Iran 2026: struttura del regime e trasformazioni del potere nel Medio Oriente

ELIA JASON GRANCHI | CRISTIANO A. FORTUNATO | LORENZO FAVILLI | ARTENISA FILI (a cura di)

Abstract 

Questo articolo analizza la complessità del sistema politico e istituzionale dell’Iran contemporaneo, esplorando l’interazione tra le strutture formali dello Stato e le dinamiche informali di potere. Attraverso una prospettiva che integra simbologia religiosa, teoria politica e analisi storica, il lavoro esamina come il regime iraniano si sia evoluto da una fase di centralità carismatica sotto Khomeini a una configurazione frammentata, dominata da fazioni in competizione e apparati paralleli. L’analisi si colloca temporalmente in una fase precedente all’attuale cessate il fuoco, e riflette quindi dinamiche e percezioni maturate nel pieno della fase conflittuale. 

Nella prima parte, utilizziamo la lente della “iperstizione” per interpretare l’attacco israelo-americano, evidenziando come narrazioni archetipiche influenzino le percezioni strategiche nel Medio Oriente. Successivamente, l’analisi si sposta sull’architettura istituzionale della Repubblica Islamica, descrivendola come un sistema ibrido atipico in cui il principio teocratico del Velayat-e Faqih subordina le istituzioni elettive a organi non elettivi e “veto player” come la Guida Suprema e il Consiglio dei Guardiani. Un focus specifico è dedicato al ruolo crescente del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), divenuto un attore politico ed economico predominante che opera spesso al di fuori del controllo amministrativo del governo.  

L’articolo, inoltre, affronta il tema della debolezza dell’accountability istituzionale, legandola alla sistematica violazione delle libertà civili e alla restrizione dello spazio pubblico. Si prosegue ipotizzando una nuova fase di “dinasticizzazione” del potere con l’ascesa di Mojtaba Khamenei, che sembra consolidare ulteriormente il baricentro decisionale nei circuiti informali e coercitivi del regime. 

Infine, il testo estende l’analisi alla dimensione regionale, descrivendo la competizione tra Iran e Arabia Saudita, il ruolo dell’“Asse della Resistenza” e il progressivo riallineamento geopolitico verso Cina e Russia, fino a includere la questione nucleare iraniana e la sua interpretazione nel quadro del diritto internazionale e della deterrenza strategica. 

Escatologia persiana: i simboli dell’attacco all’Iran 

“Con questi scritti il re dava facoltà ai Giudei […] di distruggere, uccidere, sterminare, compresi i bambini e le donne, tutta la gente armata […] che li assalisse, e di saccheggiare i loro beni; e ciò […] il tredici del decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr. […] Uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio.” 

Quanto appena citato non è né un proclama genocidario, né l’inizio di una guerra santa; è bensì un passo del Libro di Ester, canonico tanto per i Cristiani quanto per gli Ebrei, ambientato presso una corte persiana e racconto di come su intercessione di Ester il re (tradizionalmente identificato con Serse I) trasformi l’editto di sterminio contro gli Ebrei emanato dal visir Aman in un contro-editto che permetteva ai Giudei di riunirsi e difendersi nel giorno stabilito per la loro eliminazione. Non c’è anticipazione, premeditazione, pianificazione di campagne di sterminio o invasione preventiva: solo l’attesa del giorno in cui, dovendo essere massacrati, avrebbero potuto difendersi. 

Il Libro, che consta di dieci capitoli, ripete più volte (tre per la precisione) che pur potendosi dare al saccheggio i Giudei scelsero di non farlo: la difesa non è e non deve diventare predazione, la sopravvivenza non muterà in espansione. Dio, invece, non è mai nominato: agisce senza manifestarsi e passando per la politica, per gli intrighi di corte e, com’è frequente nell’Antico Testamento, per il sangue versato. Questa vicenda confluisce nella festa del Purim, celebrazione della sopravvivenza assicurata senza vendetta. 

Riflettere su questi simboli, culturali e religiosi, non è esercizio teologico: è anatomia del presente, nella misura in cui la storia si manifesta una volta e poi ancora tramite ricorrenze e paralleli, e in cui opera (in modalità non sempre visibili) attraverso quelle astrazioni simboliche che Samuel Huntington chiamava civiltà. In questo senso, Purim può essere letto come archetipo della minaccia esistenziale e della legittima difesa. 

Eventi contemporanei, pur materialmente distinti, possono riverberare simbolicamente narrazioni storiche o religiose: tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026, coincidente col 14-15 Adàr (ovvero, appunto, Purim), mentre nelle sinagoghe si leggeva Ester, gli Stati Uniti e Israele lanciavano un attacco missilistico coordinato contro l’Iran, portando tra le altre cose alla morte dell’Ayatollah Ali Khamenei e colpendo diversi siti strategici per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L’azione, sebbene guidata da logiche di sicurezza e strategia militare che non saranno indagate nella presente sezione, può essere analizzata attraverso la lente della “iperstizione”: una narrazione una volta affermata influenza percezioni e decisioni, indipendentemente dalla sua intenzionalità. 

Secondo la teoria iperstizionale è irrilevante se una costruzione narrativa e simbolica emerge consciamente o meno: una volta che la storia si afferma essa si rende vera tanto retroattivamente quanto per il presente ed il futuro, riscrivendo al contempo ciò che la precedeva. Come il contro-decreto è diventato l’unico Decreto nel Libro di Ester, assurgendo prima a simbolo e poi a festività religiosa, nel contesto della nuova guerra tra Israele e Iran e in quello più ampio della competizione regionale nel Medio Oriente vi sono altri elementi narrativi ad alto potenziale simbolico che vale la pena esaminare. 

Primo per rilevanza nel gioco del parallelismo storico (e biblico), l’attacco israelo-americano all’Iran è stato condotto tra l’undicesimo e il dodicesimo giorno del nono mese del calendario islamico, quasi a voler suggerire una retribuzione culturale, un “nuovo” 9/11: il “decreto di sterminio” di venticinque anni fa si trasforma in un contro-decreto. 

Forse l’obiettivo della decapitazione del regime è stato tentato, e raggiunto, troppo in fretta per allinearsi con il secondo simbolo, la superluna rossa in programma per la notte del 3 marzo, nel corso della quale dovrebbe raggiungere l’apice siderale alle 3:33 del mattino. Nella mistica ebraica tale fenomeno astronomico simboleggia “l’arrivo della spada sul mondo”; in altre parole, giudizio imminente, guerra, scompiglio. Un simbolo escatologico che si ritrova anche in Isaia e, più avanti, nel Nuovo Testamento. Il numero 3, che si ripete per tre volte nell’orario e per altre due nella data, simboleggia nella cabala ebraica la figura della terza parte, del mediatore capace di risolvere conflitti insanabili tra due parti in lite. 

