La debacle dell’intelligence francese: un’analisi.

Abstract: La Francia è da anni nel mirino di attentatori di matrice islamista; numerosi gli attentati, numerosissime le vittime. Le falle della sicurezza nazionale troppe e troppo evidenti. Imparare dagli errori del passato una necessità ineluttabile.

 

I successi militari di IS sembrano finalmente avere esaurito la propria serie positiva ed il territorio un tempo controllato dal Califfo appare oggi diminuito di circa un terzo rispetto a quattro anni fa, quando, nel giugno del 2014, Abu Bakr al-Baghdadi, dal pulpito della grande moschea di Mossul, annunciava la rinascita del grande Califfato. Una notizia certamente positiva ma che di contro non deve trarci in inganno: con lo sgretolamento dello Stato Islamico, almeno a livello territoriale, la minaccia terroristica in Europa è aumentata a dismisura. Il principale pericolo è oggi costituito dai cosiddetti foreign fighters, combattenti provenienti da paesi terzi che negli ultimi anni hanno partecipato attivamente alle ostilità nel teatro siro-iracheno. Il fenomeno dei foreign fighters non è una novità assoluta, infatti, già a partire dagli anni ’80 e per tutti i ’90, vi erano state mobilitazioni di combattenti stranieri verso aree di conflitti esteri; ma mai di tale portata. Per avere un’idea dell’entità del fenomeno, secondo alcune stime[1], sin dall’inizio del 2016 circa 40.000 individui hanno raggiunto i territori della Mezza Luna Fertile per unirsi ai vari gruppi, siano questi ribelli, islamisti o terroristici. Per ovvie ragioni una stima esatta risulta impossibile, ma sembra chiaro che i maggiori serbatoi di foreign fighters a livello globale siano le ex Repubbliche sovietiche, gli Stati limitrofi al teatro bellico interessato ed il Maghreb, Tunisia in testa. Anche il Vecchio Continente sembra però contribuire in maniera cospicua a rimpinguare le fila di un sempre più malconcio Califfato: numerose infatti le schiere di combattenti provenienti sia dalle “periferie europee”, si legga quindi i paesi dell’ex Jugoslavia, sia dal cuore pulsante dell’Unione[2], ovvero da paesi quali Germania, Inghilterra, Belgio – primatista europeo in termini relativi alla popolazione – e Francia, detentrice del triste primato in termini assoluti con i suoi circa mille fighters[3]. L’effetto blow back – la fiamma di ritorno – e le previsioni fatte a suo tempo da Europol, circa le minacce poste in essere dal rimpatrio dei foreign fighters, potrebbero non tardare a far sentire i propri effetti; inaugurando in Europa una stagione di allarme ed ansietà senza precedenti. Come facilmente intuibile, alla luce dei drammatici eventi a tutti noti, la situazione più preoccupante è quella francese: la Republique infatti, non dovrà occuparsi solamente delle minacce esterne ma anche, e forse soprattutto, di quelle interne: nelle carceri francesi sono migliaia i detenuti che si sono radicalizzati durante il periodo di detenzione. Secondo le cifre fornite dal ministro della Giustizia francese Nicole Belloubet sarebbero circa 500 gli individui condannati o accusati per atti di terrorismo ed un migliaio i detenuti radicalizzati. È paradossale pensare che nei prossimi anni in Francia i detenuti finiti dietro le sbarre per reati di terrorismo usciranno dal carcere: secondo il think tank Centre d’Analyse du Terrorisme (CAT) entro il 2020[4] il 60% dei condannati verrà rilasciato.

