Focus Cina #7: La Cina popolare tra declino demografico e politica di potenza

LUCA GALANTINI | Il capitale umano rappresenta uno dei motori fondamentali di qualunque società. In particolare, in ambito geopolitico le grandi potenze hanno bisogno di una popolazione sempre giovane, dinamica e mobile per perseguire i propri obiettivi di lungo periodo in termini economici e militari. Per qualunque attore statuale e ancora di più per quelli che nutrono ambizioni egemoniche, la crescita demografica è infatti un fattore indispensabile sia per garantirsi la forza lavoro necessaria per sostenere l’economia, sia per disporre di cittadini capaci di sopportare le sofferenze ed eventualmente combattere in difesa degli interessi nazionali. Ciò non dovrebbe sorprendere: una popolazione mediamente anziana, statica e poco mobile è molto meno propensa al sacrificio e disposta a morire per la patria, preferendo invece concentrarsi sull’aumento della qualità della vita e sul mantenimento del benessere materiale, secondo una dinamica tipica delle società di impronta post-storica che non concepiscono più l’uso della forza come strumento di potenza nell’arena internazionale e che si sono disabituate all’ineluttabilità del conflitto.

Avendo registrato nel 2020 una riduzione delle nascite per il quarto anno consecutivo, il governo di Pechino vuole evitare che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) venga ascritta a quest’ultima categoria. Il declino demografico recentemente certificato è ascrivibile alla sempre maggiore pressione sociale cui sono sottoposti gli abitanti del gigante asiatico: negli ultimi decenni, i cittadini cinesi hanno infatti dovuto affrontare il crescente costo della vita nelle aree urbane ed extraurbane, gli alti tassi di inquinamento prodotti dai grandi distretti industriali, le criticità e lacune del sistema sanitario nazionale e l’impegno richiesto dalla dirigenza cinese nello svolgere un ruolo attivo nel risorgimento della nazione per restituire al fu Celeste Impero il ruolo di potenza egemone nella regione e oltre.

Una flessione demografica prolungata costituirebbe un grosso problema per i propositi geopolitici della Cina popolare. Tale tendenza può infatti determinare una diminuzione della forza lavoro disponibile (popolazione in età lavorativa), un aumento delle spese legate all’assistenza sociale (che ricadrebbe sulle fasce più giovani della popolazione), una diminuzione dei consumi interni (che a loro volta accrescerebbero la dipendenza del paese dalle esportazioni) e infine un’inferiore predisposizione della cittadinanza a sopportare situazioni di crisi, inclusa la guerra. In altre parole, il fenomeno rischia di minare gli obiettivi strategici di Pechino che, oltre a dover sanare le faglie economiche e sociali interne – si ricorda che l’aumento crescente e generalizzato del benessere rappresenta la maggiore fonte di legittimità per il Partito Comunista Cinese – intende conquistare l’isola Taiwan entro il 2049 – anno del centenario della fondazione della RPC – e non può escludere un conflitto navale con gli Stati Uniti e i suoi alleati nei Mari Cinesi prima del suddetto termine.

Di seguito, alcuni dati. Secondo il Settimo Censimento Nazionale della Popolazione della RPC (第七次全国人口普查), a fine 2020 la popolazione nella Repubblica Popolare Cinese è risultata pari a circa 1 miliardo e 411 milioni di persone. Rispetto alla precedente rilevazione del 2010, nel paese ci sono circa 72 milioni di persone in più, ma negli ultimi dieci anni il tasso di crescita della popolazione è stato dello 0,53%: si tratta del ritmo di crescita più basso dal primo censimento condotto nel 1953. A questo dato critico si aggiunge la comunicazione diffusa già lo scorso febbraio dall’Istituto Nazionale di  Statistica (NSB), secondo la quale nel 2020 il tasso di natalità era diminuito del 18% rispetto all’anno precedente: nello specifico, l’anno scorso sono stati registrati circa 12 milioni di neonati contro i circa 14,5 milioni nel 2019 – il numero più basso di sempre, se si escludono le circa 11,8 milioni di nascite nel 1961 durante la Grande Carestia Cinese (三年大饥荒, “Tre Anni di Carestia”). 