Ora, è chiaro che a fare la parte (improbabile, visti i soggetti) del mediatore sarebbero gli Stati Uniti di Trump, come è evidente la dimensione messianica sottesa alle ricorrenze più o meno esplicite (ed esplicitate) col calendario ebraico e con i relativi aspetti mistici ed escatologici. È altrettanto rilevante sottolineare che al netto delle coincidenze il contro-decreto di oggi ha in realtà ben poco a che vedere con il verbatim del Libro di Ester: l’azione congiunta israeliana e statunitense è preventiva, non reattiva, e sembra (quantomeno a giudicare dai toni del Presidente Trump e di giornalisti e commentatori dei due paesi attaccanti) prefigurare un impegno consistente a livello regionale. Ben diverso, quindi, dal semplice difendersi senza saccheggiare; decreto che, comunque, non rappresenta tanto l’eliminazione della violenza quanto la sua amministrazione, se vogliamo la forma più raffinata della sua prosecuzione. 

Le ragioni dell’attacco sono ancora poco chiare. Soprattutto se si considera che solo pochi giorni prima di veder cadere missili sul suo paese, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi aveva ribadito quello che ogni verifica storica potrebbe confermare, e cioè che l’Iran non intende sviluppare (e che non sta attivamente sviluppando) un programma nucleare militare, al tempo stesso ribadendo i diritti di Teheran all’uso civile di questa importante risorsa. 

Secondo il filosofo iraniano Reza Negarestani sono le risorse energetiche (e specialmente il petrolio) a dettare i ritmi del mondo, “lubrificandone” le narrative e attualizzandone le iperstizioni. E nel regime iperstizionale della guerra, il nemico esistenziale deve essere perennemente riattivato affinché quelle che Negarestani chiama “war-machines”, macchine da guerra intese non come carri armati quanto come assemblaggi, complessi e meccanismi politici, psicologici e decisionali, continuino a funzionare. Letto in chiave iperstizionale Amalek, il nemico biblico della tribù di Israele rievocato dalla comunicazione pubblica di Tel Aviv prima quando si trattò di mobilitare la popolazione contro Hamas, e più recentemente adesso, in occasione dell’attacco all’Iran, non è un popolo: è una funzione, il richiamo alle armi, a oliare i cannoni e preparare gli esplosivi. 

Ancorché interessanti esercizi di flessibilità mentale e interculturalismo, i parallelismi simbolici non provano né giustificano né assolvono niente. Nessun sistema d’arma viene avviato automaticamente da meccanismi teologici, e la politica (e la guerra) non diventa certo sacra per contiguità di calendario. Ciò che abbiamo inteso mostrare con questa sezione è l’intuizione secondo la quale la storia non vive di causalità lineare, bensì di risonanze, di memorie, di archetipi e racconti fondativi. Purim può essere l’archetipo della minaccia esistenziale, e in risposta ad essa della legittima difesa, oppure dell’eccidio, della escalation dominance. 

Tutto risiede, ovviamente, nel chi racconta la storia (e la Storia). Quando uno Stato invoca la legittima difesa, chi è Ester e chi è Aman? 

Iran: Istituzioni Formali e Potere Informale 

“Là dove è invisibile il potere,  
è costretto a rendersi invisibile anche 
il contro-potere” 

Norberto Bobbio 

Per analizzare la struttura di potere di un qualsiasi stato bisogna guardare al contenuto della Carta costituzionale, ergo alla forma. Quindi separazione dei poteri, composizione dei parlamenti, a chi detiene il potere l’esecutivo e quanto potere è riconosciuto al governo. Tuttavia, quando si analizzano i regimi non democratici, questo procedimento si scontra con la realtà. I confini del potere non sono del tutto definibili, organi costituzionali subordinati ad altri centri di potere, sistematiche violazioni dei diritti che impediscono la denuncia degli eccessi delle autorità. Quindi anche nel caso iraniano dobbiamo tentare un’analisi più profonda e mettere da parte gli schemi usati per le Liberal-Democrazie. 

Istituzioni e Stato formale 

La struttura istituzionale e di potere iraniana a partire dalla rivoluzione del 1979 ha delle caratteristiche che la rendono un esperimento se non unico, raro. La sua struttura di potere si basa sulle idee elaborate dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, ovvero sul principio del Velayat-e Faqih, “il governo del giureconsulto”. Secondo il quale in attesa del XII Imam i cultori dell’islam detengono il potere. In particolare, il più autorevole giurista-teologo avrebbe avuto la responsabilità diretta dell’esecutivo e indiretta del giudiziario e legislativo. Il giurista con le sue decisioni sarebbe stato fonte di diritto islamico. Tali decisioni non possono essere poste sotto un controllo di legittimità terrena, dato che di fatto la Guida Suprema occupa temporaneamente il ruolo del dodicesimo imam. Ma sulla base di ciò, non possiamo affermare che l’Iran sia definibile esclusivamente come una Teocrazia. Le figure religiose hanno un potere notevole ma sono numericamente esigue nelle istituzioni. Dobbiamo ricordare che le forze che hanno portato alla rivoluzione del 1979 contro lo Shah erano eterogenee. Il cambio di regime si è basato anche su un iniziale accordo tra questi attori. Di conseguenza ne è emerso un ibrido (non inteso come regime ibrido stricto sensu) tra il principio Velayat-e Faqih e il modello della V Repubblica francese. Su pressione della componente democratica e liberale della rivoluzione che successivamente verrà sbaragliata. 

Da quanto emerge nelle premesse, possiamo dedurre che ci troviamo di fronte a un sistema atipico. Nel quale coesistono una componente religiosa e una componente laica. Sia dal punto di vista giuridico, dove esistono tribunali laici che hanno giurisdizione sulla legge secolare e tribunali religiosi che hanno giurisdizione sulla legge divina. Sia dal punto di vista istituzionale dove abbiamo un dualismo. 

L’elettorato attivo, cioè i cittadini che hanno un’età superiore ai 18 anni (in passato anche 15-16 anni), eleggono i componenti del parlamento (Majles). Composto da 290 seggi (di cui 5 riconosciuti alle minoranze religiose) questo ha il potere legislativo (votare le leggi proposte dagli stessi membri del Majles e dal governo), vigila sull’attività dell’esecutivo, approva le nomine del presidente e può ritirare la ratifica. Verifica i bilanci dello stato, mettere in questione il presidente e i suoi ministri. Approva i sei membri non religiosi del Consiglio dei Guardiani. 

La sua composizione negli anni ’80 era in maggioranza di figure religiose, mentre ad oggi questi sono circa il 5% degli eletti. Cresce sempre più la componente delle Guardie della Rivoluzione. 

