Iran al crocevia: il regime degli Ayatollah alla prova del tempo

Elia Jason Granchi |

“Quarantasette anni di regime. Quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Coincidenza?”.
Con queste parole Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato durante la prima amministrazione Trump, ha commentato sul proprio account X le proteste che dal 27 dicembre scorso scuotono l’Iran. Il riferimento numerologico, apparentemente estemporaneo o, al più, interpretabile in prima battuta come sintomo della (grande) attenzione che la quarantasettesima amministrazione a Washington pone al piano simbolico, assume un significato più profondo se letto in chiave iperstizionale. Questa ci permette di cogliere la sfumatura del post come dispositivo di prefigurazione: il parallelismo tra la durata del regime iraniano e la numerazione della presidenza Trump non mira a spiegare, bensì a suggerire l’inevitabilità di una svolta storica. In tal senso, il tweet non descrive un nesso causale, contribuisce a creare una cornice interpretativa in cui la caduta di regimi longevi appare non solo possibile, ma inscritta in una logica temporale già compiuta.  

Non è un caso che tale dichiarazione preceda di poche ore l’operazione statunitense in Venezuela. Il legame tra Iran e Venezuela non va inteso in termini di simultaneità operativa, bensì di risonanza simbolica: entrambi rappresentano, nell’immaginario strategico statunitense, regimi rivoluzionari sopravvissuti al proprio tempo storico.  

L’azione militare in America Latina si inserisce così in una sequenza narrativa già preparata sul piano discorsivo, dove l’evento non inaugura la rottura, ma ne costituisce il compimento. Tale cornice discorsiva, tuttavia, non opera nel vuoto. Nel caso iraniano, essa si innesta su dinamiche economiche e sociali già fortemente deteriorate, che costituiscono il presupposto materiale delle proteste che, a cavallo tra il 2025 e il 2026, hanno scosso e continuano a scuotere la Persia. 

Quando è stato pubblicato il prospetto di bilancio per il 2026, in Iran sono esplose tutte le tensioni (sopite ormai da diverso tempo) riguardo le condizioni economiche nelle quali gli iraniani si trovano a vivere. Al di là della crisi idrica (l’Iran è al quinto posto a livello mondiale per esaurimento delle falde acquifere), di quella relativa all’urbanistica (dal 1979 ad oggi la popolazione di Teheran è più che raddoppiata senza che lo Stato abbia predisposto piani urbanistici o di abitazione appropriati) e di quella forestale (con gli incendi in consistente aumento nell’ultimo periodo) si è aggiunta anche la crisi economica. La proiezione dei profitti del petrolio, che ci si aspetta coprirà solo intorno al 5% dei costi amministrativi del prossimo anno, è stata solo l’ultima goccia: l’allocazione centrale di valuta straniera per le importazioni (con gli esportatori costretti a vendere al ribasso le proprie riserve di denaro estero a causa di pressioni statali; al 5 gennaio pare che Masoud Pezeshkian, il Presidente iraniano, abbia annunciato la revoca di questa politica), il nuovo regime di accise sulla benzina, la svalutazione del rial hanno tutte contribuito a catalizzare un malcontento che si potrebbe definire quasi generazionale. Mentre il 25% del bilancio del 2025 veniva destinato al riarmo (orientato alla “guerra dei dodici giorni” con Israele, ma non solo), l’inflazione ha toccato quota 43%, il prezzo del pane è raddoppiato, le bollette dell’elettricità hanno registrato aumenti variabili dal 25% al 80% e, paradosso, un colosso della produzione di petrolio come l’Iran si è trovato a importare benzina per dieci miliardi di dollari. 

Uno dei segnali di protesta più importanti, anche dal punto di vista simbolico, è la contestazione dei Bazaari, cioè dei mercanti dei bazaar: di posizione politica tendenzialmente conservatrice e tradizionali simpatizzanti del regime teocratico degli Ayatollah (tanto che pare siano stati i mercanti a finanziare il viaggio di ritorno in Iran di Khomeini), i bazaar iraniani si sono mobilitati contro lo Stato nella più grande contestazione messa in atto dal 1979, entrando in sciopero guidati dai grossisti di frutta e verdura già dal secondo giorno di proteste, e unendosi agli slogan: “Né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”. Un motto che riflette la percezione dei cittadini iraniani delle priorità del proprio Stato nella regione mediorientale. 

