venezuela è evidente: nelle numerose interviste stampa di questi giorni, sia Trump che Marco Rubio o Peter Hegseth non hanno illustrato un piano, degli obiettivi concreti o una strategia. Donald Trump ha detto che “gli USA controlleranno il Paese” per “effettuare una transizione sicura, adeguata e oculata”. Il che vuol dire tutto e vuol dire niente. Mercoledì 7 gennaio quattro giornalisti del New York Times, in un’intervista nello Studio Ovale, hanno chiesto una stima delle tempistiche. “Tre mesi? Sei mesi? Un anno? Di più?” lo hanno incalzato i reporter e la sua risposta “Direi molto più di così” lascia aperte una varietà infinita di opzioni su ciò che gli Stati Uniti potrebbero davvero (voler) fare nel Paese. Quando potranno dire di aver avuto successo in merito e potranno lasciare il Venezuela? E qui i paragoni con l’Afghanistan del 2021 fioccano. 

Che il petrolio del Venezuela, la più grande riserva al mondo, abbia giocato un ruolo fondamentale è indubbio. Ma anche qui non mancano gli interrogativi. Vista la situazione delle infrastrutture e delle tecnologie della compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA) gli investimenti da fare sarebbero enormi e i tempi lunghissimi: abbastanza lunghi da poter vedere i frutti e incassare gli utili? Le risposte delle industrie petrolifere americane sono state tiepide: “è impossibile investire” ha sentenziato il CEO di Exxon Darren Woods. Il petrolio venezuelano è un tipo di petrolio pesante, che richiede notevoli e costose lavorazioni prima di essere commercializzato: allo stato attuale il prezzo medio di un barile di petrolio è intorno ai $60, ma per essere profittevole quello venezuelano dovrebbe essere venduto almeno a $80. Inoltre, prima di firmare investimenti così importanti (Trump ha parlato di circa cento miliardi di dollari, tutti a spese delle compagnie petrolifere e non di Washington) la stabilità futura di un Paese è cruciale: e forse non c’è mai stata così tanta incertezza come oggi. 

Poche prospettive rimangono anche alla strenua e nascosta opposizione venezuelana, dalle indicazioni statunitensi al nuovo governo di Caracas, che hanno tradito la fiducia degli oppositori del regime, alla rinascita del chavismo, per sua natura trasformista e trasversale, che ancora una volta non è morto ma si è reinventato, addirittura tendendo la mano all’imperialista di Mar-a-Lago che aveva da sempre detto di combattere. 

Legge e potenza: l’ordine mondiale in crisi?

L’operazione del 2 gennaio solleva interrogativi giuridici che vanno ben oltre il piano politico o strategico. Le forze armate statunitensi sono entrate nel territorio di uno Stato sovrano, hanno condotto un’operazione militare senza autorizzazione internazionale e hanno catturato il capo dello Stato venezuelano per trasferirlo negli Stati Uniti, dove dovrebbe essere giudicato secondo il diritto interno americano per accuse di narcotraffico. Già in questa sequenza si condensano violazioni gravi e difficilmente contestabili dell’ordine giuridico internazionale. 

Sul piano interno statunitense, un intervento di questo tipo richiederebbe l’autorizzazione del Congresso, secondo quanto previsto dall’Authorization for Use of Military Force (adottata subito dopo l’undici settembre 2001); sul piano internazionale, l’uso della forza sul territorio di uno Stato terzo necessiterebbe, salvo eccezioni estremamente circoscritte, di una decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questo caso, nessuna delle due autorizzazioni risulta essere stata concessa. L’azione si configura dunque come una violazione manifesta dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, che proibisce il ricorso alla forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati. 

Le possibili giustificazioni giuridiche appaiono deboli. Invocare la legittima difesa, eventualmente in chiave preventiva, contro la minaccia del narcotraffico o del terrorismo è difficilmente sostenibile: il diritto internazionale non riconosce un consenso chiaro sulla legittima difesa preventiva e, in ogni caso, essa presuppone l’esistenza di una minaccia armata reale o imminente, che nel caso venezuelano non risulta dimostrata. Né appare più solido il richiamo alla Responsibility to Protect, dottrina che non legittima interventi armati unilaterali e che richiede una deliberazione esplicita del Consiglio di Sicurezza, anch’essa assente. 

La cattura di Maduro si inserisce a pieno titolo in quella tendenza che Alessandro Colombo, nel suo testo “Il Suicidio della Pace”, descrive come il trasformarsi delle operazioni di sicurezza internazionali in qualcosa che ricorda molto le operazioni di polizia. In questo framework la giustificazione per le azioni militari sta in capo a chi si erge a giudice (e giuria e boia) dell’ordine internazionale: gli Stati Uniti. Ammesso e non concesso che l’ordine internazionale per come lo conosciamo esista ancora; e senza arrivare agli estremi di chi sostiene che l’ordine internazionale non sia mai esistito davvero, dobbiamo sicuramente prendere atto che questo è sotto attacco costante. Si prospettano tempi bui non solo per il diritto internazionale: con la morte di quest’ultimo tornano in vita la politica di potenza e le sfere di influenza. E possiamo chiederci quali implicazioni questi sviluppi avranno per la sicurezza regionale e nazionale europea: come porci, per esempio, rispetto alle mire di Trump sulla Groenlandia?


Fonti:

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J. P. Caves Jr., “Fentanyl as a Chemical Weapon”, in CSMWD Proceedings, National Defense University, dicembre 2019 

F. Chiapponi, Comunicazione Politica. Un approccio teorico, Mondadori Education, Milano, 2020, specialmente pagg. 303-304 

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https://www.csis.org/analysis/maduro-raid-military-victory-no-viable-endgame.

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