Il potere esecutivo è affidato al Presidente e al suo gabinetto. Il presidente viene eletto direttamente dai cittadini. A sua volta nomina una serie di ministri che devono essere approvati dal parlamento. Dà l’indirizzo politico in accordo con la Guida Suprema, propone la legge di bilancio che deve essere approvata dal parlamento. La prassi e l’interpretazione politico-giuridica del sistema hanno storicamente ristretto l’accesso alla presidenza a figure maschili, sciite e fedeli ai principi della rivoluzione islamica. 

Le istituzioni laiche sopra analizzate sono presenti in moltissime costituzioni di altri paesi, e qui vediamo come l’influenza della costituzione francese sia preponderante. Sono anche presenti tutta una serie di istituzioni religiose e miste. Non tutte hanno una legittimità diretta, alcune sono legittimate indirettamente, cioè dalla selezione da parte di un organo intermedio.  

La Guida Suprema è il giureconsulto di cui abbiamo parlato nella parte introduttiva. Ovvero l’autorevole esperto di legge islamica, che avrebbe dovuto governare fino al ritorno del dodicesimo imam; secondo il principio Velayat-e Faqih. Questa è una carica a vita e viene eletto dal Consiglio degli Esperti. Ad oggi abbiamo avuto tre guide supreme: Ruhollah Khomeini, Ali Khamenei e il figlio Mojtaba Khamenei.  

La Costituzione prevede ampi poteri a questa figura: stabilisce le linee guida per la repubblica islamica, potendo quindi influenzare l’indirizzo politico dell’esecutivo.  È capo delle forze armate; dichiarare guerra e la pace; nomina un gran numero di figure interne ed esterne allo stato formale. Nomina i giudici e i membri della corte suprema. Nomina i membri del “consiglio delle opportunità”; nomina i 6 religiosi del Consiglio dei Guardiani; il direttore nella rete nazionale radiotelevisiva; vertici di Fondazioni religiose come la “Fondazione Mustazafin”. Nomina direttori di giornali e ha molto potere nell’indirizzare la politica estera del paese. Tutto questo dimostra come la guida suprema dispone di ampi margini di discrezionalità in molti ambiti, sia formalmente istituzionali, sia informalmente politici e para statali. Vediamo una compressione dell’autorità del presidente –figura elettiva- dovuta alla centralità istituzionale della Guida Suprema. Il ruolo della guida suprema può essere letto anche, seppur non esclusivamente, come quello di un “veto Player”, nel senso che può porre il veto alle decisioni prese dagli altri organi. Ciò induce queste altre istituzioni con poteri decisionali a modulare in anticipo la propria azione di politica entro limiti ritenuti compatibili con l’orientamento della guida suprema. 

Consiglio dei Guardiani, è un organo che difficilmente potremmo trovare in altre costruzioni istituzionali e risulta di particolare interesse accademico. Composto da dodici membri sei scelti dalla guida suprema, e sei approvati dal parlamento su candidatura da parte della magistratura. La sua prerogativa è quella di vagliare le nomine alle cariche di presidente, parlamentari e al consiglio degli esperti. Ad esempio: nel 2016 solo la metà dei candidati alla carica di parlamentare è stata approvata, spesso ponendo il veto sulle candidature moderate. Nel 2021 su 600 aspiranti candidati alla presidenza solo 7 sono stati approvati. Ciò ci mostra quanto il Consiglio possa influenzare molto le dinamiche all’interno del sistema politico iraniano. Siamo di fronte ad un organo filtro che seleziona i candidati sulla base delle affinità con il regime. Si può affermare che la contendibilità del potere sia fortemente limitata. Inoltre, questo consiglio approva le leggi votate dal parlamento sulla base del rispetto dei principi costituzionali e islamici. Data la sua composizione storicamente conservatrice, il Consiglio dei Guardiani si è spesso opposto a numerose riforme, come durante la presidenza conservatrice-moderata di Rouhani. Se volessimo analizzare questo consiglio con termini usati per le liberal-democrazie, potremmo definirlo un organo a cavallo tra una corte costituzionale e una seconda camera. Tenendo sempre a mente la sua funzione di filtro nella scelta delle candidature.  

Il Consiglio dei Guardiani deve valutare le leggi approvate dal Majles sulla base della legge islamica. Questa è vox dei cioè voce di dio e per definizione superiore alla vox populi. Di conseguenza si genera un conflitto tra i due principi. Siamo di fronte a una situazione in cui le iniziative delle istituzioni che detengono il potere temporale, sono subordinate ai limiti imposti da quelle che detengono il potere spirituale. Va anche aggiunto che il principio alla base della Repubblica Islamica sia in netta contraddizione con quello che è il dettato della dottrina sciita pre-Khomeini. Che prevedeva una collaborazione e non un’unione tra i due poteri, e la nascita di uno stato islamico al solo ritorno del dodicesimo imam.  

Consiglio degli Esperti composto da 88 giuristi eletti direttamente dai cittadini che hanno il compito di vigilare sull’operato della guida suprema ed eleggerne un’altra in caso di decesso. 

Consiglio delle Opportunità composto da 50 membri nominati dalla guida suprema che hanno il compito di dirimere le tensioni tra consiglio dei guardiani e il parlamento. 

Consiglio Supremo Nazionale di Sicurezza, utile per comprendere la gestione della sicurezza interna ed estera dell’Iran. Composto da un numero variabile di membri: ministri che hanno compiti in termini di sicurezza, difesa, intelligence, interni. Membri nominati dalla guida suprema tra cui: il ministro della giustizia e il segretario del CSNS di concerto con il presidente. E’ presieduto dal capo dell’esecutivo. La guida suprema ha l’ultima parola nelle decisioni prese dal CSNS. 

Il CSNS sovrintende l’operato della Law Enforcement Forces (polizia giudiziaria); l’esercito della repubblica islamica e la Guardia Islamica della Rivoluzione conosciuto come Pasdaran (da ora IRGC). All’interno dell’Iran hanno un ampio potere economico-politico e svolgono un ruolo fondamentale nella politica estera del paese, essendo presenti fuori dai confini nazionali con la Forza Quds. Anche altre organizzazioni armate hanno un notevole potere e influenza, in particolare forze paramilitari in mano a figure religiose e non. L’IRGC è composta da forze di terra, navali, aeree, le forze Quds e la milizia Basij. 

Dov’è il vero potere? 

Senza cancellare quello che è stato appena detto, che è un utile elenco e sintesi delle istituzioni sarebbe un po’ miope fermarsi qui. Per questo a inizio articolo ho aggiunto una frase estrapolata da un libro di Norberto Bobbio che sintetizza perfettamente il lavoro che verrà fatto nella seconda parte dell’articolo. Analizzare senza andare troppo a fondo i centri di potere, le dinamiche e le fazioni all’interno di questi. Un lavoro un po’ambizioso per un articolo come questo quindi cercherò di essere più chiaro e sintetico possibile. 