Dopo due giornate di relativa calma, un post X del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che dichiarava Washington come “pronta a intervenire” qualora il regime iraniano avesse represso la protesta e ferito o ucciso civili riportava ondate di manifestanti in piazza, in una mobilitazione che per dimensioni non è ancora allo stesso livello di quella organizzata dal movimento “Donna, Vita, Libertà” tra il 2022 e il 2023 ma che si è già estesa a più di settanta tra città e villaggi. 

A dire la verità Teheran ha disposto di rispondere con le armi alle proteste, sparando sui civili e uccidendone un numero imprecisato: le notizie, che come è comprensibile a questo punto della vicenda sono ancora incerte, parlano ora di sedici, ora di diciotto morti nel corso della repressione. 

Repressione che, ad oggi (e nonostante l’aver bollato i manifestanti come “mercenari nemici” in un tentativo forse di screditare la protesta agli occhi degli alleati di Teheran), il regime degli ayatollah sembra sempre meno in grado di contenere. Nella città di Qom, seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad nonché centro di addestramento spirituale per la Quds Force, i manifestanti sono scesi nelle strade al grido di: “Il clero deve andarsene”, mentre in altre città ancora si registrano i primi casi di pasdaran che si rifiutano di sparare sulla folla. Altrove c’era chi inneggiava al nome di Reza Pahlavi mentre sventolava bandiere distintamente persiane, ma dall’aspetto un po’ diverso: al posto del simbolo di Allah, al centro della striscia bianca campeggiava il leone simbolo dell’Iran. Una bandiera che non rimanda solo agli shah: nel simbolo del leone si identificano tutti quei manifestanti che si augurano la fine della teocrazia. 

Il riferimento alla monarchia persiana, però, non è casuale. Tra l’aprile e il maggio del 2025 è stato presentato il piano di rinnovamento nazionale Iran Prosperity Project, guidato dall’Unione Nazionale per la Democrazia in Iran (un gruppo costituito principalmente da iraniani in diaspora: il documento è stato presentato negli USA) col sostegno, appunto, di Pahlavi. C’è di più: il progetto nomina formalmente il principe quale leader ufficiale delle rivolte nazionali. In virtù di questa carica al principe, ammesso che il regime iraniano cada davvero, spetterebbero diversi compiti legati alla fase di transizione verso la democrazia: uno fra tutti l’essere alla guida del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario transitori.  

Va detto che il ruolo (beninteso, molto importante) che il progetto assegna a Reza Pahlavi nel periodo di transizione non vincola l’Iran alla forma di governo monarchica, in qualsiasi declinazione essa possa presentarsi. Il punto 12.6 della terza sezione, quella dedicata al progetto politico di transizione dalla repubblica islamica a qualsiasi cosa verrà dopo, specifica chiaramente che il governo transitorio dovrà indire un referendum sulla forma di governo (da scegliersi tra monarchia o repubblica), lasciando la scelta in capo ai persiani. Che sarebbero chiamati a un’altra scelta forse altrettanto importante sul piano politico e sicuramente cruciale su quello simbolico: il documento prescrive un secondo referendum nel quale si dovrà scegliere tra almeno due opzioni, ovvero procedimenti pubblici, con annesse condanne e punizioni da implementarsi in accordo con gli standard internazionali, per i leader del regime iraniano, oppure amnistia nazionale, con l’obiettivo di accelerare il processo di transizione. È inoltre specificato che qualora gli iraniani optassero per la prima opzione sarà istituito un gruppo di inchiesta dal chiaro sapore sudafricano (si chiamerà, appunto, “Commissione Verità”), sotto l’autorità del giudiziario di transizione. 

