La rottura dell’ordine internazionale: la lezione di Carney a Davos

Andri Ferati | Dal 19 al 23 gennaio si è tenuto a Davos, in Svizzera, nel cuore delle Alpi svizzere, l’annuale World Economic Forum. La relativa quiete della località sciistica è stata interrotta dal rombo degli elicotteri governativi, dal clic e dai flash delle macchine fotografiche e dalle masse di uomini e donne in abito formale che affollavano le strade innevate. Davos ha già visto queste scene molte volte in passato, ma ciò che è apparso davvero diverso, rompendo la norma consolidata di tutti questi anni, è stata la tensione palpabile che permeava l’aria rarefatta di montagna.

Nelle settimane precedenti, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump, aveva alzato i toni insistendo sulla sua richiesta di annettere la Groenlandia, territorio d’oltremare sovrano ma autonomo del Regno di Danimarca, come parte degli Stati Uniti. Questa narrativa non è certo nuova, essendo già emersa durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca. Questa volta, tuttavia, il presidente americano ha compiuto un ulteriore passo, minacciando che l’acquisizione sarebbe avvenuta indipendentemente dalla cooperazione o meno della Danimarca e lasciando intendere che un intervento militare fosse sul tavolo qualora si fosse reso necessario. L’Europa divisa, come spesso accade, ha risposto inviando simbolicamente alcuni contingenti militari da parte di Stati disponibili in Groenlandia, avvertendo al contempo della possibilità di un piano economico volto a ostacolare gli interessi statunitensi in Europa qualora l’invasione avesse avuto luogo. Il presidente americano ha replicato nel suo stile consueto, minacciando l’introduzione di dazi già a partire dall’inizio di febbraio contro qualsiasi paese che si fosse opposto al suo piano.

Questa presunta frattura dell’unità occidentale e transatlantica, unita alla guerra in corso in Ucraina e ai conflitti in Medio Oriente, ha reso il Forum di Davos particolarmente teso, inedito e, in ultima analisi, cruciale. È evidente che guerre e conflitti nel mondo non siano mai cessati, ma l’Europa e l’Occidente nel loro complesso hanno conosciuto decenni relativamente pacifici, almeno sul proprio territorio, dalla fine della Seconda guerra mondiale. La ragione principale di questa relativa stabilità è stata la creazione di nuove istituzioni internazionali all’indomani di quel conflitto sanguinoso, che hanno garantito l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale con gli Stati Uniti nel ruolo di egemone e con il primato del diritto, la sovranità, il libero scambio e il rispetto reciproco tra Stati, indipendentemente dalla loro dimensione o forza, come valori condivisi fondamentali. La sola idea che potesse ora emergere un conflitto, in particolare militare, tra paesi che si sono sempre considerati alleati mette a rischio l’intero impianto di questo ordine internazionale e, con esso, organizzazioni come la NATO, che per decenni hanno assicurato pace, stabilità e sovranità. Il loro indebolimento avrebbe conseguenze catastrofiche su scala globale. È in questo contesto che si è svolto l’incontro annuale di Davos, nel corso del quale numerosi leader politici hanno espresso pubblicamente le proprie posizioni.

Tra le invettive e le minacce di Trump, gli occhiali da sole e l’atteggiamento complessivamente assertivo di Macron, ciò che ha maggiormente colpito è stata l’analisi lucida e razionale del primo ministro canadese Mark Carney. Nel suo intervento, della durata di circa diciassette minuti, egli ha formulato osservazioni incisive sullo stato del mondo, sottolineando che la fase attuale deve essere interpretata come una “rottura” dell’ordine globale, e non come una semplice transizione. Una scelta lessicale cruciale in un momento in cui, all’interno dell’alleanza euro-canadese, vi è un filone di pensiero che tenta di “sopravvivere” al secondo mandato di Trump limitandosi ad “attendere che passi”. La risposta di Carney a questa impostazione è stata netta e ha suonato come un campanello d’allarme: Trump non deve essere considerato un’eccezione, bensì una normalità della vita politica americana, e questa rottura è destinata ad avere effetti di lungo periodo che non verranno semplicemente riassorbiti.

Senza mai menzionare esplicitamente il presidente americano o gli Stati Uniti nel corso dell’intero discorso, Carney ha evidenziato come gli strumenti e le istituzioni che un tempo sostenevano la cooperazione internazionale, come la risoluzione collettiva delle controversie e l’integrazione economica, si stiano progressivamente indebolendo. A suo avviso, l’interdipendenza economica viene sempre più utilizzata come strumento di coercizione piuttosto che come fattore di stabilizzazione e, alla luce dell’uso dei dazi da parte di Trump e della sua amministrazione, risulta chiaro a chi fossero rivolti i suoi avvertimenti.

