FRANCESCA GRECO | VALENTINA VAIRA |
Kathmandu, 8 settembre 2025. Le strade della capitale nepalese si riempiono di giovani cittadini con cartelli, slogan e telefoni, pronti a documentare una delle proteste più violente degli ultimi vent’anni. Quella che è stata ribattezzata come ‘Gen Z protest’ contro il divieto del governo di utilizzare 26 piattaforme di social media, tra cui Instagram, WhatsApp e X, si è estesa velocemente ad accuse più ampie. Nel mirino dei manifestanti finiscono corruzione di una classe politica che non li rappresenta più, nepotismo e autoritarismo. Il bilancio delle vittime conta 19 morti e – secondo quanto riportato da fonti ONU – almeno 100 feriti. Il crescente movimento di proteste ha portato alle dimissioni del Ministro degli Interni Ramesh Lekhak e, successivamente, anche a quelle del Primo Ministro K.P. Sharma Oli. Questi disordini hanno condotto alla vittoria del partito di centro Rastriya Swatantra Party (RSP), di cui fa parte l’ex rapper Balendra ‘Balen’ Shah, eletto Premier del Paese.
Il Nepal, un Paese geograficamente piccolo situato ai piedi dell’Himalaya e stretto tra India e Cina, ha una storia millenaria, ricca di miti e leggende e attraversata negli ultimi due secoli da profondi cambiamenti politici. Il punto forte del Paese è, senza dubbio, la catena montuosa dell’Himalaya, la quale continua a guadagnare importanza nell’intera regione dell’Asia meridionale, ed è snodo fondamentale in materia climatica, idrica ed energetica. Dalla prima unificazione sotto il re Prithvi Narayan Shah, passando per la fine della monarchia e la nascita della Repubblica nel 2008, fino all’adozione della Costituzione nel 2015, il Paese ha cercato di costruire un sistema democratico stabile e una società più eterogenea dal punto di vista etnico, culturale e religioso. Tuttavia, a distanza di quasi due decenni, questo obiettivo appare ancora lontano e il futuro in bilico tra la forte influenza indiana e l’inarrestabile ascesa della Cina.
Quella che nel 2008 fu percepita come una svolta storica è stata in realtà il risultato di una guerra civile durata dieci anni. La voglia di cambiamento si avvertiva nell’aria già nel 1996, quando il partito maoista lanciò un’insurrezione contro il governo monarchico della dinastia Shah, che teneva il Paese stretto in un pugno di ferro e non lasciava spazio ad alcuna forma di dissenso o rappresentanza partitica. Infatti, nonostante l’approvazione di un costituzione che ha trasformato il paese in una monarchia costituzionale nel 1990, non si è mai realizzato un cambiamento sostanziale. La guerra civile che ne è derivata, e che ha registrato circa 20.000 tra morti e scomparsi e oltre centinaia di migliaia di sfollati, si è conclusa solo nel 2006. La firma del ‘Comprehensive Peace Accord’ ha aperto una fase di transizione culminata con la proclamazione della Repubblica Federale Democratica del Nepal.
Da allora, il Paese si è retto su un compromesso precario tra due parti: il Partito Comunista del Nepal (marxista-leninista unificato), di cui fa parte l’ormai ex Primo Ministro Oli, e il Partito del Congresso. Sulla carta, il periodo repubblicano avrebbe dovuto portare stabilità al Paese, adducendo elezioni competitive, un coinvolgimento maggiore dei cittadini e, in generale, una governance più inclusiva. Tuttavia, il risultato è stato quello di creare una struttura sociale diversificata che non è riuscita ad unificare le molteplici identità che compongono il Paese. Secondo quanto riportato dal Rapporto ‘Fighting Inequality in Nepal: The road to prosperity’, il 10% della popolazione più ricca possiede oltre ventisei volte la ricchezza del 40% della popolazione più povera.
È sotto questa lente di ingrandimento che vanno lette le proteste scoppiate nel settembre 2025. A trainare le manifestazioni sono stati proprio i giovani, studenti e universitari che hanno coordinato azioni collettive sfruttando proprio gli stessi social che il governo voleva bloccare. Così, hashtag come #nepobaby e #nepokids sono diventati lo specchio su cui la generazione Z ha riversato le accuse contro una corruzione molto più profonda. La viralità della campagna su Tiktok, una delle poche piattaforme a non essere bloccata, ha reso possibile la circolazione di idee circa il futuro del Paese. Così, migliaia di nepalesi tra i 15 e i 24 anni, hanno potuto scambiarsi messaggi politici e pensare ad una nuova spinta da imprimere al Paese.