Storicamente, il periodo compreso tra il 1979 e il 1989, l’anno della morte di Khomeini, può essere interpretato come una fase dove il leader rivoluzionario costituiva il principale centro decisionale del sistema, e quindi il regime era riconducibile a una forma di populismo religioso. Nel mentre le opposizioni venivano progressivamente represse ed espulse dallo spazio politico. Ciò ha provocato la nascita di un’autorità priva di un’opposizione extra-regime, e l’emersione di un “contro-potere invisibile” interno al regime stesso. Abbiamo avuto la nascita di centri d’influenza e accumulazione di risorse materiali e non alternativi, spesso collocati entro o attorno alle stesse strutture della repubblica islamica. Tale processo è stato alimentato dal conflitto contro l’Iraq che contribuì al rafforzamento di apparati e gruppi.  

Dopo la morte di Khomeini questi centri di potere latenti emersero in modo più visibile. Dando luogo a conflitti sempre più marcati tra organizzazioni, figure, istituzioni e gruppi di individui uniti in modo informale attorno a delle correnti di pensiero, delle fazioni. In questo senso, il conflitto politico nella Repubblica Islamica non si esaurisce nello spazio istituzionale formale, ma si sviluppa “sotto la linea di galleggiamento”. Attraverso dinamiche opache, negoziazioni riservate, reti di influenza e, talvolta strumenti extralegali. Proprio come espresso nella citazione iniziale di Norberto Bobbio, là dove il detentore effettivo del potere non è sempre chiaramente individuabile, anche la competizione per il potere tende a divenire meno visibile, più informale e più difficile da ricondurre ai soli meccanismi ufficiali.  

Il conflitto quindi non si esaurisce in parlamento ma avviene anche all’esterno di questo, dato che come abbiamo già detto questo ha limitati poteri. Andandosi anche a delineare un sistema di tipo clientelare tra un patron, che detiene risorse materiali, di potere, status, autorità e un cliente che si trova in una posizione di tipo subordinata. Dopo la morte di Khomeini molti centri di potere latenti si sono rafforzati. Inoltre, la moltitudine di questi centri, riduce notevolmente quello delle autorità. Ad essere danneggiato maggiormente è la rule of law. Inoltre, vi è tendenza a mantenere lo status quo da parte di chi detiene posizioni di vantaggio.  

Alcuni di questi attori che si muovono autonomamente contraddicendo anche l’operato dei rappresentanti eletti sono: le moschee, le organizzazioni, istituzioni religiose, governi locali, organizzazioni caritative. Tutti questi bacini di risorse e di potere sono affiliati a delle correnti. Diventando gli strumenti con cui le fazioni possono esercitare la propria influenza. Alcuni di questi hanno costruito nel tempo conglomerati di notevoli dimensioni tramite fondi statali. Questi detengono non solo risorse economiche, ma anche di comunicazione e militari. Le stesse IRGC svolgono un ruolo notevole in queste dinamiche di potere. Ricordo soltanto che il 60% dei commerci con l’estero avviene al di fuori del controllo amministrativo del governo. Di interesse notevole è l’accaparramento delle rendite provenienti dalla vendita del petrolio.  

È il caso, ad esempio, dell’ICC Imam Charity Committee dove le risorse allocate dal parlamento sono più ampie di quelle di una serie di ministeri. E risulta la quarta voce di spesa del bilancio statale. Questa è un’organizzazione di stampo conservatrice e si affianca ad altre organizzazioni simili che impiegano migliaia di salariati e di volontari. Assistendo un gran numero di persone e andandosi di conseguenza a configurare dinamiche di tipo clientelare come quelle che accennavamo prima. Dobbiamo anche ricordare che i conflitti tra fazioni avvengono anche all’interno delle stesse organizzazioni e istituzioni. 

Conflitti per risorse finanziarie si sono visti anche per l’appalto ad un’azienda di sicurezza turca di fornitura di servizi di vigilanza al nuovo aeroporto di Teheran. Che ha visto l’intervento delle IRGC e il blocco dell’aeroporto per mesi. 

Altri luoghi in cui si vanno a configurare scontri per l’ottenimento di risorse e potere, sono all’interno dei ministeri. Forze conservatrici, pragmatiche, ecc…, usano le risorse al loro disposizione -date dall’autorità di cui sono investiti- per estromettere le fazioni avverse. Anche tramite strumenti extralegali come l’estorsione di confessioni o accuse di vario genere. Inoltre, la religione o la difesa nazionale vengono usati spesso come copertura per giustificare queste azioni. 

Fazioni, risorse e scontro 

Volevo ora soffermarmi a delineare quali sono le fazioni che sono presenti in Iran. Queste non sono fini a sé stesse. Non possono essere definiti solo come gruppi di individui che si limitano a raggrupparsi per interessi personalistici. Invece, aggregano figure che condividono l’obbiettivo di raggiungere dei mutamenti nella direzione politica del paese. Certo, potrebbero esserci casi di individui che hanno interessi particolari e traggono beneficio dall’unirsi a fazioni che hanno più potere di altre. Una specie di effetto “bandwagon”. Ma ciò sarebbe però riduttivo. In Iran il potere è parzialmente contendibile essendo un sistema ibrido. Ma bisogna tenendo a mente tutto quello che abbiamo detto fin ora: la presenza di veto player, che il potere di alcune istituzioni elettive è limitato e la presenza di figure religiose. In definitiva abbiamo una contendibilità del potere entro un perimetro fissato. 

Queste fazioni sono presenti nel panorama “politico” iraniano e come abbiamo detto possiedono risorse economiche, simboliche e di influenza notevoli. Tramite queste risorse le varie fazioni cercano di perseguire un proprio programma politico. Si tratta, naturalmente, di categorie analitiche semplificate, poiché nella pratica politica iraniana i confini tra le diverse correnti risultano spesso porosi e mutevoli. 

Conservatori Tradizionalisti costituiscono la fazione più ampia, che fa appello a un governo islamico patriarcale; che punta al raggiungimento dell’auto-sufficienza, purezza culturale e alla riduzione dei contatti con l’esterno. Hanno inoltre una visione molto restrittiva della legge islamica. Sono a sostegno di un forte ruolo in politica interna ed estera della Guida Suprema. Sono inoltre la forza maggiormente presente in parlamento; nel Consiglio dei Guardiani controllano 6 seggi su 12 e occupano 59 su 88 seggi nell’assemblea degli esperti; detengono la maggioranza nei consigli cittadini delle città più importanti. Fanno affidamento sul sostegno della classe medio-bassa, alla comunità dei bazaari e i livelli bassi del clero. Controllano una moltitudine di organizzazioni. Dopo le elezioni del 2024 la fazione dei Conservatori in parlamento è composta da: Coalition Council of Islamic Revolution Forces (SHANA) che detiene 107 seggi, è una coalizione di cinque partiti. Il leader è Gholam-Ali Haddad-Adel legato alla famiglia Khamenei; Paydari Front e il Combatant Clergy Association (79 e 13 seggi), che possono essere associati ai Radicali dato che sono due partiti che hanno legami con le Guardie della Rivoluzione. 

