Cinismo, rivoluzione e militanza: analisi del pensiero cinico nella politica. Quali prospettive?

Alla luce dei recenti fatti storici e dei nuovi personaggi che da qualche anno popolano la scena internazionale, si pone la domanda su cosa porti con sé questo vento di netta irriducibilità con il sistema vigente. Gli epifenomeni che spingono a questa riflessione possono essere: il terrorismo veicolato in maniera capillare (sia dagli agenti terroristici sia dalla narrazione mediatica che ne segue), il concetto di rivoluzione e di militanza. Per iniziare, è utile inquadrare quella mentalità che genera il sentimento rivoluzionario moderno (politico, religioso) e la militanza in senso ampio: il cinismo.

Il cinismo è quella tradizione di pensiero che trova radici nell’Antica Ellade, la quale ha cullato la vita di molti dei cinici più illustri come Diogene “il Cane”. Diogene può essere il rappresentante di quell’antico pensiero incurante dell’assetto sociopolitico e di valori di un dato momento storico. Dalla monografia e storiografia antica, i cinici sono sempre guardati con sospetto poiché il loro comportamento nella polis veniva ritenuto ambiguo: solitamente incuranti dei rapporti di potere esistenti, essi attaccavano verbalmente la politeia e la cittadinanza greca al fine di scuoterne gli animi in modi alquanto dubbi con una serie di pratiche disprezzate, condannate e violentemente criticate (ad esempio: l’offesa dell’interlocutore). É infatti celebre il dialogo tra il Alessandro Magno e Diogene, ove il cinico par excellence non risparmia le peggiori ingiurie ad Alessandro il Conquistatore, rischiando di perdere la vita per mano dello stesso, ma attraverso un gioco di persuasione e franchezza riesce a dire quel che pensa senza essere ucciso. In cosa consiste questo ordine del discorso che il cinico utilizza? Esso è il discorso parresiastico che fa capo alla parrēsia: parlare francamente, dire la verità, dire tutto ciò che si pensa. La verità che il parresiasta vuol far fruire al suo interlocutore non è la verità oggettiva, ma il risultato di una veridizione. Per veridizione (termine coniato da Michel Foucault) si intende: dichiarare che una cosa è vera secondo la visione del mondo di un determinato soggetto, piuttosto che oggettivamente vero. Tuttavia, la nozione di parrēsia non sarà analizzata in questa sede; è servita esporla per far comprendere l’arma utilizzata dal cinico che si trasforma in modus vivendi.

Il cinismo contemporaneo è analizzato dalla Germania nel secondo dopoguerra (qui sarebbe interessante analizzare le motivazioni che portano un paese occupato e diviso a ragionare intorno a questa tradizione di pensiero). Gli autori che si cimentano in questa disamina del pensiero cinico contemporaneo lo definiscono come il coraggio di essere creatori di se stessi. Sia il cinismo antico che contemporaneo, vertono sull’affermazione individualistica di sé in risposta alla distruzione della polis e della comunità politica. Il cinismo è sempre presentato come arte del vivere connotata dall’esacerbazione della vita privata, presa nella sua massima singolarità: tutto questo per reagire all’assurdità del mondo moderno.

Un veicolo di traduzione, di sfogo nella società del cinismo, è analizzato molto bene da Michel Foucault, il quale sarà d’ausilio per descrivere la correlazione tra cinismo, rivoluzione e militanza. L’archeologo dei saperi afferma che una delle posterità del cinismo è quella che nell’ambito politico è definita come “rivoluzione”. Prima di analizzare lo studio foucaultiano sulla rivoluzione, vorrei partire da più indietro: Immanuel Kant. Il filosofo idealista, nel suo scritto “Was ist Aufklärung” (Che cos’è l’Illuminismo), definisce in modo chiaro, netto e pessimistico, che cos’è la rivoluzione. Egli qualifica il moto eversivo come un segno del progresso in senso rimemorativo, dimostrativo e prognostico. Non è la rivoluzione in se stessa che produce senso all’atto capovolgente; ciò che è significativo è il modo in cui essa produce rappresentazione, il modo in cui viene accolta da coloro che non vi partecipano, ma che vi assistono e si lasciano trascinare. Tuttavia, la rivoluzione, secondo Kant, è un fenomeno destinato al fallimento perché si esce da uno stato di minorità per entrarne in un altro, ed è “così colma di miseria e crudeltà che un uomo benpensante, anche se potesse sperare di intraprenderla con successo una seconda volta, non si deciderebbe a tentare l’esperimento a tal prezzo“. Quindi, il segno del progresso della rivoluzione è tutto ciò che sta intorno ad essa: la partecipazione.

In contrapposizione, il cinismo manifesta nella nostra società un modo diverso di sentire la rivoluzione e la militanza per il raggiungimento del sovvertimento dello status quo. Questa forma di pensiero, intesa come scandalo della verità, la si potrebbe riscontrare nei movimenti sovversivi che hanno preso a prestito parecchie forme della spiritualità religiosa monoteista. Il cinismo ha fatto e fa parte delle pratiche rivoluzionarie del XIX, XX e XXI secolo. Di conseguenza, vista la correlazione che sarà chiarita successivamente, il militantismo può essere descritto nel modo in cui la vita è organizzata e definita come attività rivoluzionaria per il conseguimento della rivoluzione tout court. Si potrebbe affermare che nell’800 la rivoluzione era caratterizzata dalla socialità e dalla segretezza manifeste negli ordini massonici del XIX secolo.