Le cause del perché la Francia sia il target preferito di questa ondata di terrorismo senza precedenti sono molteplici e, sfortunatamente, lasciano intendere che per i prossimi anni a venire i cittadini della Repubblica non potranno dormire sogni pienamente tranquilli: senza troppi giri di parole infatti, già nel 2014, il portavoce di IS al-Adnani aveva comunicato al mondo che la Francia, rea di essere l’incarnazione di valori e costumi corrotti quali quelli propri della cultura secolare e liberale che la contraddistinguono, era in cima alla hit list dei paesi bersaglio di Daesh. Ma non solo, la Francia, con le enormi periferie che circondano le sue metropoli, dovrà anche fronteggiare una minaccia terribile portata da una serpe che cova in seno: la radicalizzazione ogni giorno più marcata di una porzione sempre più ampia di persone che affollano le famigerate banlieus. Questi degradati sobborghi, ancor prima di un numero crescente di poliziotti – Macron ha garantito l’arrivo di oltre 10,000 unità[5] – necessitano di un cambio radicale di policy, capace di ridare a queste terre di nessuno dignità ed equilibrio, di liberarle dal gioco del traffico di droga ed armi e di farle sentire nuovamente parte di una grande nazione. Ma ciò è tutt’altro che facile: ingenti costi, rischi politici e morali potrebbero rendere questo auspicato cambio di policy tutt’altro che di facile attuazione. Ma fino ad ora, quali sono state le direttive dell’Eliseo volte a contenere questo crescendo di minacce? Sfortunatamente, nonostante il governo stia cercando di porvi rimedio attraverso un iter serrato, molte leggi appaiono ancora lacunose o, secondo alcuni, eccessivamente blande, per quanto il giro di vite in materia di controlli e sicurezza sia certamente visibile: è stata infatti prevista la possibilità di sequestro dei documenti di viaggio per tutte le persone di nazionalità francese e cittadini dell’Unione Europea sospettate di partecipazione ad attività jihadista. Per gli extracomunitari è invece previsto il ritiro della residenza, il divieto di lasciare il paese per motivi di sicurezza o il divieto d’ingresso. Il governo ha inoltre avviato una campagna di contro-informazione online creando una pagina ad hoc (http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/) per lanciare una controffensiva mediatica al fascino che il web jihadista esercita sui giovani. L’Eliseo ha anche annunciato il potenziamento della struttura anti-terrorismo con la creazione di 680 nuovi posti di lavoro nei prossimi tre anni e l’investimento di oltre 400 milioni di euro nella sicurezza[6]. La rosa di misure adottate dai vertici di governo è ampia poiché, oltre a quelle appena riportate, figurano anche un accresciuto numero di soldati a pattugliare le strade, una maggior sicurezza nei trasporti, un ruolo più accentuato dell’intelligence ed un inasprimento della pena per i reati connessi a jihadismo e terrorismo.

Ma allora perché, nonostante tutto ciò, la Francia si è dimostrata vulnerabile al punto che durante un’indagine parlamentare si è addirittura arrivati a parlare di “fallimento globale[7] dell’intelligence francese tanto da proporre una singola agenzia nazionale per la prevenzione del terrorismo sul modello statunitense? La Francia dispone infatti di ben sei diverse unità di intelligence[8] che formano un’organizzazione estremamente complessa per un settore che richiede prevenzione e risposte immediate, e che si traduce invece in un sostanziale immobilismo: le agenzie francesi, al pari di quelle belghe, hanno difficoltà a comunicare tra loro e a scambiarsi le informazioni necessarie alla sicurezza del paese. In ogni caso, gli insuccessi dell’intelligence francese hanno anche altre radici. Prima di tutto, stando a quanto affermato da Claude Moniquet[9], direttore dello European Strategic and Intelligence Security Center, sia l’intelligence che la polizia spesso non dispongono di un personale sufficientemente addestrato né sufficientemente numeroso. Inoltre, le agenzie non solo non riescono a comunicare, ma l’esistenza di diversi database autonomi crea spesso problemi. Non di rado capita che i dati a disposizione delle sei unità non corrispondano fra loro e che le incongruenze siano evidenti. Tuttavia, l’unione di queste liste potrebbe non bastare per risolvere tutti i problemi: il governo registra i sospetti radicalizzati sulla cosiddetta Fiche S, un elenco che racchiude tutti i potenziali pericoli per la sicurezza dello stato. Un registro troppo esteso che include diverse categorie (dalla S1 alla S16). In totale, sono circa 10.500 le persone registrate sulla Fiche S, un numero tale che rende impossibile tenere tutti sotto costante sorveglianza. In materia giuridica, la Francia è strutturata su un sistema di corti prettamente dedicate ai processi degli accusati di terrorismo. La Repubblica, ad oggi, rimane in stato di emergenza, fatto che consente al governo di monitorare i telefoni e le comunicazioni online dei sospettati di attività terroristiche. Nel 2016, inoltre, la Francia ha perfezionato un sistema di condivisione di informazioni con gli Stati Uniti, che sta contribuendo a migliorare le indagini sui sospettati[10]. A ciò si aggiunge il fatto che, in materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, la Francia è un membro della Financial Action Task Force (FATF), e che ricopre il ruolo di osservatore in diversi organi regionali con le medesime finalità. Ma i limiti restano evidenti. In particolare sembra che le agenzie di intelligence abbiano fallito in tre macro aree[11]:

  • Fallimento nel rilevamento e definizione delle priorità delle minacce.
  • Mancato controllo.
  • Fallimento nella condivisione di informazioni.