Durante gli anni della Politica del Figlio Unico (一孩政策), introdotta nel 1979, la popolazione cinese aveva comunque continuato a crescere grazie al miglioramento dell’aspettativa di vita e all’espansione economica seguite alla fine della Grande Rivoluzione Culturale (文化大革命) e all’avvento di Deng Xiaoping alla guida del paese. Tuttavia, nel lungo periodo si è assistito a un sempre più marcato declino della natalità, dovuto sia alla soppressione di milioni di bambine (tramite aborto e infanticidio, in quanto veniva preferito un erede maschio) che ha portato all’attuale squilibrio demografico tra sessi nella popolazione (fattore che impedisce a decine di milioni di giovani uomini di trovare una partner con la quale creare una famiglia), sia alla trasformazione della società, con una crescente classe media che preferisce non avere figli o averne solo uno per non intaccare il benessere materiale acquisito. La preoccupazione che la quantità di persone in età lavorativa stesse scendendo troppo vertiginosamente – nel momento di ascesa della Cina popolare nell’arena internazionale – ha infine suggerito alla leadership cinese di allentare le restrizioni sulle nascite, introducendo la Politica del Secondo Figlio (二孩政策) nel 2015. 

Ma neppure la sostituzione della legge del figlio unico con quella del secondo figlio e il contemporaneo allentamento delle misure riguardanti l’assegnazione dello hukou urbano (si tratta del sistema di residenza cinese, distinto in urbano e rurale) sono bastati per convincere i cittadini cinesi a ingrandire il proprio nucleo familiare: solo nel 2016 è stato registrato un lieve incremento nelle nascite, per poi scendere nei tre anni successivi fino a configurare un crollo nel 2020.                                                                                                                                   Il fenomeno è particolarmente evidente nelle provincie mancesi di Heilongjiang, Jilin e Liaoning, ossia nella parte nordorientale del paese, dove il governo centrale valuta un ulteriore alleggerimento delle restrizioni alle nascite, anche se non la loro completa eliminazione. La condizione demografica cinese è aggravata dall’aumento del tasso di anzianità: si stima infatti che nel 2025 il 14% degli abitanti della Repubblica Popolare Cinese (circa 300 milioni di persone) potrebbe avere più di 65 anni.

Lo scenario delineato spiega perché, a seguito della pubblicazione dei risultati dell’ultimo censimento, il governo di Pechino abbia annunciato lo scorso maggio una riforma legislativa in materia demografica che autorizza le coppie cinesi ad avere fino a tre figli e, allo stesso tempo, stia cercando di ridimensionare gli alti tassi di inquinamento che affliggono il paese e di riformare il sistema scolastico nazionale, in modo da alleggerire la pressione sociale sui giovani e contemporaneamente plasmare futuri cittadini funzionali alla politica di potenza cinese. Annunciata dallo stesso Presidente cinese Xi Jinping, la Politica del Terzo Figlio (三孩政策) appare al momento più una concessione, o meglio un rilassamento delle restrizioni alle nascite, che un intervento organico a sostegno delle nascite, anche se il provvedimento è stato accompagnato dalla promessa di un maggior supporto pubblico per le famiglie per agevolare la crescita della prole, con interventi di natura economica e sociale non ancora precisati. 

La riforma demografica annunciata è funzionale al contenimento nel lungo periodo dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno che può avere marcate ripercussioni sia sul modello di sviluppo del paese, sia sulla sua capacità di perseguire le proprie ambizioni egemoniche. Tuttavia, le nuove misure di Pechino in materia demografica appaiono già insufficienti e tardive per invertire la tendenza in atto. Del resto, già a fine marzo la stessa la Banca del Popolo Cinese (PBOC) aveva proposto di eliminare completamente i vincoli al numero di figli per nucleo familiare e introdurre sussidi e misure volte a sostenere le famiglie numerose – una misura molto più drastica di quella successivamente adottata dal governo centrale.

In ogni caso, occorre sottolineare che il superamento di questa sfida demografica è condizione sì necessaria, ma non sufficiente per la piena riuscita dei piani di sviluppo economico e militare della Cina popolare nei decenni a venire. Inoltre, la questione non può essere unicamente ricondotta alla rimozione degli ostacoli a livello legislativo ed economico: il compito più arduo per le istituzioni cinesi è infatti quello di riuscire ad introdurre efficacemente nella società un modello familiare diverso da quello attuale; in altre parole, convincere una società di figlie e figli unici a creare famiglie numerose.

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