Stati Uniti contro Cina: il gioco di due grandi potenze

Molteplici sono i fattori che incidono sull’assetto mondiale odierno: potere di mercato, superiorità tecnologica, potenza militare, dimensione digitale, capacità di influenza e di intelligence. Allora chi, tra Cina e Stati Uniti, è più abile nell’identificare e gestire a proprio vantaggio la miriade di opportunità e vulnerabilità che contraddistinguono la loro quotidianità? Quella in atto è solamente una guerra commerciale o si tratta di una competizione geopolitica a tutto campo?

Dopo il secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti hanno allargato il proprio dominio ed esercitato la propria influenza in modo prorompente; inoltre, sebbene sembri reale il ridimensionamento del dominio americano dovuto proprio all’ascesa dell’impetuosa Cina, ancora oggi l’establishment statunitense esaspera il proprio ruolo all’interno dello scenario globale. Per gli affari mondiali, il rapporto sino-americano, che ha una valenza maggiore di qualunque altro e tale resterà per molti anni a venire, è un perfetto caso d’interdipendenza nel quale i rispettivi poteri contrattuali sono bilanciati: mentre ciascuno dei due considera l’altro una sfida alla propria sicurezza, entrambi possono continuare a sfruttare le reciproche opportunità economiche. Si tratta, però, di un delicato e pericoloso gioco che può facilmente sfuggire di mano [i]. Difatti, tra i due colossi si alternano da sempre periodi di aspro confronto e momenti di distensione: alla base di tali screzi vi sono ragioni politiche, commerciali e ideologiche. A complicare maggiormente il quadro, è intervenuta l’affermazione di Pechino come grande potenza economica su scala mondiale, consapevole di vivere un momento storico che lo stesso Xi Jinping ha definito di irripetibile opportunità strategica [ii].

Nell’ultimo secolo, definito ‘Secolo della Vergogna’ a seguito di guerre che l’hanno vista sconfitta e colonizzata da potenze imperialiste straniere, Pechino ha subito il crollo del suo dominio millenario nell’area asiatica; oggi, maturata l’aspirazione a divenire di nuovo grande, mira a ricoprire il ruolo che le è stato negato. Pertanto, la Cina si adopera per creare un nuovo sistema sino-centrico, finalizzato a ristabilire il controllo sui territori della ‘Grande Cina’, recuperando l’influenza lungo i propri confini e sui mari adiacenti, per costruire una “harmonious Asia” [iii] nell’ambito di una «community of shared human destiny» [iv]. A ragion veduta, l’amministrazione Trump guarda alla Cina più che ad altri attori presenti sul suolo internazionale [v], ritenendo che il Dragone abbia imboccato la strada revisionista atta a creare un nuovo ordine mondiale [vi].

Dimensione geopolitica del rapporto sino-americano

Il sistema internazionale odierno è caratterizzato da una minore rilevanza dei confini di Stato e l’effetto combinato dei processi di globalizzazione economica e digitalizzazione ha determinato un intreccio inedito tra dimensione interna ed esterna degli stati. Inoltre, altri due fenomeni si muovono in direzione opposta: la profonda crisi della cooperazione multilaterale e i processi, certamente imponenti, di concentrazione del potere economico, tecnologico e mediatico. Gli attori politici pensano a garantire la propria sicurezza, potenziando il proprio potere e perseguendo alleanze di carattere strategico con gli attori più influenti e potenti: così come la Cina pone al centro della propria strategia il perseguimento dei propri interessi nazionali riconducibili a tre macro aree – sicurezza interna ed esterna, sovranità e sviluppo economico – gli Stati Uniti mirano a proteggere la propria economia e a limitare l’influenza politica cinese sul suolo asiatico. In tale regione infatti, se da un lato la più grande paura strategica della Cina è che una potenza straniera la circondi territorialmente, così da poterla controllare o da intromettersi nei propri affari, dall’altro, il timore degli Stati Uniti, ampliato dalla predisposizione ideologica verso la lotta contro il mondo non-democratico è di essere estromessi dall’area Asia-Pacifico [vii]. Negli ultimi dieci anni infatti, la Cina ha esponenzialmente aumentato la propria spesa militare, specie nel campo della marina militare: ciò crea delle inevitabili frizioni con gli USA, intimoriti dalla possibilità che quel che resta dell’Impero Celeste possa, nei prossimi anni, mettere in atto una politica estera e militare più aggressiva, che le assicuri il predominio sul Mar Cinese Meridionale. Sono queste dunque le relazioni che definiscono l’assetto internazionale attuale e che spingono nella direzione dell’equilibrio di potenza o, in caso contrario, a una rottura in chiave bellica.

