Corea del Nord e Stati Uniti. Il gioco sottile dello stallo

Ultimamente è diventato molto “glamour“, giornalisticamente parlando, speculare sui rapporti tra Pyongyang e Washington. Da un lato gli Stati Uniti che hanno plasmato quasi ontologicamente l’Occidente e lo guidano per circa un secolo (con le fisiologiche frizioni interne), dall’altro la Corea del Nord. Quello che si cercherà di fare in queste righe è inquadrare, contestualizzando, le vicende che hanno portato a questa tensione senza volersi arrogare il diritto di ragione. Gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre 2001, etichettano alcuni Stati, tra cui la Corea del Nord, come “Stati canaglia” su cui rovesciare la potenza americana e internazionale per poter successivamente far fiorire il Buon Governo occidentalmente inteso. Da qualche anno, nonostante alcuni di questi paesi abbiano cercato di collaborare per togliersi questa etichetta scarlatta di dosso (non perché si fossero magicamente convertiti all’americanismo, ma per opportunità), Saddam Hussein è finito impiccato e Gheddafi trucidato attraverso lo sforzo della comunità internazionale. Kim Jong-un giunse alla logica conclusione, desunta dai fatti storici, che l’America cerca di abbattere i “rogue States“, se questi sono incapaci di difendersi e non vogliono saperne di ammorbidire le proprie inclinazioni. Essendo il dittatore coreano non incline a moderazioni e consapevole della collocazione strategica della Corea del Nord, cerca di sfruttare tutti i vantaggi possibili intuiti dalle relazioni fra grandi potenze, per non far la fine dei suoi compagni di etichetta.

Ma chi è Kim Jong-un?

Il New York Times e Washington Post cercano di tracciare un ritratto del capo di Stato nordcoreano: se ne comprende che egli era il prediletto per la successione, scavalca i fratelli e a 27 anni conquista il potere dopo la dipartita del padre. Si ritiene che abbia studiato in Svizzera e successivamente in due università coreane, di cui una militare, completando gli studi in patria. Kim, tuttavia, non ha avuto esperienze di governo prima di ereditare il peso del timone, ma dopo 6 anni continua a portare avanti la propria idea di Stato coreano. Si sa, la dittatura è un regime non democratico tanto saldo quanto scivoloso per chi sta in cima, che garantisce di avere il potere nelle proprie mani, ma che non garantisce l’assenza di colpi alle spalle per ottenere quel potere. Tra sospetti e voci di palazzo, si ritiene che, appena salito al potere, abbia ordinato l’esecuzione di 140 alti funzionari. Il leader supremo, tuttavia risulta ancora un capo popolare.

Delirio schizofrenico o fine strategia?

Quello che pare essere una deriva delirante, tra Trump e Kim, in realtà è la manifestazione della razionalità massima di entrambe le amministrazioni. Il gioco è sottile. Riagganciandoci all’excursus storico precedente, una volta notata la fine dei capi di Stato di alcuni “rogue States”, il dittatore, legittimamente, afferma di non voler far la fine di Gheddafi o Saddam. Il programma nucleare sviluppato e perseguito dalla Corea del Nord sarebbe quindi la normale difesa deterrente contro la volontà americana di espandere i propri giochi di potere nell’estremo oriente. Altro attore, che si incastra in questo difficile equilibrio, che non intende far giocare liberamente gli Stati Uniti con i suoi alleati o presunti tali, è la Cina. Pechino, espandendo il proprio soft power nei vari incontri bilaterali e multilaterali a giro per il mondo, investendo in moltissime infrastrutture all’estero, si prepara a combattere gli Stati Uniti in una guerra diplomatica ed economica che pone due idee diverse di globalizzazione e il conseguente primato nell’economia mondiale. Ma questa è un’altra storia, fino ad un certo punto. I nordcoreani, visto la disparità di ordigni nucleari a disposizione, non intendono certo far guerra agli americani e il fragile equilibrio nella regione permette di poter giocare un ruolo molto più determinante rispetto ad una guerra iniziata dallo stesso Kim Jong-un. Lo stallo è razionalmente pensato: se gli Stati Uniti (o la Corea del Sud) attaccassero la Corea del Nord, allora Russia e Cina si precipiterebbero pretestuosamente in difesa del vicino orientale, con l’obiettivo di bloccare l’avanzata americana nel Pacifico a danno di Pechino. Gli Stati Uniti non tollererebbero uno stato nordcoreano riconosciuto come potenza nucleare (formalmente e/o sostanzialmente), perché questo permetterebbe a Xi Jinping ritrovarsi uno strettissimo alleato piuttosto di rilievo e gli Stati Uniti sarebbero costretti a ridurre nettamente le loro mire espansionistiche nel Pacifico. La Casa Bianca, diffondendo attraverso i propri media il terrore della possibilità di un attacco nucleare nordcoreano su suolo americano, giustifica la sua presenza militare in Corea del Sud a due passi da Pechino e Mosca; in realtà gli Stati Uniti non temono affatto un attacco nucleare dalla Corea del Nord (assodato che il loro progetto nucleare ha il solo scopo difensivo), ma temono di scivolare in posizione subordinata in un’area del mondo in cui vogliono dominare. Questo si deduce per il fatto che la vera potenza nordcoreana sta nell’eredità di Kim Il-sung: ingenti armamenti disposti poco più all’interno del confine in grado di colpire Seoul e le città vicine riducendole allo stremo dopo poche ore. La guerra che si sta combattendo è una guerra economica (le sanzioni economiche e le relative dichiarazioni da parte dei vari attori dell’area riguardo alle medesime), una guerra diplomatica (utilizzo di organizzazioni sovranazionali per mettere all’angolo il leader supremo con scarsi risultati) ed una guerra mediatica (entrambi i mezzi di comunicazione degli schieramenti distorcono la realtà a seconda dei propri interessi nazionali).