Ingegnere, rapper e politico, Balendra Shah è il personaggio che meglio rappresenta il cambiamento che ha vissuto il Nepal nell’ultimo anno.
Nato a Kathmandu nel 1990 è figlio di un medico ayurvedico e più piccolo di quattro fratelli. Contraddistinto dai suoi occhiali diventati virali, venduti sotto il nome di ‘Balen Shah sunglasses’, Balen ha prima conosciuto la fama come rapper. Parlando di temi quali corruzione, povertà e disoccupazione, ha guadagnato il seguito di tutti coloro che ambivano, ed ambiscono, ad un capovolgimento politico nel Paese. Tratto distintivo di Balen non sono tanto le sue diverse attività, quanto la sua personalità. Lontano dai media tradizionali, la sua comunicazione si basa sulla sua persona e sui social media, dove ha numeri senza eguali in Nepal (circa 6 milioni in totale). Linguaggio diretto, senza scrupoli, accusa apertamente crimini ed oppositori politici.
Per quanto amato dalla generazione Z, Balen non è rimasto indenne a scandali e controversie. Posta su Facebook inveendo contro politici ed altri Paesi, cancella il post subito dopo, a distanza di mesi si dimette dalla carica di sindaco ed entra a far parte del RSP, uno dei partiti vittima del suo sfogo social. Unendosi al coro di protesta, chiede al leader precedente, Oli, di riconoscere di essere un ‘terrorista’. Ancora, nel 2023, dopo che l’India mise in mostra un murales della ‘Akhand Bharat’ (Grande India), il quale includeva territori di paesi confinanti, fra cui il Nepal, Balen sfoggiò nel suo ufficio una mappa del ‘Grande Nepal’, con territori prima nepalesi, ora indiani. Mentre l’India ha percepito un attacco ai confini attuali, il Parlamento nepalese ha additato la risposta di Balen come ‘mappa culturale’, senza alcun risvolto politico. Questi alcuni degli esempi di un personaggio che per quanto – o forse grazie al suo essere – sfrontato e diretto, è rimasto in auge sostenuto dagli ideali che rappresenta. A partire dagli stessi testi delle sue canzoni, capiamo perché, a differenze della classe dirigente tradizionale, la sua ascesa è stata così rapida e seguita dai più giovani.
La canzone Nepal Haseko (Nepal Sorridente) è diventata, infatti, l’inno delle proteste dello scorso anno, citando: ‘Voglio vedere il Nepal sorridere; Voglio vedere i nepalesi vivere felicemente’.
Il sistema elettorale nepalese è misto fra maggioritario uninominale e proporzionale, da una parte favorisce l’inclusività mentre rende difficile la formazione di una maggioranza assoluta, portando spesso a coalizioni fragili. Dal 2008 si sono succeduti al governo i partiti della ‘vecchia guardia’: il Partito del Congresso, centrista e più vecchio del Paese, il Partito Comunista del Nepal (marxista-leninista unificato) e il Partito Comunista del Nepal (centro maoista) legato alla figura dell’ex guerrigliero Pushpa Kamal Dahal.
Le elezioni del 5 marzo si sono tenute per il rinnovo della Pratinidhi Sabha, la camera bassa del Parlamento. Previste per il 2027, sono state anticipate a seguito delle mobilitazioni anti-governative di settembre, che hanno portato alle dimissioni del precedente capo del governo Oli, al suo terzo mandato, e ad un governo ad interim con a capo Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema.
Il peso demografico delle nuove generazioni, in un Paese dove l’età media è intorno ai 26 anni, si percepisce dagli 800 mila votanti alla prima esperienza. Non solo, da notare è anche l’ondata di nuovi partiti, arrivando ad un totale di 120 in un paese di 30 milioni di abitanti. Di questi, molti si sono registrati formalmente, per lo più composti da attivisti, studenti e professionisti nuovi nella scena politica. Parallelamente, la ‘vecchia guardia’ ha vissuto un riammodernamento. Infatti, il Congresso nepalese è ora rappresentato dal giovane volto di Gagan Thapa.
Con un turnover elettorale a quasi 60%, il RSP, partito centrista Rastiya Swatantra, si è aggiudicato 182 dei 275 seggi, assicurandosi, così, la maggioranza e creando netto distacco con gli altri partiti. Il Partito del Congresso nepalese segue con 38 seggi e i restanti 25 sono occupati dal Partito Comunista del Nepal, nato nel 2025 dall’unione del centro maoista e del Partito Comunista marxista-leninista unificato.
