Previsioni alterate e sconfitta del politically correct

Sembra proprio che sia passato un immenso tsunami che ha spazzato via con una forza brutale tutte le idee, gli schemi e le certezze che fieri seguivamo, o che ci avevano semplicemente inculcato. Come scrive Bruckner su Le Monde, non capiamo più il mondo in cui viviamo, non siamo più capaci di interpretare i segnali che ci manda, e questo, perché i nostri strumenti di analisi non sono più adatti, sono obsoleti. Dopo i vari mea culpa di giornalisti, analisti, politologi, storici e quant’altro, è arrivato il momento di ripensare un attimo ai nostri approcci allo studio delle dinamiche sociali del tempo in cui viviamo. L’elezione di Donald Trump è l’occasione da cogliere al volo per fare questo esercizio e farsi, appunto, due domande.

Innanzitutto, con la vittoria del multimiliardario newyorkese, sono suonate le campane a morte del politically correct. Quando in un regime democratico s’instaura la dittatura del “politicamente corretto”, e quindi tutti i pensieri e le parole anti-mainstream vengono bollate come vergognose eresie (la diffidenza verso l’islam diviene subito islamofobia, la critica verso le politiche sull’immigrazione ci fa essere immediatamente xenofobi, e così via) si crea un malessere all’interno di più strati sociali che sfocia inevitabilmente, prima o poi a seconda della reattività di un popolo, in una decisione “estrema” o anti-establishment. C’è da dire che in realtà i cittadini americani non hanno votato contro l’establishment, ma solamente per un altro establishment; per Big Pharma e i petrolieri contro le automobili e le rinnovabili, ad esempio. L’immunità della maggioranza dei cittadini americani dalle accuse da parte di eminenti personalità provenienti da varie realtà sociali di essere filonazisti, sessisti, xenofobi, stupidi e ignoranti, è la riprova che siamo alla fine dell’era degli elettori ideologici e che oggi e sempre più in futuro si voterà con la pancia e non più con la mente. Non sta certo a me giudicare se sia un bene o un male, ma sta di fatto che tra i due candidati uno è “presentabile”, politicamente istruito, portatore di grandi ideali socialmente corretti e condivisibili, e un altro rozzo, istintivo ed appunto “scorretto”. Chi ha vinto?

La parte del popolo americano che ha dato la vittoria a Trump, cioè i lavoratori dimenticati, quelli del midwest, dell’Ohio, della Pennsylvania hanno notato come il sistema economico americano sia peggiorato negli ultimi otto anni e quindi, senza star troppo a pensare a come venivano bollati dall’alta società, hanno deciso di cambiare. Calza a pennello la frase di Paul Thiel, cofondatore di PayPal e forse unico ad aver votato per Donald nella Silicon Valley, il quale disse che in sostanza i media prendono sempre Trump alla lettera e mai sul serio, mentre i suoi elettori lo prendono sempre sul serio, ma mai alla lettera.

Anche in Europa la situazione ha connotati simili. La sinistra, soprattutto, ma anche la destra europea (se ancora di destra e sinistra si può parlare) stanno lentamente perdendo terreno in favore di psuedo formazioni politiche che mirano appunto alla pancia dei cittadini, quindi i vari Front National, Movimento Cinque Stelle e Alternative fur Deutschland. I Paesi dell’Europa continentale non sono come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, dove si riesce a canalizzare le forze dissidenti in quelle mainstream. Qui si vengono a creare nuovi movimenti che rifiutano tutto e tutti. Non possiamo fare previsioni certe (è bene darsi una calmata dopo il flop delle previsioni americane) ma i partiti storici europei devono riformarsi al più presto e imparare anche nuovi tipi di linguaggio, assumere leggerissimi andamenti populistici sempre più efficaci al giorno d’oggi. Quel che ci vuole è “resilienza politica”: gli scenari sono cambiati, la società è cambiata e necessita di qualcos’altro rispetto a poco tempo fa. La capacità di adattamento delle forze politiche tradizionali sarà il loro vero nuovo punto di forza.

 

Lorenzo Bonucci

 

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