La Scozia al bivio

LORENZO ROSSETTO | Il 6 maggio 2021 si sono tenute le elezioni per la composizione del parlamento scozzese, un parlamento monocamerale nazionale operativo appena dal 1999 e libero di legiferare su alcune materie per mezzo del potere devolutogli dal Regno Unito. Le elezioni hanno coinvolto il 63,5% degli aventi diritto – record di affluenza – e hanno assegnato 64 dei 129 seggi allo Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon, a corto di appena un seggio dalla maggioranza parlamentare e primo partito per la quarta volta consecutiva[i]. Non è sfuggito a nessuno il dato sui verdi (Scottish Greens), che hanno conquistato otto seggi, cruciali perché questa forza, come l’SNP, è a favore dell’indipendenza scozzese dal Regno Unito e dell’indizione di un nuovo referendum da sottoporre agli scozzesi. Le elezioni del 6 maggio, infatti, possono essere intese come un referendum sul referendum[ii] che, alla luce dei risultati elettorali, verrà certamente indetto – si tratterà solo di capire quando (probabilmente dal 2022, quando sarà definitivamente terminata l’emergenza epidemica[iii]). Stante questo parlamento, è possibile osservare che la domanda di indipendenza non si regge solo sulle pretese di un partito, ma riflette il volere popolare scozzese per mezzo della composizione di SNP e Verdi[iv].

Il referendum prospettato non sarebbe un’interrogazione inedita sull’indipendenza: seguirebbe infatti di appena otto anni la prima, che ottenne esito negativo (55% pareri contrari). Dal punto di vista strettamente giuridico, è innegabile che questo tema ecceda le prerogative esclusive nelle mani di Edimburgo, ed è certo che la Corte Suprema del Regno Unito si esprimerà contro la possibilità di una consultazione ristretta agli scozzesi per secedere unilateralmente; Johnson ha già espresso l’assoluta contrarietà[v]. Dunque, se il diritto non è cambiato e i referendum sull’indipendenza dovrebbero essere proposti per ogni nuova generazione – secondo Sturgeon[vi] – perché una nuova consultazione? Per due ragioni: una cronica, l’altra di rottura. Il motivo cronico è la fame di indipendenza scozzese. Un problema della devoluzione è l’irreversibilità, ma la questione più rilevante delle cessioni di sovranità è che se chi ne beneficia è un soggetto con un’identità forte, allora questo è mosso da una fame insaziabile e probabilmente sfrutterà ogni mezzo per ottenere quote crescenti di risorse e potere dallo Stato che lo soggioga. Per di più, se il popolo in questione è orgoglioso e possiede una storia ed una propria mitologia, la sua fame verrà saziata solo dopo il colpo finale allo Stato controllore, una volta che il popolo secessionista sia tutelato a sufficienza in caso di rappresaglia[vii]. In questo senso, la vicenda dell’indipendentismo scozzese può essere letta alla luce del caso catalano[viii], ammansito con elargizioni e poteri sempre maggiori. Si tratta di due casi simili anche per il tratto civico dei nazionalismi, distanti dalla violenza e scarsamente assimilabili ai sovranismi identitari di destra[ix]: una partita in cui non è il diritto ad animare e dirimere la questione, ma lo è la capacità dello Stato di contenere con ogni mezzo (diritto, concessioni economiche, minaccia di ritorsioni) la volontà della nazione di secedere. Poiché il sentimento di eccezionalità scozzese non è una questione di poco conto, la possibilità di un referendum non è mai sopita definitivamente, ma al più riesce ad essere rintuzzata per un altro po’ di tempo; con una formula enfatica, si potrebbe dire che la componente celtica del Regno Unito cerca di ribellarsi all’egemonia anglosassone inglese[x].

L’elemento di rottura è quello della Brexit del 2016: questo ha scompaginato il sistema dei reami e rimesso in gioco il tema dell’indipendenza. Com’è noto, l’ago della bilancia per la Brexit è stato il fattore inglese (e gallese), mentre Scozia e Irlanda del Nord si erano schierate contro l’uscita dall’Unione Europea[xi]. Nel caso del referendum del 2014, un freno non trascurabile al voto favorevole fu l’impossibilità di poter rimanere nell’Unione Europea, perché sull’ammissione di una Scozia indipendente si sarebbe abbattuto l’ovvio veto del Regno Unito. Ora, sebbene il timore di un veto non possa essere scongiurato definitivamente, specialmente da parte spagnola per timore di alimentare il fuoco secessionista catalano, è pur vero che l’ipotesi di una Scozia indipendente nell’Unione Europea non è strampalata. Essa fa infatti seguito alle promesse di Sturgeon del 2016 di fare tutto il possibile per separare i destini di Scozia e Inghilterra per quel che riguarda l’UE[xii]. L’irriducibilità scozzese all’Inghilterra, la Brexit e le ultime elezioni, quindi, riportano in auge il referendum sull’indipendenza.