Il primo ministro canadese non si è limitato a descrivere con franchezza la realtà che l’Occidente e il sistema internazionale nel suo complesso si trovano ad affrontare, ma ha cercato di indicare una possibile via d’uscita per ridurre gli effetti di questa rottura e per spiegare come quelli che egli definisce “poteri medi” possano rispondere alle minacce che incombono su di essi. La sua affermazione secondo cui, se non si è seduti al tavolo, si finisce per essere nel menù, rappresenta un linguaggio di realpolitik particolarmente duro, che ha risuonato ampiamente nella comunità internazionale. Quando Carney parla di poteri medi, si riferisce a Stati economicamente rilevanti, diplomaticamente attivi e profondamente inseriti nelle istituzioni internazionali, ma privi della capacità coercitiva propria delle superpotenze come gli Stati Uniti o la Cina, soprattutto sul piano militare. Si pensi a Paesi come il Canada, l’Australia, la Corea del Sud, il Giappone, molti Stati membri dell’Unione europea, tra cui l’Italia, e potenzialmente altri come il Brasile. Carney riconosce, e argomenta in modo convincente, che l’attuale sistema, ormai superato, non è più in grado di proteggerli. Allo stesso tempo, egli è stato attento a non proporre la creazione di un terzo polo o di una nuova alleanza che escludesse una delle due superpotenze, suggerendo invece la formazione di molteplici coalizioni tra poteri medi su temi e ambiti diversi, che spaziano dalle relazioni internazionali alla sicurezza, fino all’economia.

Il discorso di Carney a Davos ha il potenziale per diventare un punto di riferimento nelle future relazioni tra i poteri medi e le superpotenze globali. Egli non invoca un multilateralismo idealistico, bensì una forma di realismo organizzato tra Stati che sono sufficientemente forti da contare, ma solo se agiscono insieme. È essenziale che tale unità venga effettivamente costruita e che questi Stati siano disposti a sostenersi reciprocamente.

Da un punto di vista neutrale, è tuttavia necessario riconoscere le difficoltà concrete di questa prospettiva. L’Italia, ad esempio, così come la Polonia e persino il Regno Unito, considera la propria dipendenza dagli Stati Uniti più rilevante e complessa da superare di quanto il discorso di Carney lasci intendere. La potenza militare americana rappresenta inoltre un ulteriore fattore dissuasivo rispetto a qualsiasi forma di autonomia geopolitica di questi stati, non solo perché rimane fondamentale per garantire la sicurezza collettiva all’interno della NATO, ma anche perché, come dimostrato dalla recente crisi groenlandese, nelle mani di Trump o di esponenti della sua cerchia può essere potenzialmente utilizzata contro alleati storici, con totale disprezzo per norme giuridiche ed etiche.

In questo senso, il discorso di Carney a Davos dovrebbe essere interpretato meno come una dichiarazione di pessimismo geopolitico e più come una diagnosi lucida di un ambiente internazionale profondamente trasformato. Rifiutando l’idea di una transizione graduale e descrivendo invece il momento attuale come una rottura, egli riconosce implicitamente un mondo non più regolato da un unico e coerente ordine internazionale basato sulle regole, ma da molteplici livelli sovrapposti di potere, cooperazione e conflitto. L’enfasi posta sulle coalizioni a geometria variabile e sull’autonomia strategica collettiva dei poteri medi rappresenta un tentativo di organizzare politicamente un paesaggio globale frammentato, caratterizzato da flussi disgiuntivi e dipendenze asimmetriche. In ultima analisi, l’intervento di Carney indica una riarticolazione pragmatica delle relazioni economiche e politiche globali, nella quale resilienza, coordinamento e capacità di agire sostituiscono l’illusione di un ordine internazionale universale e autosufficiente.

In questa prospettiva, la riluttanza della classe politica italiana, e in particolare della maggioranza di governo, ad assumere il proprio ruolo legittimo al fianco degli altri poteri medi contribuisce ad accentuare quella frammentazione che rende tali Stati incapaci di confrontarsi efficacemente con le superpotenze mondiali. Essa indebolisce inoltre la sovranità dello Stato italiano e la sua percezione sulla scena internazionale, facendo apparire l’Italia come un vassallo degli Stati Uniti. La storia dimostra che la tendenza italiana a non “scegliere un campo”, o a farlo solo all’ultimo momento possibile, non si è rivelata nel lungo periodo né una scelta intelligente né una scelta eticamente difendibile. La nave del vecchio ordine internazionale sta affondando e chi continua ad aggrapparsi all’idea che esso possa essere salvato finirà per affondare con essa. Non vi è alcun onore nell’andare a fondo con la nave, a meno che non si fosse il capitano. E l’Italia non lo è mai stata.

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