La strage di Orlando e il mito americano. Così avanti da trovarsi indietro

Cercare un punto d’inizio per un’analisi lineare sembra difficile; la causalità o la nozione del probabilmente vero non aiutano per la natura sociale della questione. Per comodità, per l’assenza di un unico “centro” e per non incappare in dinamiche aristoteliche di ricerca del “primo motore immobile”, si assume come punto di partenza in questa sede il caso di intolleranza nei confronti del diverso che è quello della strage di Orlando. Al di là delle dinamiche, del soggetto che l’ha compiuta e delle rivendicazioni anche in campo internazionale (l’ISIS si attribuisce autonomamente un evento di questa portata solo per le inclinazioni religiose dell’esecutore) che non saranno prese in esame, il punto focale è la brutalità. La brutalità del gesto funziona come trampolino di lancio nella disamina della concezione dell’umano, del diverso e di come il multiculturalismo sia arrivato al suo capolinea.

 

“Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”

Fernando Pessoa

 

L’umano è una definizione forte che spesso trova limiti invalicabili nella mente dell’individuo. Sicuramente è una questione normativa in senso letterale, in quanto trova nella norma (non necessariamente giuridica, si fa capo ad un altro tipo di norma definibile “sociale”) la sua definizione. Il problema si pone quando nell’esperienza del reale si presenta qualcosa che sta fuori dalla definizione costruita “a prova di bomba”; la violenza ai danni di un altro essere umano viene perpetuata quando lo si considera estraneo a quella definizione, che ricopre un ruolo che in certi sensi spaventa e mette a rischio le certezze consolidate. Come comunità siamo spesso soggetti alla violenza; questo, dunque, significa che si è costituiti dalla vulnerabilità. Nel caso specifico di Orlando, gli echi delle seguenti parole di Judith Butler in Fare e disfare il genere (titolo originale Undoing Gender, 2004) “né il genere né la sessualità sono esattamente qualcosa che si possiede, ma rappresentano un modo di essere spossessati, modi di essere per l’altro, in virtù dell’altro” si caricano nuovamente di attualità. La violenza è quel mezzo attraverso il quale la vulnerabilità dell’essere umano si mostra nella maniera più orribile: si è totalmente consegnati all’arbitrio altrui e la vita stessa viene deteriorata da questo processo. L’umano, che dovrebbe essere una categoria performativa aperta alle sfumature che col tempo possono presentarsi, si mostra essere anche nella cronaca una nozione chiusa; rivela oltretutto che, in nome di una nozione normativa di morfologia umana, vengono stigmatizzati (nell’ultimo caso eliminati) coloro che sfidano le nozioni comunemente accettate. A livello linguistico, alcuni soggetti non si adattano ad alcuna definizione esistente di umano: la loro estraneità a questa categoria (definibile come disumanizzazione) ha luogo primariamente a livello culturale dal quale si origina una violenza fisica, come dimostrato da fatti a noi coevi. Questa non vuole essere una critica queer al mero fatto di cronaca, ma una presa di coscienza che anche gli USA si trovano di fronte ad una crisi del multiculturalismo molto simile a quella europea.

È possibile analizzare anche il fenomeno sociale dell’uccisione di vari cittadini di colore da parte del corpo di polizia americana. Anche questo fatto denota una forte dose di razzismo e di discriminazione nei confronti di un altro tipo di minoranza. Ad analisi di quest’ultimo punto in questione, viene alla mente una celebre frase di Frantz Fanon: “Il nero non è umano”. Con questa dichiarazione lo psichiatra e filosofo francese, discendente da schiavi africani, muove la propria critica nei riguardi di un umanesimo che marchia anche in termini razziali la categoria di umano. Tali episodi portano a pensare al fallimento del multiculturalismo come fenomeno omogeneizzante ed integrativo a senso unico e in primis al fallimento della rivoluzione americana, come il resto degli altri fenomeni rivoluzionari. Questi due eventi storici sono importanti al fine di focalizzare l’attenzione sulla situazione statunitense e successivamente analizzarla a livello più esteso. Che le rivoluzioni vanno a finire male fa ridere. Ma chi si vuol prendere in giro? Non si intende discutere qui se veramente le rivoluzioni falliscano o quali siano i processi storici che ne determinano il fallimento, ma solamente quelle prese in analisi. Gli americani hanno fallito fin prima della guerra d’indipendenza: si presentano come una nuova nazione che ha superato il concetto dominante di nazione ed a causa della natura eterogenea del popolo scommettono sull’emigrazione universale, realizzando un nuovo popolo che scardina la nozione di “identità nazionale”. Questo è assolutamente rivoluzionario. L’America che si presenta in quel periodo storico agli occhi del mondo è l’America di Jefferson, Melville, Thoreau; un’America totalmente rivoluzionaria che annuncia “l’uomo nuovo”. Il fallimento della rivoluzione americana si nota meglio se si pensa che ha prodotto personaggi politici come Reagan, i Bush (che poco hanno a che fare con lo spirito di ciò che si è appena espresso) e i tragici fatti di cronaca. All’interno di ciò, dove ha fallito il multiculturalismo? Esso fallisce nel momento in cui si attua un divenire maggioritario, come in Europa, che produce omogeneità e non eterogeneità. Prima si è affermato che il processo di integrazione è a senso unico: si fa riferimento all’appiattimento delle differenze sociali, culturali, ideologiche, delle minoranze al fine di creare un’unica maggioranza. Non vi è un divenire nel mezzo, dove le parti si incontrano e acquisiscono qualità maggiori per migliorare le proprie caratteristiche, ma un semplice spostamento fisico da un luogo ad un altro. Minoranza e maggioranza non si oppongono solamente a livello quantitativo; la maggioranza presuppone un’unità di misura specifica. Si supponga di prendere ad esempio (tutto deleuziano) di unità di misura l’uomo bianco, maschio, adulto, ragionevole, eterosessuale, metropolitano, che parla una lingua standard. È chiaro che qui l’uomo risulta maggioritario anche quando è numericamente inferiore ai bambini, donne, persone di colore, ai contadini, agli omosessuali. Egli si configura come maggioritario per il semplice fatto che vi compare due volte: una volta come costante, l’altra come variabile. La maggiorità presuppone uno stato di diritto e di dominio, come è la maggiorità a scegliere la costante e non il contrario; pertanto è presente una determinazione della costante che può essere ritenuta minoritaria per natura indipendentemente dal numero, ovvero come un sotto insieme o un insieme esterno. A questo punto tutto si inverte. Non esiste un divenire maggioritario, ma solamente un divenire minoritario in quanto l’unità di misura presa all’inizio dell’esempio si rivela vuota perché la maggioranza si basa sull’idealtipo, mentre minoranza si è tutti. La minoranza è il divenire di tutti in quanto in ciascuno di noi vi è almeno un elemento di deviazione dal modello maggioritario. In breve: essendo il multiculturalismo non un fenomeno sociale ma un fenomeno prettamente giuridico, si tende a mantenere in piedi una diga che è possibile definire inclusiva, ma che perde acqua da tutte le parti e si ritrova quasi vuota. Si impone quindi un ripensamento e un capovolgimento del multiculturalismo (nei modi di quanto appena detto), altrimenti la presenza di un multiculturalismo antitetico come quello presente rischia di sgretolarsi definitivamente.

 

Stefano Rubbi

 

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