Il progetto dettaglia poi tutta la serie di misure che dovranno essere adottate nel periodo di transizione. Tra queste rilevano per importanza quelle legislative: l’orientamento degli autori del documento pare essere quello di mantenere quantomeno alcune norme del periodo degli ayatollah, introducendone di nuove nel tentativo di combinare l’esigenza di stabilità tecnica, in particolare di assicurare il flusso ininterrotto dei servizi di base sia economici-commerciali che di ordine pubblico, con quella di rinnovamento sociale, culturale (grande attenzione è dedicata al tema dell’educazione dei giovani: si parla proprio di “educazione alla democrazia”) e politico. Il tutto nell’ottica di consolidare la fiducia del popolo iraniano nella nascitura democrazia. 

Questo progetto, dall’obiettivo (e dal linguaggio) programmatico, parrebbe legittimare le più rosee aspettative di democrazia in Iran. Ma nella nostra argomentazione non possiamo non considerare tutti i punti di vista, le possibili interpretazioni, le visioni del mondo contrastanti o sovrapposte. 

Abbiamo visto la lettura ottimista (o, se vogliamo, che “gioca d’anticipo”) dell’Iran Prosperity Project; un’interpretazione abbastanza diffusa nei circoli della sinistra radicale è che l’Iran sia uno dei più degni rappresentanti del cosiddetto “asse della resistenza” contro l’imperialismo occidentale, essendone l’avamposto mediorientale: di fronte a una tale schematizzazione, è giusto e legittimo sopprimere le rivolte in quanto destabilizzanti l’unico attore che si può opporre in maniera (relativamente) credibile all’imperialismo occidentale-sionista nel Medio Oriente. Se è vero che l’interesse e l’interferenza dei servizi di intelligence israeliani sono coinvolti nel quadro delle proteste iraniane, è anche vero che per le decine di migliaia di manifestanti ciò che li porta in piazza non sono le spinte dall’esterno, bensì la disperazione che ormai ha sconfitto anche la paura del regime. Ridurre gli iraniani a elementi passivi all’interno di una rivalità regionale tra blocchi antagonisti nega la loro capacità d’azione, di libero arbitrio, di scelta. Nuovamente a parlare di scelta: se è vero che per molti, in Iran, il regime degli ayatollah non è più tollerabile, è anche vero che questo ha avuto le possibilità che ha avuto di insediarsi e controllare il paese anche perché la monarchia Pahlavi ha lasciato uno Stato sistematicamente corrotto a livello amministrativo, profondamente diseguale nelle politiche, e segnato da un’incapacità di governare senza reprimere che se non è identica è quantomeno comparabile a quella di Khomeini e poi di Khamenei. 

Cosa succederà nei prossimi giorni, comunque, nessuno può dirlo. È plausibile che le proteste proseguano, e il collasso del regime non è fuori dal regno del possibile, anche se alcuni osservatori fanno notare che ondate di proteste dalla magnitudo simile si sono risolte (come è stato il caso di quelle di pochi anni fa in seguito all’uccisione di Mahsa Amini) in una repressione su vasta scala terminata poi in uno stallo politico e in un inasprimento delle norme sul piano legislativo (anche se su quello di fatto le donne hanno cominciato a sentirsi, e quindi ad agire, un poco più libere). Ma queste contestazioni generano crepe, che una dopo l’altra si sommano: e a giudicare dalla tangibile degradazione della capacità di soppressione della crisi da parte del regime iraniano, la conclusione è che protesta dopo protesta gli effetti si cominciano a vedere. È auspicabile che gli iraniani trovino la strada, nella fattispecie la loro strada, verso la liberazione politica. Ma non è scritto che questa debba avvenire attraverso la scelta binaria tra la teocrazia totalizzante degli ayatollah e monarchia, che per quanto si vesta di retorica rinnovante è sempre quella Pahlavi; non è scritto che le opzioni siano (solo) quelle dello Stato antisistema che conduce politica di potenza regionale e di influenza su scala quasi-globale o dell’adesione a un ordine internazionale che avalla indiscriminatamente la politica di potenza, fino al punto di non punire (e quindi di permettere) le peggiori atrocità, commesse da Stati di cui i Pahlavi sono da sempre grandi amici.

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