Fra i 165 collegi elettorali si può considerare rappresentativo Jhapa-5. A contrario delle aspettative, Balen, invece di candidarsi per il Parlamento a Kathmandu – dove è già stato sindaco – si è presentato a Jhapa-5, considerato caposaldo politico del suo principale rivale. La vittoria, con 68,348 voti a fronte dei 18,734 di Oli, ha dimostrato la trasformazione delle proteste in un effettivo cambiamento politico ed istituzionale.
Il Nepal, comunque, è solo il più recente e, forse, altisonante esempio di una consistente e sempre più coesa mobilitazione giovanile contro ‘i piani alti’ del governo. In tutta l’Asia meridionale si sono registrate proteste simili: nel 2024, una rivolta guidata dai giovani ha posto fine ai 15 anni di governo di Sheikh Hasina come Primo Ministro del Bangladesh. Ondate di manifestazioni si sono riversate anche sullo Sri Lanka, portando alla caduta del governo corrotto di Gotabaya Rajapaksa. E nelle Maldive, il malcontento per la regressione democratica e la corruzione continuano ad alimentare disordini, con la richiesta di un reale cambiamento politico.
Sullo sfondo di queste rivolte c’è sicuramente un forte dissenso interno, ma questa non è l’unica faccia della medaglia. Il Nepal si è dovuto districare, negli anni, tra la fitta rete di interdipendenza indiana e l’apertura nei confronti della Cina.
L’India si è eretta a protettrice della democrazia e ha accolto il suo ruolo – conferito ed accettato anche dagli Stati Uniti – di ago della bilancia liberale nell’Indo-Pacifico. Nonostante questo, nei rapporti con la regione, lo Stato indiano si è spesso comportato da attore profondamente illiberale, sostenendo regimi autocratici e interferendo negli affari interni dei Paesi vicini. A dare il via a questa mutua alleanza fu, nel 1979, la dichiarazione del presidente americano Jimmy Carter, secondo cui Washington avrebbe lasciato all’India la gestione delle dinamiche dell’Asia meridionale. Da tutto questo, ne deriva che per gli Stati più piccoli, l’India è vista come una grande potenza regionale, che agisce nei suoi interessi. E gli Stati Uniti hanno assecondato questo scenario in silenzio, troppo timorosi di perdere il loro principale alleato nell’area. Con il solo obiettivo di promuovere un Indo-Pacifico ‘libero e aperto’, il Quad (Quadrilateral Security Dialogue) è nato come un’alleanza strategica tra Giappone, Australia, India e Stati Uniti per preservare la stabilità della regione. Un esempio recente del ritiro statunitense è lo smantellamento dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la riduzione dell’assistenza internazionale, condizionando in questo modo le attività in Nepal, dove vediamo la chiusura di 34 programmi che, creando un effetto domino, hanno colpito anche ONG e infrastrutture su cui la giovane governance locale faceva affidamento.
Il forte risentimento anti-indiano – riconosciuto allo stesso modo anche in Sri Lanka e Bangladesh – ha spianato la strada alla dilagante influenza cinese. Pechino si è lentamente inserita in questo equilibrio presentandosi come partner alternativo, attraverso la promessa di prestiti e armamenti e sottolineando il rispetto per la sovranità dei nuovi governi nella regione. Dalla firma della ‘Belt and Road Initiative’ nel 2015, i rapporti fra Nepal e Cina si sono evoluti fino ai più recenti ‘Framework for Belt and Road cooperation’ del 2024 e il ‘Kathmandu Ring Road Agreement’ del 2026.
Ed è questa la sfida che si prospetta nell’immediato futuro di Balen: l’idea di un ‘Nepal sorridente’, autenticamente inclusivo e capace di affermare la propria indipendenza sia dal secolare condizionamento indiano sia dal crescente dominio cinese.
Bibliografia
Nepal Haseko – https://www.youtube.com/watch?v=lCJRnlXy6SM
https://spectator.com/article/why-nepals-gen-z-overthrew-its-government
https://www.dw.com/en/balen-shah-from-rebel-outsider-to-nepals-next-prime-minister/a-76347785
https://www.aljazeera.com/features/2026/3/2/balen-shah-rapper-mayor-nepals-next-prime-minister
https://www.chathamhouse.org/2026/03/nepals-general-election-will-test-political-power-gen-z

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