Riformisti, sono coloro che non vedono tensione tra Islam e Democrazia e spingono per una serie di riforme volte alla nascita di una società civile più forte, contenimento della repressione e controllo sulla società oltre che ad aperture economiche. Forte tra intellighenzia e studenti. In parlamento non hanno una vera rappresentanza. 

Conservatori Pragmatici, possiamo dire che si pongono su una via di mezzo tra le due fazioni dette sopra. Pongono le proprie basi concettuali sulle idee di alcuni economisti che propongono un apertura sul modello cinese. Sono favorevoli ad aperture nei confronti dei paesi Europei e gli Stati Uniti. Sono però meno interessati a riforme democratiche, ma non mancano critiche nei confronti della linea più dura in termini di politica interna. Sono spesso criticati dalle fazioni avverse di essere degli opportunisti, posizionandosi pro o contro le altre fazioni per accrescere la loro forza. Restano comunque saldi ai principi della rivoluzione islamica. I conservatori pragmatici nel Majles sono la minoranza detengono 43 seggi. Nel 2024 Masoud Pezeshkian è stato eletto come indipendente ma affiliato a questa fazione come presidente del paese. 

Radicali, fanno parte di questo gruppo molti ex-membri delle Guardie Rivoluzionarie, soprattutto dopo l’ascesa di questa a forza politica dopo la guerra contro l’Iraq. Anche detti nuovi conservatori hanno la propria base in quella che è la componente povera rurale del paese. 

Guardiani della Rivoluzione i nuovi Conservatori 

La letteratura sul tema si è concentrata molto sul ruolo delle Guardie della Rivoluzione (IRGC). Questo perché il loro potere economico e politico è cresciuto notevolmente negli ultimi decenni, soprattutto dopo il 1979. Questi sono radicati nella società in modo molto profondo, perché svolgono una funzione di ascensore sociale, forniscono servizi, possiedono organizzazioni caritatevoli; sono presenti nel sistema scolastico e universitario, svolgono funzione di Protezione Civile, inoltre forniscono addestramento militare di base a migliaia di persone. Si occupano di indottrinamento religioso e ideologico. Hanno un’influenza notevole sui media, controllando alcuni di questi in modo diretto o indiretto. Le IRGC hanno tratto notevoli benefici economici dalla guerra contro l’Iraq. Con la trasformazione dell’organizzazione in una struttura professionale e verticale con l’introduzione di gradi e gerarchie. Ciò ha inculcato nella mentalità delle IRGC i concetti di benefici e privilegi. E con la salita al potere del presidente Rafsanjani anche il concetto di profitto, dato che quest’ultimo coinvolse le organizzazioni statali nel sistema economico. In questo periodo la presidenza Rafsanjani ha concesso importanti contratti statali alle IRGC.  

Le IRGC sono presenti in tantissimi settori economici. Controllano imprese di costruzioni con migliaia di dipendenti, che sfruttano risorse e personale dipendente delle IRGC. Sono presenti nell’industria petrolifera e nella manifattura. Hanno una presenza importante anche nel mercato nero, contrabbandando e importazione beni illegali in Iran come alcolici e narcotici.  

Inoltre, le IRGC forti del loro ruolo economico e della loro presenza nella società. Sono diventate una forza politica di peso notevole a partire dalle elezioni del Majles del 2004. Dove su 290 seggi, 91 erano occupati da ex-membri delle IRGC. 

La motivazione per cui le IRGC vennero create è da cercare nell’idea di Khomeini sul ruolo delle forze armate. Questa idea era in continuità con quella dello Shah, ovvero di mantenere le forze di sicurezza al di fuori della politica. La creazione delle IRGC, ovvero una forza ideologizzata, aveva lo scopo di garantirsi la lealtà delle Forze Armate affidandosi a sistematiche epurazioni e controbilanciare il peso delle forze regolari. La Guida Suprema avvertiva della pericolosità dell’ingresso della politica all’interno delle forze armate e affidava alle IRGC il ruolo di “Guardiani della rivoluzione e dei suoi traguardi”.  

Durante la presidenza Rafsanjani i Guardiani della Rivoluzione verranno riorganizzati, creando una gerarchia interna e una parziale professionalizzazione. Il fervore rivoluzionario verrà limitato e contenuto. Il ruolo politico dei Guardiani della Rivoluzione emergerà solo dopo la morte di Khomeini. Saranno la fazione che più trarrà beneficio dall’elezione della nuova Guida Suprema.  La morte del Leader carismatico aveva spostato la bilancia del potere e i Riformisti potevano minacciare il ruolo del neoeletto Khamenei, le IRGC diventavano suoi naturali alleati. 

Accountability istituzionale  

In scienza politica quando si parla accountability ci riferiamo alla possibilità di rendere un soggetto che esercita un potere pubblico responsabile del proprio operato, attraverso obblighi di trasparenza, giustificazione delle decisioni e la possibilità di subire sanzioni o conseguenze politiche, giuridiche o istituzionali. Affinché ciò sia possibile, sono necessari una serie di requisiti istituzionali e politici. Tra questi possiamo individuare: le libertà civili e politiche; l’esistenza di elezioni libere, competitive e ricorrenti – per sanzionare eventualmente i decisori politici-; un sistema giuridico indipendente e una serie di organi di controllo. Dato il soggetto dell’articolo andiamo ad analizzare il caso iraniano. Nel caso di studio, molte di queste condizioni risultano fortemente compromesse, a patire dalla violazione sistematica dei diritti della persona e delle minoranze. Noi ci concentreremo sugli effetti della violazione delle libertà fondamentali come quelle di Associazione, Riunione e Espressione sull’accountability istituzionale. Nella concezione liberal-democratica il potere politico è un potere aperto al pubblico. Cioè deve essere soggetto a pubblicità, scrutinio e contestazione pubblica. Per rendere concreta questa possibilità viene riconosciuta anche la libertà di poter contestare, vagliare e giudicare l’operato delle autorità e necessariamente il riconoscimento della libertà di stampa.  

L’Iran è al 176° posto su 180 paesi per libertà di stampa, ad oggi sono 18 i giornalisti detenuti nelle carceri iraniane. Nel paese per aprire un blog, un sito di notizie o pubblicare un articolo è necessaria una licenza da parte del Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico.  

