Giustizia inefficiente e corruzione, barriere nazionali contro i capitali esteri nel post-Brexit.

Considerati i risultati del referendum inglese del 23 giugno e la probabile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, gli altri paesi UE sembrerebbero muoversi sotto la spinta della competizione per attrarre capitali delle grandi società in fuga dall’isola, dove il futuro economico e commerciale sarà in prospettiva caratterizzato da una estrema incertezza, condizione che in assoluto meno piace agli operatori finanziari. Probabilmente, però, l’Italia, pur partecipando a questa gara, non riuscirà a classificarsi tra i vincitori. Sono anni che perde questo tipo di competizioni. Il problema della scarsa attrattività degli investimenti stranieri nel nostro paese è riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ciclicamente, spesso in occasione dell’uscita di una delle tante classifiche sull’argomento che ci posizionano a livelli scoraggianti, ben lontano da quelli dei nostri più prossimi competitori, gli altri grandi paesi europei. Paesi che attraggono, e molto, sfatando il falso mito della concorrenza degli stati meno sviluppati che usano strumenti fiscali e offrono manodopera sottopagata per tentare gli investitori. Infatti, le grandi aziende, quando cercano nuovi spazi dove svilupparsi e crescere, inseguono la qualità e le capacità della forza lavoro impiegabile. Due fattori che indiscutibilmente nello Stivale non mancano. Tutta la penisola è disseminata di aziende che creano prodotti innovativi e di elevatissima qualità, marchi conosciuti in tutto il mondo per valore ed esclusività, imprese che producono componenti ad alto contenuto tecnologico per grandi società multinazionali. Insomma siamo nell’epoca del know how, e l’Italia sembra esserne particolarmente fornita, eppure non riusciamo ad attirare grandi investimenti stranieri sul suolo nazionale; assistiamo, invece, spesso a operazioni di sottrazione di queste capacità, cosa che accade ogni volta che una società straniera assume un “cervello” italiano, o, ancora peggio, quando tramite operazioni finanziarie gruppi stranieri acquisiscono imprese e divisioni di aziende italiane per impossessarsi di brevetti e competenze, esportandole nei loro Paesi d’origine e lasciando sul posto chiusure e licenziamenti.

Il problema ha origini diverse, l’avversione a investire in Italia deriva da due fattori che poco hanno a che fare con le capacità professionali degli italiani: l’inefficienza del sistema giudiziario e la corruzione.

Una precisa analisi, per quanto riguarda il primo problema, è quella svolta nel 2014 da tre economisti del Fondo Monetario Internazionale, Gianluca Esposito, Sergi Lanau e Sebastian Pompe; molteplici sono i problemi che emergono, gran parte dei quali possono essere riassunti efficacemente attraverso alcuni numeri. Ad esempio: 1185, i giorni in media necessari per la conclusione di un contratto, più del doppio della media dei paesi OCSE (ce ne vogliono poco più di 200 in Norvegia e circa 300 in Francia); 8, gli anni impiegati in media per giungere a una sentenza della Corte di Cassazione, rispetto ai 788 giorni necessari in media per vedere terminata una causa nel grado più alto negli altri paesi OCSE; 1187, il numero delle violazioni dell’art 6 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che sancisce il diritto alla ragionevole durata del processo, risultato che ci permette di essere i detentori di questo record, seguiti da Turchia, Grecia, Polonia e Ucraina, le quali sicuramente avranno molti altri problemi, anche nel settore giudiziario, ma non raggiungono neppure le 600 violazioni; infine 10 milioni, ovvero il numero (approssimativo) di cause pendenti nei vari gradi e sezioni delle corti italiane. La lista potrebbe continuare, ma già questi pochi dati riescono a far emergere l’anomalia e la gravità della situazione italiana.

L’inefficienza del sistema giudiziario solleva vari problemi: il primo è ampio e di carattere filosofico politico. Nel momento in cui i tempi delle sentenze si dilatano così tanto viene messa in discussione la tutela fattuale dei diritti dei cittadini e quando ciò accade significa che lo Stato perde quella capacità fondamentale acquisita nel momento del passaggio a stato di diritto. Un secondo aspetto concerne la sfera meramente (se così si può dire nel 2016!) economica: cause lunghe e incerte provocano incertezza sulla rapida riscossione dei crediti, difficoltà di accesso al credito e soprattutto stabiliscono una condizione di perenne rischio di potersi ritrovare invischiati in costosi e interminabili processi. In questo modo è quindi minata l’attrattività per gli investitori esteri. Alcuni tentativi di risolvere il problema sono stati compiuti nel corso degli anni, tra gli altri l’emanazione della legge Pinto (89/2001), che ha introdotto il diritto a una riparazione in caso di processi irragionevolmente lunghi, o l’introduzione dell’istituto della mediazione civile che ha alleggerito la mole di lavoro dei tribunali ordinari. Altri grossi passi avanti potrebbero essere fatti se venisse approvato il disegno di legge relativo proprio all’efficienza del processo civile, approvato dalla camera il 10 marzo 2016 (atto C.2953) ma non ancora discusso in Senato.

Passiamo all’altro elemento: la corruzione. L’organizzazione Transparency International che monitora l’impatto della corruzione sulla società in tutto il mondo, ci posiziona 61esimi nella classifica stilata calcolando l'”Indice della percezione della corruzione”, fattore che influenza pesantemente le scelte di un potenziale investitore. L’ambasciatore statunitense in Italia John R. Phillips, che ha parlato di questo tema a Pisa nel febbraio 2015, ha citato una ricerca del Centro Studi di Confindustria che calcola che se la corruzione fosse ridotta al livello francese il PIL sarebbe più alto di 300 miliardi. Approfondire accuratamente è difficile, le stime sull’aumento di PIL e soprattutto sull’incremento della crescita derivanti dall’eliminazione della corruzione sono varie e variegate, le cifre che emergono però sono sempre importanti e si tratta comunque di indicatori che non riescono minimamente a tenere conto di tutte le distorsioni secondarie che gravano sul sistema economico. Una cosa però è certa: si tratta di freni potenti agli investimenti stranieri. Tra gli sviluppi più recenti per la lotta al fenomeno c’è l’istituzione dell’ANAC, avvenuta nel 2014, che ha sostituito altri organismi analoghi, ma che, come i predecessori, svolge primariamente un’attività di monitoraggio, avendo mantenuto il difetto principale, ovvero quello di detenere poteri di sanzione solo amministrativa.

Il problema della corruzione in Italia è profondamente radicato, e uno dei maggiori fattori di crescita del fenomeno è la mentalità, diffusa in larghe fette della popolazione, per la quale la corruzione non è un comportamento criminale ma un innocuo vizio di qualche soggetto più intraprendente, nonché un mezzo necessario per combattere una burocrazia opprimente e deleteria, nonché un comportamento da “furbi”, quasi una virtù. Quando un fenomeno come questo diventa un aspetto integrante della cultura di una parte della popolazione, lo Stato può emanare leggi su leggi e istituire organismi sempre più efficaci, ma solo un cambio di mentalità diffuso può permettere una vera estirpazione del problema. Per vincere questa battaglia lo Stato deve primariamente (sembra superfluo evidenziare il passaggio della pulizia interna) occuparsi di far comprendere ai cittadini il vero costo che la corruzione comporta, e che sono loro i soggetti imputati a pagarlo. Fortunatamente sembra che sia in corso una presa di coscienza da parte della cittadinanza, ma il problema è ancora lungi dall’essere risolto e il gap con le altre nazioni a noi vicine resta ampio.

 

Fonti:

 

Gianluca Falconi

 

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