L’ascesa di Deng Xiaoping e il conseguente ingresso nel WTO hanno portato all’apertura del più grande mercato del mondo. La sempre maggiore industrializzazione, la costante attrazione di investimenti dall’estero e la quasi ininterrotta crescita del PIL negli ultimi vent’anni – tuttavia recentemente rallentata [viii] – sommate al bassissimo costo della forza lavoro, hanno trasformato quello che era uno dei due colossi del comunismo in uno dei due colossi del capitalismo: a ragion veduta, la Cina è stata definita ‘fabbrica del mondo’. Ha realizzato un vero sistema di capitalismo semi-avanzato a gestione statale, le cui enormi ricchezze saranno con tutta probabilità sempre maggiormente indirizzate a un accrescimento della forza militare, ma che al momento vengono anche impiegate in un’intelligente strategia di controllo e detenzione del debito pubblico americano, tramite il continuo acquisto di T-bond USA [ix]. Ma è proprio nelle strategie di manipolazione della valuta e nella concorrenza scorretta perseguita a spese delle controparti americane che trovano argomenti le recenti accuse dell’amministrazione Trump alla leadership cinese, seguite da minacce di ritorsioni economiche made in USA che potrebbero seriamente rischiare di degenerare in un cupo scenario di economic warfare, un contesto di guerra commerciale in cui pare evidente che la Cina abbia tutti gli strumenti per combattere con discreto successo.

La lotta per la leadership tecnologica

Recentemente, lo scontro si è focalizzato sull’aspetto tecnologico: il caso Huawei ha difatti reso ancora più teso il dialogo dopo che il dipartimento di Giustizia ha formalizzato accuse contro il colosso asiatico delle telecomunicazioni e contro la vicepresidente Meng Wanzhou, tra violazioni delle sanzioni contro l’Iran, ostruzione alla giustizia e furto di tecnologie. In particolare, a turbare la Casa Bianca sono le violazioni della proprietà intellettuale e i trasferimenti tecnologici coatti: parrebbe che la Cina sfrutti le restrizioni verso le proprietà straniere, inclusi i requisiti per avviare joint venture, per costringere le aziende americane a trasferire la loro tecnologia e knowhow alle entità cinesi [x].

Nel terzo millennio, leadership tecnologica significa leadership nel senso più ampio del termine e il programma Made in China 2025 messo a punto da Xi Jinping ha un obiettivo preciso: il primato tecnologico [xi]. La diffusione tecnologica è la nuova frontiera dell’espansione geopolitica; a tal proposito, recenti report sostengono che entro il 2030 potrebbe avvenire il sorpasso sull’intelligenza artificiale in campo militare: in gioco infatti ci sarebbe la supremazia del comparto hi-tech e delle reti 5G [xii].

La risposta americana

Trump tuttavia non si lascia intimorire: marcia dritto verso il suo obiettivo di ‘Make America Great Again’ e Pechino sembra avere la totale attenzione di Washington [xiii]: «The United States intends to confront China until Beijing changes its behaviour on a wide range of well know and long standing concerns» [xiv]. Fino ad oggi, gli Usa hanno imposto alla Cina dazi su merci per un valore complessivo di 250 miliardi di dollari e minacciato di estendere il dazio a merci del valore di 267 miliardi di dollari qualora quest’ultima non riveda il proprio comportamento [xv].

Molte delle persone vicine a Trump ritengono che questo sia il momento storico ideale per affrontare la Cina prima che diventi troppo potente e che cominci a costruirsi un reale vantaggio tecnologico. Tuttavia, c’è anche chi ritiene che proprio come un adolescente non cresce all’improvviso, così un Paese un tempo isolazionista non può, in poco tempo, divenire un attore internazionale a pieno titolo. In più, il compito della Cina è reso difficile dalla sua stessa struttura politica, che la distingue dalla quasi maggior parte delle altre potenze, in particolare da quella che al momento risulta essere la più sviluppata. Per quanto all’avanguardia sul piano tecnologico, essa risulta saldamente ancorata alla centralità del partito unico in cui a prevalere sono i tradizionali valori vestfaliani di eguaglianza tra Paesi, sovranità nazionale e integrità territoriale [xvi]: inevitabile sembra essere dunque lo scontro culturale con un’America che da sempre propende per un sistema internazionale post-moderno, che ignora la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati che violano norme di non proliferazione e diritti umani [xvii]. Di pari passo, dietro la logica della politica estera cinese, si cela l’idea che gli USA siano una superpotenza in declino, determinata a frenare l’ascesa di qualsiasi concorrente. Pertanto, non importa quanto intensamente Pechino persegua la cooperazione: gli analisti cinesi affermano che l’obiettivo ultimo di Washington sarà sempre arginare la crescita politica ed economica della Cina [xviii].