Questo evidenzia una forte restrizione della libertà di stampa dato che la possibilità di pubblicare degli articoli è subordinato al possesso di una autorizzazione. Facilmente declinabile dalle autorità se il contenuto dell’articolo è in opposizione con il regime.  

Anche la possibilità di accedere a fonti d’informazioni estere è molto limitata, ciò è dovuto a un divieto di utilizzo delle VPN e dalla presenza di un internet chiuso. Inoltre, la legge sulla protezione degli utenti internet erode profondamente il diritto alla privacy. Sono stati registrati casi di chiamate intimidatorie per la pubblicazione di post contro Raisi dopo la sua morte. Le autorità impediscono l’accesso a centinaia di siti soprattutto quelli che trattano di diritti umani, rispetto delle minoranze etniche, inoltre i siti vengono bloccati se contraddicono la dottrina dello stato. Molti social sono bloccati e non utilizzabili nel paese. Anche il processo elettorale è fortemente distorto, soprattutto nella fase della selezione delle candidature dove il Consiglio dei guardiani svolge un importante funzione di filtro sotto la supervisione della Guida Suprema. Nelle elezioni parlamentari del 2020, su 16.000 candidati, 9.000 sono stati esclusi, molti riformisti e moderati. Nel 2016 solo il 20% dei candidati alla carica di membri del Consiglio degli esperti sono stati approvati. La costituzione afferma che sono autorizzate solo quelle manifestazioni che non vanno a detrimento dei principi fondamentali dell’Islam. In questo senso devono essere letti i 551 manifestanti uccisi nel biennio ’22-’23, scesi in piazza dopo la morte di Amini. Anche la libertà di associazione non è riconosciuta, ad esempio non esistono sindacati autonomi. Il sistema giudiziario non è autonomo, ed usato per silenziare i critici del regime; arresti arbitrari nei confronti degli attivisti. Ci sono stati casi di avvocati che hanno preso le difese di attivisti del movimento Donna, Vita, Libertà e sono stati arrestati o costretti a fuggire dal paese. 

Tutti questi elementi mostrano come il potere politico in Iran abbia cercato, con i mezzi a sua disposizione, di controllare e limitare la diffusione di informazioni non filtrate o non veicolate dai canali ufficiali del regime. In questo assetto istituzionale di tipo repressivo, risultano fortemente ostacolate sia la circolazione di informazioni indipendenti o provenienti dall’estero, sia l’emersione di uno spazio autonomo di discussione pubblica e di un’opposizione organizzata esterna al regime. Ne consegue che il livello di accountability appare molto debole, mentre si riscontra una sistematica violazione dei diritti. 

Sintesi interpretativa 

L’articolo, come già anticipato nel testo, è per certi versi ambizioso, poiché tenta di collegare molteplici aspetti al fine di restituire la complessità del regime iraniano. Si tratta di un sistema complesso sotto diversi profili: nella sua composizione istituzionale, nella distribuzione effettiva del potere e nella difficoltà di individuare con chiarezza i suoi reali centri decisionali. 

Una volta oltrepassato il livello dell’architettura costituzionale e delle istituzioni formalmente previste, emergono con maggiore chiarezza i limiti delle autorità direttamente legittimate dal voto popolare. Queste non appaiono infatti pienamente autonome sul piano decisionale, ma risultano strutturalmente subordinate a organi non elettivi, apparati religiosi e centri di potere paralleli, che non rispondono in modo effettivo né a una responsabilità politica nei confronti degli elettori né a meccanismi indipendenti di controllo. Ne deriva una forte compressione della possibilità di vagliare, contestare e sanzionare l’operato dei decisori pubblici. 

In questo quadro, la restrizione della libertà di stampa, la debolezza dell’accountability istituzionale e la difficoltà di costruire uno spazio pubblico realmente autonomo non risultano elementi isolati, ma aspetti tra loro strettamente connessi. 

Il potere in Iran, infatti, non appare concentrato esclusivamente nelle istituzioni formali, ma anche in fazioni, reti informali e apparati paralleli che dispongono di risorse economiche, simboliche, coercitive e organizzative. Tra questi, i conservatori mantengono una presenza significativa nel Majles, mentre le IRGC hanno progressivamente acquisito un peso politico ed economico sempre più rilevante, soprattutto dopo la morte di Khomeini nel 1989. L’evoluzione del regime può dunque essere letta come il passaggio da una fase iniziale caratterizzata da una forte centralità carismatica a una configurazione più frammentata, fondata su equilibri interni, rapporti clientelari e competizione tra centri di potere. 

Con la morte di Ali Khamenei e la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, il sistema iraniano sembra ora entrare in una nuova fase. Tale passaggio può essere interpretato come un possibile processo di dinasticizzazione del vertice del paese, in tensione con i principi originari della Repubblica Islamica. Inoltre, i legami di Mojtaba Khamenei con gli apparati di sicurezza e con le IRGC sembrano rafforzare l’ipotesi secondo cui il baricentro del potere reale continui a collocarsi non tanto nelle istituzioni formalmente rappresentative, quanto nei circuiti informali e nei centri coercitivi del regime. In questo senso, il caso iraniano mostra come, nei regimi non democratici, il potere reale non coincida necessariamente con quello formalmente previsto dalle istituzioni, ma si distribuisca spesso in modo opaco tra attori, reti e apparati che operano dentro e fuori lo Stato formale. 

La Persia nel quadro regionale 

“Let us embark together on a path of constructive dialogue, cooperation, and solidarity among the peoples and nations of our region.” 

Messaggio di Mahassud Peseziak ai paesi del Golfo Arabo su Al-Araby Al-Jadeed 

Dal luglio 2024 l’Iran ha un nuovo presidente, Mahassud Peseziak, un riformista alla guida del governo per la prima volta in 20 anni. La sua politica estera appare chiara fin dalle prime luci dell’alba della sua presidenza. Con due articoli uno in arabo rivolto ai paesi del Medio Oriente e uno in inglese rivolto al resto del mondo, e in particolare all’Occidente, il nuovo presidente appare un riconciliatore capace di una difficile missione: far andare di pari passo un paese che ha fatto dell’odio verso Israele e gli Stati Uniti una macchina di propaganda in grado di mobilitare il popolo e la necessità di uscire da un ambiente ostile che lo intrappola economicamente facendo lievitare il malcontento. 

La sua elezione, dopo la morte del presidente Ebrahim Raisi in un incidente aereo, ha dato nuovo impulso ad una politica estera volta al dialogo regionale. Dobbiamo ovviamente essere consapevoli che molto in Iran, se non tutto, passa dalle mani della Guida Suprema, ayatollah, e del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, pasdaran, e che quindi il presidente di turno si deve muovere in linea con una tradizionale politica estera dettata dalla fede islamica e dalla politica del Capo dello Stato, che in questo paese coincide con la suprema autorità religiosa. 