I test nucleari si inseriscono in questo quadro di relazioni, il sesto di essi fornisce molte conferme. Prima di tutto che Pyongyang stia facendo progressi nel campo del nucleare anche se, al netto delle speculazioni e della propaganda, non è chiaro se la detonazione di domenica sia stata causata da un ordigno a idrogeno. Nemmeno le dichiarazioni di Kim Jong-un, pretese di possedere una testata miniaturizzata caricabile su un missile intercontinentale in grado di colpire l’entroterra americano, suonano come novità agli orecchi dell’intelligence a stelle e strisce (arrivata alle medesime conclusioni ad agosto). Un’altra conferma risiede nelle poche opzioni a disposizione di Trump per risolvere, sgonfiare, la bolla coreana; in più le esercitazioni compiute dalle forze americane ed alleate in risposta al lancio di un missile sui cieli del Giappone, sono state sbeffeggiate nel fine settimana da altre azioni nordcoreane. Il presidente americano cerca di far smarcare Xi Jinping dalle sue posizioni in merito alla faccenda affermando che è una “grande minaccia e imbarazzo per la Cina, che cerca di aiutare ma con scarso successo”. Trump cerca l’aiuto della Cina, nonostante le diverse volontà, per smorzare l’impeto nordcoreano nonostante, come dimostra l’ultimo test lanciato durante l’assemblea dei BRICS, la Cina ha molta meno influenza sul vicino di quanto Washington pensi. Non mancano strigliate d’orecchi per Seoul per il tentato appeasement fallimentare sostenendo che i dirigenti della Corea del Sud “capiscono una cosa sola” (cosa, non si sa). E’ interessante notare come l’emisfero occidentale, anche dalle ultime dichiarazione del presidente francese Macron, si schiacci ed accetti la vulgata americana. Notoriamente la massa non vuole i fatti, vuole essere emozionata e gli americani in questo sono maestri. Ormai sapere dove stia la verità è un’opera difficilissima, poiché la propaganda odierna, attraverso canali di informazione massificati, non informa ma racconta al fine di condurre. In un mondo in cui gli Stati Uniti primeggiano, devono trovare come legittimarsi mettendo sul palcoscenico un nemico nuovo alla volta che sia additato come la nemesi di loro stessi, pericolosissimo e destabilizzante. In più, essendo l’esercito composto da uomini e donne, per indurli a combattere ed avere il sostegno della popolazione è necessario veicolare una visione determinata di cosa si intende combattere: non è necessario che la controparte sia effettivamente un nemico, è importante che sia diverso. Nasce, così, una contrapposizione lenta, creatrice di un avversario (anche là dove non c’è) che ostacolerebbe il giusto progresso del mondo, secondo un etnocentrismo ideologico distorto e distorcente. Infine, per mantenere il podio in un mondo in tensione, più percezione di pericolo bellico si avverte (in caso qualcuno forzasse la mano del più forte, costringendolo ad attaccare perché non vi è e non si vuole vedere altra via d’uscita), più quiete persiste dato che nessuno vuole entrare in un periodo bellico dalle proporzioni ed effetti indefiniti. Come si dice: si vis pacem, para bellum.

Strade.

Si aprono due strade possibili per superare l’impasse:

  1. Una via pacifica, di riconoscimento della Corea del Nord come potenza nucleare: questa via, però, sarebbe basata sull’umiliazione americana, giacché Pyongyang, dopo essere riconosciuta con lo status desiderato, vorrà dettare la propria influenza nell’area.
  2. Un’altra via è quella bellica: oltre a provocare un massacro, non è per niente detto che si risolva con una vittoria degli Stati Uniti se decidessero di attaccare per primi, dato che Cina e Russia accorrerebbero per difendere il vicino vittima dell’assalto.

 

Stefano Rubbi.

 

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