La futura consultazione è rilevante perché è una minaccia esistenziale al Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Quest’ultima, in base agli accordi del Venerdì Santo e alle tendenze demografiche che determineranno la prevalenza dei cattolici sui protestanti anche nell’Ulster, potrebbe spingere verso l’unificazione delle due entità politiche dell’Isola. Il processo sarebbe sollecitato dal meccanismo del backstop che separa le isole, non le Irlande[xiii]. Quanto all’unione della Gran Bretagna, l’unità dell’isola è per l’appunto minacciata dai non velleitari intenti scozzesi. La scommessa britannica che ha condotto alla Brexit – rifondare con slancio universalistico una Global Britain libera dai costringimenti dell’UE e capace di dirottare la propria strategia interamente sull’anglosfera[xiv] – fu una risposta al comportamento delle nazioni celtiche. Queste disponevano di uno strumento per controbilanciare l’influenza inglese, decidendo così di avocare su Londra e solo su Londra il controllo delle nazioni del Regno, sperando che questo potesse fermare il gioco di sponda tramite l’UE e bloccare la deriva disgregatrice[xv]. Il fatto è che non c’è Regno Unito senza Scozia e senza Irlanda del Nord: in primis per ragioni strategiche, come la protezione da incursioni da nord o l’uso dell’isola d’Irlanda come base di attacco da ovest verso est e per proiettarsi sul Mare Artico; in secundis per un discorso di prestigio globale ed orgoglio; infine, per questioni di dimensioni e varietà del mercato interno.

La scissione per Edimburgo non sarebbe comunque indolore: la separazione, specialmente data la hard Brexit, comporterebbe una tariffa doganale molto onerosa per la fragile economia scozzese[xvi], il cui mercato scarsamente diversificato è fortemente dipendente da quello con il Regno Unito. Inoltre, le finanze scozzesi vengono sostenute dalla redistribuzione del gettito inglese. Vi è per di più un dibattito su dove stia il confine tra Scozia e Inghilterra, dubbio cartografico che potrebbe tralignare in violenza; ancora, la Scozia ospita numerosi avamposti militari britannici. Infine, tre secoli di convivenza: in sintesi, un legame difficile da rompere. La questione dipenderà dalla temperatura dello scontro: la conciliazione di Londra ridurrà le probabilità dello strappo[xvii]. Se il calcolo economico prevarrà sull’elemento identitario, Edimburgo si muoverà per sfruttare la debolezza negoziale di Londra, fiaccata anche sul fronte irlandese, per ottenere maggiori elargizioni economiche e potere devoluto. Se invece la voglia di indipendenza condurrà ad un referendum con esito positivo, verrà inferto il colpo di grazia al mito britannico.


Fonte immagine in evidenza: The ScotsmanIl confine Scozia-Inghilterra.

[i]https://www.scotsman.com/news/politics/scottish-election-2021-results-snp-win-record-breaking-fourth-term-as-scottish-government-but-miss-majority-3229694.

[ii]https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/06/in-scozia-le-elezioni-piu-importanti-della-storia-se-vincono-i-nazionalisti-si-avvicina-il-referendum-sullindipendenza-da-londra/6185400/.

[iii] https://www.corriere.it/esteri/21_maggio_10/scozia-le-elezioni-referendum-l-indipendenza-piu-vicino-5f6a0162-b16b-11eb-97b4-aa5e7b1c1388.shtml.

[iv]https://www.theguardian.com/uk-news/2021/may/08/nicola-sturgeon-second-independence-referendum-snp-scottish-elections-holyrood.

[v]https://www.theguardian.com/politics/2021/may/08/scottish-independence-referendum-boris-johnson-pushes-back-against-indyref2.

[vi] https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2021/05/11/scozia-indipendenza-voto.

[vii] https://www.limesonline.com/rubrica/lucio-caracciolo-scozia-elezioni-indipendenza-brexit.

[viii] Cfr. L. Caracciolo, Anatra o coniglio?, in Limes, Madrid e Barcellona, 10/2017; per il caso scozzese, cfr. A. Van Der Zwet, Malgrado il no l’indipendenza è più vicina, in Limes, L’impero è Londra, 10/2014.

[ix] Per la Catalogna, cfr. R. Roveda, Il re è nudo, Limes, 10/2017. Per il caso scozzese, cfr. L. Colantoni, Gli indipendentisti scozzesi non odiano gli inglesi, in Limes, 10/2014.

[x] Cfr. A. Gamble, Il mito dell’Inghilterra può spaccare il Regno Unito, in Limes, Il potere del mito, 2/2020.

[xi] https://www.bbc.com/news/politics/eu_referendum/results.

[xii]https://www.repubblica.it/esteri/2016/07/02/news/brexit_la_regina_ai_parlamentari_scozzesi_sarete_saggi_-143270242/.

[xiii] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-le-notti-di-belfast-29988.

[xiv] Cfr. A. Gamble, art. cit.

[xv] Cfr. D. Fabbri, La scommessa degli inglesi, in Limes, La questione britannica, 5/2019.

[xvi] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-soft-power-del-regno-unito-allindomani-della-brexit-29732.

[xvii] M. Keating, Europa o Inghilterra? Il dilemma di Edimburgo, in Limes, La questione britannica, 5/2019.

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