Quale futuro?

Ma al di là dei continui contrasti, quali sono le possibilità che Cina e USA possano arrivare a uno scontro aperto? Esiste davvero una cortina di ferro tra Pechino e Washington? Storicamente, l’ascesa di nuove potenze ha sempre portato al contrasto con i Paesi già affermati sullo scacchiere internazionale e in tal caso, come ha affermato H. White, «sharing power with China runs counter to America’s vision of itself and its role in the world, and accommodating an ambitious authoritarian rising power runs contrary to many lessons of history, maxims of policy, principles of morality and common prudence» [xix]. Tuttavia, in questo momento storico, le circostanze sono diverse: sembra improbabile che il mondo cada in un conflitto di larga portata come quelli avvenuti durante il Novecento. Una guerra aperta tra due Paesi sviluppati e nucleari porterebbe a conseguenze di una gravità tale da essere inaccettabili da entrambi gli opponenti [xx]. USA e Cina sono anche le due maggiori economie al mondo: la prima guida i paesi più sviluppati e la seconda le economie emergenti e ognuno di questi gruppi rappresenta la metà circa della produzione mondiale. Ancora, gli USA hanno il maggiore disavanzo commerciale e sono il maggiore debitore mondiale e la Cina ha il maggiore avanzo commerciale ed è il maggiore creditore mondiale: appare dunque impossibile risolvere gli squilibri globali che sono alla base dell’attuale crisi e riformare l’architettura finanziaria mondiale senza la loro cooperazione [xxi]. Sia che si giunga a un conflitto aperto, sia che si continui con contromisure e ritorsioni, Stati Uniti e Cina sarebbero in ogni modo costretti ad affrontare la questione che li affligge da anni: la costruzione di un ordine internazionale in cui entrambi svolgono un ruolo di primaria importanza.

Il recente rafforzamento militare della Cina non rappresenta un fenomeno eccezionale in sé; semmai, sarebbe insolito se la seconda economia mondiale non tramutasse il proprio potere economico in una maggiore capacità militare. Se gli USA persistono nel considerare l’avanzamento cinese in campo militare come una potenziale minaccia, non si realizzeranno mai le precondizioni per la cooperazione. D’altra parte, la Cina deve prestare attenzione a quanto sottile sia la linea di demarcazione tra capacità offensiva e difensiva, e alle conseguenze di una corsa incontrollata agli armamenti [xxii].

Per quasi un decennio, Stati Uniti e Cina hanno avuto un forum specializzato di incontro, il Dialogo Strategico-Economico: è di fondamentale importanza che canali del genere rimangano aperti e funzionanti, «poiché se un ordine mondiale non emerge in ambito economico, vi saranno sempre maggiori difficoltà ad accogliere una visione delle relazioni internazionali meno fondata su preconcetti ideologici» [xxiii]. Entrambi i Paesi dovrebbero considerare le rispettive attività come una parte normale della vita internazionale e non come una ragione di allarme costante; nel risolvere i momenti di crisi dovrebbero fare appello alla franchezza e trasparenza delle intenzioni perseguite, impostando un nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze: strada obbligata se si vuole evitare ciò che lo storico Graham Allison ha paragonato alla cosiddetta trappola di Tucidide, il pericolo che la rivalità tra una potenza in ascesa e una in declino si traduca in conflitto [xxiv].

Inoltre, considerando il peso così significativo di Cina e Usa nel sistema internazionale, è difficile sostenere l’assenza di poli. Si può discutere se gli Stati Uniti vogliano continuare a fare i gendarmi del mondo oppure dissertare su quanto ancora durerà il primato americano sul piano tecnologico e militare o ancora, quanto l’impero cinese abbia voglia assumere su di sé quell’impegno universalistico che la superiorità economica comporta. Probabilmente, Cina e Stati Uniti non riusciranno mai a superare la tradizionale dicotomia esistente tra grandi potenze, ma in virtù della posizione che ricoprono nella comunità internazionale, «they have a special responsibility to manage a peaceful transiction to a multipolar world order» [xxv].

 

A cura di Angelica Marcantone

 

Note:

[i] Sideri Sandro, La Cina e gli altri, Nuovi equilibri di geopolitica, Ispi, 2011 p. 77.

[ii] Vecchio Antonio, A New International Order For A Rising China, 9 luglio 2018, http://en.difesaonline.it/geopolitica/analisi/un-nuovo-ordine-internazionale-una-cina-ascesa. Cfr. anche Full Text of Jiang Zemin’s Report at 16th Party Congress, http://www.china.org.cn/english/features/49007.htm.