Nello scorso secolo e in questo, troviamo un militantismo che non è più segreto, ma visibile, forma istituzionale e riconosciuto, che ha obiettivi in campo sociale e politico: i partiti socialisti e comunisti vengono riconosciuti come partiti ribelli. È presente in questi formazioni il sentimento di gauchisme (l’essere di sinistra). Quando un individuo di sentimento rivoluzionario entra a far parte di questi partiti, non può tutt’oggi, in qualsiasi di essi, attuare quei metodi di manifestazione dello scandalo verso valori appresi, o quadri tradizionalmente insediati nella società come quelli che verranno delineati successivamente con la militanza terroristica; anche se, nella necessità di dover vivere in società e avere alcune caratteristiche comuni a tutti per la sopravvivenza in essa, non è attuabile uno stile di vita cinico come quello ellenico: in questo modo è lo stile di vita manifestato dal militante si impregna di valori appresi, comportamenti abituali e modelli di condotta tradizionali.

Il terzo modo di essere rivoluzionari è quello che Foucault definisce il militantismo come testimonianza di vita, ovvero essa stessa (la vita) diventa testimonianza di verità. Lo stile di rottura totale deve essere manifestato direttamente, visibilmente, praticato costantemente. È qui evidente l’affinità tra cinismo, rivoluzione e militanza, in quanto gli ultimi sono le manifestazioni politiche del primo. La forma di adempimento alla vita sovversiva ha assunto diversi gradi di importanza e diversi valori dominanti (segretezza, organizzazione visibile e stile d’esistenza); da qui, lo scandalo cinico della vita rivoluzionaria, in rottura con la vita normalmente ammessa che fa apparire il risultato della veridizione e la testimonia, ora si rovescia nelle strutture istituzionali del partito antisistema con l’adozione di valori appresi in contrapposizione alla sedicente decadenza della società contemporanea. Tuttavia, all’inizio di questo secolo, balza agli occhi che non è più il sentimento di gauchisme ad essere il collante dei cinici rivoluzionari, ma si è spostato in partiti e organizzazioni che sono difficilmente collocabili nel ventaglio politico destra-sinistra: movimenti populisti, le cui radici del pensiero possono essere riscontrate nel platonismo politico, nel nazionalismo di fine ‘800, nell’anarchismo e nel pensiero reazionario. Un’accozzaglia eclettica, che difficilmente raggiunge una sintesi organica e sistematica del pensiero politico di questi nuovi attori politici.

Adesso passiamo al rapporto tra cinismo e terrorismo (inteso come una forma di militanza contemporanea piuttosto estrema). Il terrorismo con l’atto del martirio è definibile come pratica della vita fino alla morte per la verità, un passaggio al limite, delirante, di questo coraggio per la verità che si traduce nella strage. In questo modo si va verso la verità, facendola esplodere fino a perdervi la vita e toglierla agli altri. Si potrebbe dire che per il terrorista la verità (intesa come risultato di un atto di veridizione) è colorata con il sangue. La qualità cinica di quest’atto è proprio nell’utilizzo di mezzi estremi, disprezzati, condannati come appunto lo sono le pratiche ciniche. Bisogna far chiarezza: le qualità degli atti sono le stesse, non le azioni poste in essere. Il cinico manifestava la sua affermatività in epoca antica attraverso il disprezzo delle istituzioni, dormendo in luoghi di fortuna, girovagando con solo una coperta intorno al corpo, inveendo contro il decadimento della polis e offendendo l’uditorio. Il cinismo è fonte del terrorismo odierno, dal momento che ne consideriamo la sistematicità d’azione e i fini, non i comportamenti che ne conseguono. Il terrorista, come il cinico, è incurante dei metodi utilizzati, la sua vita è perseguita alla manifestazione della verità propria indipendentemente dal mezzo. Il suo bisogno di far veicolare la verità agli altri, la necessità di porsi in netta rottura contro l’ordine stabilito, anche se in modo fanatico, è anch’esso rivoluzione in senso stretto.

Sarebbe opportuno analizzare il rapporto tra cinismo e arte, ma non è adeguato a questa sede. Per questo tema possiamo affermare che c’è sempre stata sia nel XIX secolo, sia nel XX, sia nel XXI, un’attrazione tra il cinismo dell’arte (la violenza dell’arte: Baudelaire, Flaubert, Munch) e la vita rivoluzionaria. Questo rapporto sfuma nel tempo a causa dell’organizzazione dei movimenti rivoluzionari in partiti, ove quest’ultimi definiscono la “vita vera” un’accettazione senza vincoli alle norme come conformità sociale e culturale. In questo caso, il cinismo non riesce a ridurre la distanza tra etica dell’arte e etica della nuova pratica politica, all’opposto del militantismo di stampo segreto del XIX secolo.

Si noti che il cinismo è un’attività abbastanza popolare in tempi antichi, mentre negli ultimi due secoli trova posizioni soltanto marginali e particolari, poiché nella mentalità collettiva esso ha un’accezione negativa. In tempi contemporanei, ove le tradizioni di pensiero non sempre passano il contrasto con la prova di realtà, il cinismo può essere utilizzato come arte critica delle grandi scuole di pensiero, in modo da restaurarne le strutture portanti per farle uscire da quell’autoreferenzialità del ragionamento intorno alla loro storia. Più che teoria manca la praxis, ovvero una “teoria che si fa contemporanea nel senso di moderna: una teoria che non innesti la sua riflessione sulla propria storia, ma a partire da una convocazione prodotta dal presente”.

 

Bibliografia:

  • Michel Foucalt, Illuminismo e critica, Roma, Donzelli Editore, 1997.
  • Michel Foucault, Il governo di sé e degli altri, Milano, Feltrinelli, 2015.
  • Michel Foucault, Il coraggio della verità, Milano, Feltrinelli, 2016.
  • Immanuel Kant, Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?, ETS, 2013.
  • Athenäum Verlag, Morale e ipermorale. Un’etica pluralistica, Verona, Ombre Corte, 2001.

 

Stefano Rubbi

 

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