Iperstizione – definizione teorica nel contesto delle armi informative

Elia Jason Granchi |

In principio era il Verbo. E anche in seguito, e per sempre, era il Verbo. 

Non si tratta, ovviamente, delle sole parole: il verbo, il lemma, la parola sono simboli funzionali a veicolare un messaggio, come lo sono i numeri, i disegni, i caratteri ideografici, le fotografie, i dipinti, i meme e tutti gli insiemi di significanti sui cui significati e segni c’è accordo all’interno di una collettività più o meno larga di individui. 

Una delle funzioni principali del linguaggio, forse la più basica e senza dubbio la più utile nel quotidiano, è il descrivere il mondo, la realtà, gli enti che la popolano e le relazioni che intercorrono tra di essi: nel Tractatus Logico-Philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrive che “i limiti del [mio] linguaggio sono i limiti del [mio] mondo”, un’affermazione che la storia recente (specie la storia delle idee e quella dell’economia) contraddice in toto. È dimostrabile anzi che esattamente lo stesso linguaggio che Wittgenstein vedeva come (relativamente) limitato e limitante può operare “non solo come una rappresentazione passiva, bensì come un agente attivo di trasformazione e come un passaggio attraverso il quale possono emergere nuove entità. Scrivendo un universo, lo scrittore rende tale universo possibile”. Quella appena citata è una delle diverse definizioni che la Cybernetic Culture Research Unit (CCRU), gruppo di filosofia speculativa dell’Università di Warwick, assegna all’iperstizione, ovvero qualsiasi unità di finzione (narrativa) capace di rendersi reale, tangibile, in modo autonomo, qualora se ne convinca un numero sufficiente di persone rilevanti ai fini del sistema in cui l’iperstizione viene fatta operare; tale concetto, se adoperato appropriatamente, può avere risvolti cruciali nell’attualissimo studio delle guerre ibride. 

Facciamo un breve esempio, così che in un unico movimento si possa illustrare l’applicazione pratica di un altrimenti molto nebuloso concetto teorico e transitare allo studio nel dettaglio di come questo influisce sul campo di battaglia. 

Uno dei più classici esempi di iperstizione è il “dilemma della sicurezza”: lo Stato A, temendo una guerra con lo Stato B, rafforza il proprio apparato militare; lo Stato B, temendo una guerra con lo Stato e vedendolo aumentare la spesa nel settore difesa, rafforzerà anch’esso le sue difese. A questo punto chi in non era convinto dell’inevitabilità della guerra sin da prima del rafforzamento di B, lo sarà certamente ora. La storia dimostra che questo tipo di dinamica raramente conduce ad esiti diversi dal combattimento. 

È importante però sottolineare due aspetti. Il primo è che la dinamica iperstizionale non coincide col dilemma della sicurezza tutto: l’iperstizione è esclusivamente l’apparato narrativo che rende prima plausibile, poi razionale e inevitabile il buildup di risorse militari che poi porta allo scontro. L’affermazione: “Andremo alla guerra con B” ha, al momento della sua formulazione, un determinato valore di verità che, qualora operino narrative iperstizionali, risulta irrilevante ex post. Come afferma Nick Land, il padre della CCRU, in un’intervista: una volta che un’iperstizione si realizza, in un certo qual modo è sempre stata vera. Risaltano qui da un lato il rimando al determinismo acausale, dall’altro l’irrilevanza di qualsiasi criterio di corrispondenza tra il contenuto iperstizionale e la realtà: è sufficiente che le persone ci credano, e questo rende l’iperstizione un concetto estremamente facile e pericoloso da sfruttarsi nelle operazioni disinformative. 

Il secondo aspetto, strettamente connesso alle caratteristiche che abbiamo appena evidenziato, è che non è la dinamica iperstizionale ad armare i soldati, né a premere i grilletti: l’iperstizione è il trigger simbolico che accelera le coincidenze (o le divergenze, le quali sono comunque coincidenze ma di “segno” negativo) necessarie a giustificare e legittimare il framework narrativo. 

Uno dei campi di battaglia (ri-)”scoperti” dalle guerre ibride è la mente umana. “Riscoperta” perché la sua centralità, ben compresa da Odisseo, si era solo appannata, sovrastata dal clangore delle armi fino intorno alla Prima guerra mondiale, quando si registrano le (nuove) prime operazioni informative e di propaganda, come la “Beffa di Buccari” volantinata da D’Annunzio. È di poco antecedente al conflitto la pubblicazione de La Psicologia delle Folle di Gustave Le Bon, e di poco successiva quella della Propaganda di Bernays, due testi che ancora oggi fanno da base teorica per la progettazione dei caratteri psicosociali delle operazioni informative da condursi. 

Se i due testi sopracitati si concentrano principalmente sulle vulnerabilità mentali contro tentativi di “intrusione” informativa, nel secondo dopoguerra si sono moltiplicati gli studi sulle potenzialità creative e se vogliamo anche demiurgiche della mente umana: da citare in questo senso l’Effetto Pigmalione (o effetto Rosenthal), ovvero la tendenza umana ad adottare comportamenti conformi alle aspettative che gli “altri”, nelle proprie prossimità sociali, hanno di noi, e la profezia autoavverante di Merton, che comporta l’adozione di comportamenti tali per cui le credenze che si hanno (su sé stessi o su contesti sociali nei quali si è coinvolti) vengono confermate direttamente dai risultati del nostro comportamento. 

Ora, il corpus teorico alla base dell’applicazione delle armi informative è vastissimo e non abbiamo qui né il tempo né il modo di affrontarlo con la dovizia che merita. Ma apparirà chiaro che la combinazione (accurata) dei diversi fattori che le compongono può avere risvolti assolutamente devastanti. Stimolare la mente di un gruppo più o meno ristretto di bersagli a credere a un determinato futuro, attraverso una narrazione costruita ad arte, veicolata secondo il linguaggio e il “dialetto” di quel gruppo, porterà i bersagli ad adoperarsi per costruire il futuro desiderato. 

E che si voglia far scoppiare una guerra stimolando un dilemma della sicurezza artificiale, o generare un bank run generalizzato tale da mettere in ginocchio il sistema finanziario di un paese (o di una regione globale), il limite è la fantasia. Di certo non il linguaggio.

Fonti:

  • BERNAYS E., Propaganda, ed. or., Liveright Publishing Corporation, New York (US), 1936;
  • CYBERNETIC CULTURE RESEARCH UNIT, Collected Writings 1997-2003, Urbanomic Media Ltd., Falmouth (UK), 2020;
  • LE BON G., Psicologia delle folle, ShaKe Edizioni, Milano, 2019;
  • MERTON R., “The Self-Fulfilling Prophecy” (ed. or.), in The Antioch Review, Vol. 8, N. 2, estate 1948, pag. 195;
  • MOIOLI S., “Pensare sull’orlo del collasso. Temporalità e filosofia in Nick Land”, in Trópos, Anno XIII, Num. I, Torino, 2020;
  • WITTGENSTEIN L., Tractatus Logico-Philosophicus, Harcourt, Brace & Company, Inc., New York (US), 1922, revised 2021;
  • https://www.safetysecuritymagazine.com/articoli/il-dilemma-della-sicurezza-nella;
  • https://www.orphandriftarchive.com/articles/hyperstition-an-introduction.

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