Vero è che ormai da qualche anno la politica regionale della Repubblica Islamica sta cambiando, cercando di trovare negli stati vicini, se non degli alleati, almeno dei buoni partner in grado di alleggerire il peso delle sanzioni occidentali che ancora gravitano sulla testa dei cittadini persiani. Dalla rivoluzione del 1979 che ha portato gli ayatollah alla guida del Paese, e con la successiva guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran si è sempre sentito minacciato dai vicini arabi. Stato a maggioranza sciita, si trova circondato dalle monarchie sunnite del Golfo, che con il passare del tempo sono diventate degli alleati strategici degli Stati Uniti e Israele, soprattutto e in particolare a seguito della firma da parte di alcuni degli Accordi di Abramo (2020). Le relazioni tra lo stato persiano e il resto dei paesi arabi non sono, quindi, mai state facili. L’Iran poggia su un grande passato e il suo popolo è fiero della propria cultura e della sua singolarità nel panorama del Medio Oriente. Questa è un’arma importante nelle mani del regime, che può usarla rafforzando uno spirito nazionalistico in funzione antioccidentale, nonostante le precarie condizioni economiche e la brutale repressione delle proteste abbiano fatto aumentare le proteste popolari, che chiedono più diritti e uno stile di vita migliore. 

L’Iran ha cercato nei vari scenari regionali che si sono aperti di avere una voce evitando, quando possibile, uno scontro diretto con il suo più grande avversario: Israele. Per fare ciò ha finanziato attori statali e non per destabilizzare i paesi della regione e allo stesso tempo far percepire l’Iran come un grande attore regionale che non è disposto a rinunciare al suo glorioso passato. Questo gruppo di attori, sotto il nome di “Asse della Resistenza”, comprende le milizie di Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houti in Yemen e quello che era il regime di Bashar al-Assad in Siria. 

La potenza rivale nella regione per l’Iran è la monarchia sunnita dell’Arabia Saudita. Principale alleato degli Stati Uniti nella regione, dopo Israele, la monarchia ereditaria saudita contende allo stato degli ayatollah il potere geopolitico nella regione (sia dal punto di vista secolare che religioso, aspetti che si intersecano spesso). Molti dei conflitti regionali sono diventati nel corso della storia teatri di una guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran, vedasi la guerra civile in Siria, l’Iraq di Saddam Hussein e l’intervento della monarchia nello Yemen. Il terrore iraniano come fattore destabilizzante e fucina di terrorismo nella regione non è mai stato visto di buon occhio. L’Arabia Saudita e altre monarchie hanno accresciuto con il passare del tempo i loro legami con il governo degli Stati Uniti, ospitando sul loro territorio numerose basi americane. Nonostante ciò, la politica estera iraniana per porre fine ad un isolazionismo forzato dalle sanzioni occidentali vede sempre più di buon occhio una riconciliazione con le monarchie sunnite del golfo. Questo è il progetto che il nuovo presidente vuole portare avanti, iniziato nel marzo 2023 con l’avvio delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita. Il processo di stipulazione degli accordi di Abramo che già ha coinvolto gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, ed un progressivo avvicinamento ad Israele da parte delle monarchie del Golfo sono stati ampiamente criticati dalla leadership iraniana. Altri stati della regione, come Qatar e Kuwait, sono invece molto cauti nell’avvicinarsi allo stato ebraico. La situazione si è notevolmente incrinata con gli attacchi missilistici iraniani in risposta all’attacco israeliano-statunitense che hanno colpito non solo numerose basi americane e siti produttivi energetici ma anche porti, aeroporti ed edifici civili nei paesi del Golfo. Cercando di stemperare gli animi, Peseziak si è dovuto anche scusare in un video messaggio, dicendo che se le monarchie arabe non risponderanno non verranno più attaccate. Sembra essere stato di parola. Nonostante ciò, da parte saudita crescono i malumori tanto da chiedere al Presidente Trump un intervento più drastico per liberarsi per sempre del nemico sciita. 

D’altro canto, l’Iran sta sempre più spostando la sua politica internazionale verso est, affiancandosi in molti scenari internazionali a Cina e Russia. Dalla Siria al Libano, dall’Ucraina allo Yemen, la Persia di oggi si pone in netto contrasto con l’Occidente. In Siria il supporto al regime di Bashar al-Assad non è mai mancato. Nonostante ciò, anche prima che il regime collassasse il Presidente siriano aveva deciso di rientrare nella Lega Araba nel 2023, avviando così, un processo di normalizzazione con gli stati arabi. Questo passo avrebbe potuto aprire l’economia siriana a nuovi investimenti indebolendo però il controllo dell’Iran sull’alleato. Con la presa al potere dell’opposizione militare e con la nuova presidenza di Ahmed al-Sharaa, noto come Al-Jolani, è definitivamente terminata l’influenza iraniana sulla nazione. I pesanti attacchi da dopo il 7 ottobre su Gaza e sul Libano hanno profondamente indebolito le milizie di Hamas e di Hezbollah, attori principali del sistema di alleati dell’Iran. Anche lo scenario in Yemen è interessante per l’Iran, presente nel paese che domina sullo stretto di Bab al-Mandeb dalla guerra civile appoggiando gli Houti in funzione anti-saudita. Dopo gli attacchi israelo-statunitensi anche questo fronte, nonostante sia sempre attivo, si è nettamente indebolito. Inoltre, il Bahrein, paese a maggioranza sciita, teme da molto vicino il pericolo iraniano essendo stato massicciamente esposto ai bombardamenti. 

Il pugno duro contro la teocrazia persiana, che spinge Israele e Stati Uniti ad andare avanti con l’operazione militare, è caldamente auspicato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain, che hanno paura che un Iran in tregua possa rafforzarsi e guadagnarsi un ruolo ancora più preminente nello scenario regionale, magari affiancato da Cina e Russia. Convintamente contrari e più favorevoli ad una tregua invece sono Qatar, Oman e Kuwait. 