[iii] Tsai Tung-Chieh, Hung Ming-Te and Tony Tai-Ting Liu, China’s foreign policy in Southeast Asia: Harmonious worldview and its impact on good neighbour diplomacy, Academia.edu, 2011, http://www.academia.edu/719942/Chinas_Foreign_Policy_in_Southeast_Asia_Harmonious_Worldview_and_its_Impact_on_Good_Neighbor_Diplomacy.

[iv] Ben Lowsen, China’s New Maximalism in Three Slogans, Beijing ups the rhetorical ante, The Diplomat, January 30, 2019, https://thediplomat.com/2019/01/chinas-new-maximalism-in-three-slogans/.

[v] Kerry Brown, USA-Cina: sarà tregua?,Ispionline, 27 Dicembre 2018, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-sara-tregua-21859.

[vi] Lee Jong-Wha, China’s New World Order, ProjectSyndacate.org, November 12, 2014, https://www.project-syndicate.org/commentary/china-global-governance-by-lee-jong-wha-2014-11?barrier=accesspaylog.

[vii] Johnson Jesse, Amid trade and military tensions, U.S. sends B-52s over East China Sea on ‘routine training’ exercise, Japan Times, January 30, 2019, https://www.japantimes.co.jp/news/2019/01/30/asia-pacific/amid-trade-military-tensions-u-s-sends-b-52s-east-china-sea-routine-training-exercise/#.XFMba1xKi70.

[viii] Santelli Filippo, Cina, Pil del 2018 ai minimi dal 1990: pesa la guerra dei dazi con gli Usa, La Repubblica, 21 gennaio 2019, https://www.repubblica.it/economia/2019/01/21/news/cina_pil_del_2018_ai_minimi_dal_1990_pesa_la_guerra_dei_dazi_con_gli_usa-217065328/.

[ix] Barlaam Riccardo, Cina-Usa tra Lady Huawei e la nuova via della seta digitale, Il Sole24ore, 12 dicembre 2018, https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-12-12/cina-usa-lady-huawei-e-nuova-via-seta-digitale-165433.shtml?uuid=AElZCnyG.

[x] Cimminella Marco, Dietro la guerra dei dazi tra Cina e Usa si nasconde la grande corsa al 5G e al predominio tecnologico, Businessinsider.com, 1 febbraio 2019, https://it.businessinsider.com/guerra-dei-dazi-tra-cina-e-stati-uniti-sviluppo-della-tecnologia-5g-internet-of-things-e-intelligenza-artificiale/.

[xi] Barlaam, op.cit.

[xii] Cimminella, op. cit.

[xiii] David Dollar, Ryan Hass, and Jeffrey A. Bader, Assessing U.S.-China relations 2 years into the Trump presidency, Brooking Institution, January 15, 2019, https://www.brookings.edu/blog/order-from-chaos/2019/01/15/assessing-u-s-china-relations-2-years-into-the-trump-presidency/.

[xiv] David Dollar, Ryan Hass, and Jeffrey A. Bader, op. cit.

[xv] Sanzioni, guerre commerciali, vertici storici: 2 anni di politica estera à la Trump, SputnikNews, 20 gennaio 2019, https://it.sputniknews.com/politica/201901207133796-2-anni-di-politica-estera-trump/.

[xvi] Sideri, op. cit. p. 87.

[xvii] Ryan Hass and Mira Rapp-Hooper, Responsible competition and the future of U.S.-China relations, Brooking Institution, February 6, 2019, https://www.brookings.edu/blog/order-from-chaos/2019/02/06/responsible-competition-and-the-future-of-u-s-china-relations/.

[xviii] Manuel D’Elia, Stati Uniti E Cina: Destinati Allo Scontro?,Il Caffè Geopolitico, 21 Dicembre 2018, https://www.ilcaffegeopolitico.org/98479/stati-uniti-e-cina-destinati-allo-scontro.

[xix] White Hugh, China Choice: Why We Should Share Power, 2012, p. 15.

[xx] Graham Allison, The Thucydides Trap, 9 June, Foreign Policy, 2017, https://foreignpolicy.com/2017/06/09/the-thucydides-trap/.

[xxi] Sideri, op. cit. p. 79.

[xxii] D’Elia, op. cit.

[xxiii] D’Elia, op. cit.

[xxiv] Allison, op. cit.

[xxv] P.H. Yu, America Must Face Reality on China, ProjectSyndacate.org, January 17, 2019, https://www.project-syndicate.org/commentary/america-must-accommodate-china-rise-by-p-h-yu-2019-01.

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