Con lo scoppio della guerra lo scenario regionale si è notevolmente complicato. Nonostante la morte dell’ayatollah Khomeini, il cambiamento di regime è lontano dall’avvenire ed anzi resta sempre più nelle mani dei pasdaran. Il sistema di alleati che l’Iran si è costruito nella regione dalla rivoluzione islamica ad oggi appare sempre più debole e soggetto a continui attacchi. I rapporti con gli stati del Golfo, cruciali per superare le sanzioni occidentali, forse sono giunti ad un punto di non ritorno dopo gli attacchi persiani, aggiungendo ancora instabilità, che al momento non sembra sfociare in un allargamento diretto del conflitto alla penisola arabica. Forse Mahassud Peseziak sarà in grado di guidare il paese verso una vera e duratura riconciliazione con i vicini arabi quando, se mai ci si arriverà, sarà firmata una tregua tra le parti in guerra. Ci troveremo in un regime sempre più nelle mani della componente militare, che ha spinto per la salita al potere del figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, indebolito militarmente e pieno di risentimento verso l’Occidente. Tutto ciò senza considerare un vicino passato sempre più tragicamente intrinseco di sangue e violenza. 

Una prospettiva sul nucleare iraniano 

Nel mese di giugno del 2025, gli Stati Uniti insieme ad Israele hanno attaccato alcuni impianti di arricchimento nucleare sul suolo iraniano. Il breve conflitto è stato chiamato guerra dei dodici giorni, e la motivazione dichiarata, dietro a questa operazione è stato l’intenzione di distruggere la possibilità degli iraniani di ottenere un’arma nucleare. Il tema è complesso, ma ho cercato di sintetizzarlo in un altro articolo più ampio che trattava del breve conflitto e del JCPA (l’accordo sul nucleare iraniano venuto meno a seguito del ritiro unilaterale da parte degli USA sotto l’amministrazione Trump). Qui di seguito un’analisi che cerca di mettere in discussione la legittimazione dell’attacco, sia dal punto di vista del diritto internazionale. Sia alla luce della dottrina dell’attacco preventivo, sostenendo che, sul piano tecnico, l’Iran non fosse in prossimità immediata del possesso di un’arma nucleare, stando ai dati forniti dall’AIEA. 

Il fulcro dell’operazione ha riguardato gli impianti di arricchimento del combustibile nucleare di Natanz, Isfahan e Fordow. In ciascuno di questi siti sono presenti centrifughe fondamentali per il processo di arricchimento dell’uranio. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che ha accesso ispettivo e telecamere installate negli impianti, l’arricchimento dell’uranio iraniano aveva raggiunto livelli prossimi al 60%, ben al di sopra delle soglie per uso civile, ma ancora sotto il 90% necessario per la costruzione di un’arma nucleare. Va precisato che l’intera quantità di uranio non era arricchita a quel livello: secondo l’AIEA, circa 408 kg su un totale di 8413 kg avevano raggiunto il 60%. L’uranio a basso arricchimento (tra il 2% e il 5%) è destinato all’uso civile in centrali nucleari, mentre quello tra il 10% e il 20% può essere utilizzato per applicazioni militari (non per la costruzione di armi), mediche o di ricerca. Secondo l’articolo pubblicato su Il Foglio di Luca Romano, per l’Iran sarebbe bastato poco tempo per passare dal 60% al 90%, poiché gli ultimi stadi del processo di arricchimento sono più rapidi rispetto a quelli iniziali. Tuttavia, il possesso di uranio arricchito al 90% non basta per costruire un’arma nucleare: è necessario disporre anche del meccanismo di innesco. Esistono due tipologie principali di innesco: quello a pistola e quello a implosione. L’innesco a pistola è più semplice e consiste nello sparare una massa subcritica di uranio contro un’altra per raggiungere la massa critica. Questo metodo richiede uranio altamente arricchito (HEU) e presenta però importanti limiti: è ingombrante, pesante e non facilmente montabile su un missile. La sua costruzione potrebbe richiedere almeno due mesi. L’innesco a implosione, più sofisticato, utilizza esplosioni convenzionali per comprimere simmetricamente una massa subcritica, rendendola critica. Sebbene più complesso da realizzare, è più adatto alla miniaturizzazione necessaria per armamenti missilistici, ma potrebbe richiedere fino a diciotto mesi per essere prodotto. È importante sottolineare che l’Iran, al momento dell’attacco, non era in possesso di un’arma nucleare, ma solo di competenze e materiali che lo avvicinavano alla possibilità di realizzarne una. Costruire una bomba con innesco a pistola, anche se non lanciabile, potrebbe servire più che altro a dichiarare simbolicamente l’ingresso dell’Iran nel “club nucleare”, fungendo da deterrente politico e strategico. 

Fonti 

  • free.messianicbible.com/feature/prophecy-signs-and-the-jewish-holidays-the-coming-blood-moon-tetrad/ 
  • Bibbia di Gerusalemme, Libro di Ester 
  • Reza Negarestani, Cyclonopedia 
  • The Islamic Republic of Iran Power Centers, Council on foreign Relations  Iran’s Power Structure; Itzchakov, Doron (Dr.) Reichman University  
  • Iran’s complex political and military power structure DW, Monir Ghaedi 
  • The Power Structure of the Islamic Republic of Iran: transition from populism to clientelism, and militarization of the government; KAZEM ALAMDARI 
  • The Rise of the Pasdaran; RAND corporation  
  • The Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC); Council on foreingn Relations 
  • IRANIAN POLITICAL SYSTEM: “MULLOCRACY?”; İsmail KURUN 
  • Iran; Media Landscape 
  • Iran; Freedom House  
  • Report annuale Amnesty International 
  • Stato Governo e Società; Norberto Bobbio 
  • Storia dell’Iran; Ervand Abrahamian 
  • Lo stato duale: la struttura istituzionale della repubblica islamica di Iran; 
  • Annalisa Peteghella, Tiziana Corda; ISPI 
  • The Declining Legitimacy Of Absolute Velayat-E Faqih: Security Implications for Iran, the Region, and the World; Imam Mohammad Tawhidi. 
  • Factional politics in Iran (2005-2023): A study of conflicts, clientelism and influence; Sudhanshu Trivedi, Prateek Yadav, Pourush Agarwal, Mirza Shahzan Asagar, Aryan Trivedi and Ashray Kant 
  • Zweiri, M. (2025, 13 marzo). Iran’s Foreign Policy Under Masoud Pezeshkian: Tendencies and Challenges. Middle East Council on Global Affairs. 
  • Saleh, A. (2025). Between Power and Pressure: Iran’s Foreign Policy in a Fragmented World. Middle East Institute – National University of Singapore (NUS). 
  • Akbarzadeh, S. (2026, 19 febbraio). The Saudi–Iranian Détente: A Strategic Imperative. Middle East Council on Global Affairs. 
  • Juana Clarentine Emmanuela Greevince De Lucas et al. “Iran’s Look East Policy Against Western Countries through Snyder’s Foreign Policy Analysis.” Jurnal Politik 10.1 (2024): 143–172. 
  • Saraswat, D. (2024). Hamas–Israel War and the Evolution of Iran’s ‘Resistance Geopolitics’. Strategic Analysis, 48(1), 60–65. 

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