Il problema sarebbe così costituito da una serie di questioni che spaziano dalla logistica alla mancanza di fondi fino ad arrivare alla carenza di collaborazione sia interna – fra le varie agenzie – che esterna con gli altri paesi. Mancanze la cui soluzione sarebbe affidata all’ambizioso disegno della Legge di Programmazione Militare (LPM) 2019-2025[12], un progetto mirato sia ad ammodernare gli equipaggiamenti dell’Armee, nel contesto di una profonda e sincera collaborazione con le altre potenze europee[13], sia a potenziare ogni aspetto relativo ad intelligence e cybersecurity, proprio i settori che maggiormente destano preoccupazione ai vertici del governo francese. Pare infatti che anche la Republique abbia iniziato a sviluppare una crescente consapevolezza circa l’importanza dell’intelligence come materia di studio, superando le varie e numerose ragioni[14] che hanno fino ad oggi spiegato il relativamente scarso interesse per gli studi di intelligence in Francia, come approfondito da Eric Denéce-Gèrald Arboit nel lavoro “Gli studi di intelligence in Francia[15]. Ad oggi, per quanto prematuro parlare della nascita di una “scuola francese” di intelligence[16] , l’augurio per il futuro è che il rinnovato interesse per il settore non sia solo una moda passeggera; ma che possa risultare al contrario una pietra miliare su cui costruire un futuro più radioso per la Francia e per l’Europa tutta.

 

Figura 1

Appendice1

Confronto tra la struttura d’intelligence italiana e quella francese. Tratto da “Intelligence francese: evoluzione e confronto. Breve analisi della riforma dei servizi di informazione di Parigi e comparazione con l’esperienza italiana” di Alfonso Montagnese.

 

Figura 2

Appendice2

L’organizzazione dell’intelligence francese. Tratto da “Intelligence francese: evoluzione e confronto. Breve analisi della riforma dei servizi di informazione di Parigi e comparazione con l’esperienza italiana” di Alfonso Montagnese.

 

Note:

[1] Il ritorno dei foreign fighters europei: rischi e prospettive, ISPI, 6 novembre 2017, http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-ritorno-dei-foreign-fighters-europei-rischi-e-prospettive-18591.

[2] Per il think thank statunitense The Soufan Center sarebbero circa 3.700 i foreign fighters provenienti da queste regioni. IS foreign fighters: 5,600 have returned home, BBC, October 24, 2017, http://www.bbc.com/news/world-middle-east-41734069.

[3] Tornano i combattenti stranieri dallo Stato Islamico, ma l’Europa è inerte, Limes, 25 luglio 2017, http://www.limesonline.com/tornano-i-combattenti-stranieri-dallo-stato-islamico-ma-leuropa-e-inerte/100614?prv=true.

[4] Foreign fighters: i problemi della Francia, Oltrefrontiera, 30 dicembre 2017, https://www.oltrefrontieranews.it/foreign-fighters-francia-regno-unito/.

[5] The security problem now facing Emmanuel Macron, France’s new president, London School of Economic and Political Science (LSE), May 9, 2017, http://eprints.lse.ac.uk/76624/1/Downing_The%20security%20problems%20now%20facing.pdf.

[6] Foreign fighters, ecco come in Europa si risponde alla minaccia, Eunews, 9 febbraio 2015, http://www.eunews.it/2015/02/09/foreign-fighters-risponde-minaccia/29894.

[7] Why does France keep getting attacked?, The Guardian, July 15, 2016 https://www.theguardian.com/world/2016/jul/15/why-does-france-keep-getting-attacked.

[8] Vedere Figura 1 e Figura 2 a fine articolo.

[9] Il fallimento dei servizi segreti francesi, TPI, 15 luglio 2016, https://www.tpi.it/2016/07/15/fallimento-dei-servizi-segreti-francesi/

[10] Passenger Name Record (PNR).

[11] The Paris attacks. A case of intelligence failure?, NATO Review, 2015, https://www.nato.int/docu/review/2015/ISIL/Paris-attacks-terrorism-intelligence-ISIS/EN/index.htm.

[12] Luci ed ombre sulla legge di Programmazione Militare Francese 2019-2025, Analisi di Difesa, 15 marzo 2018 http://www.analisidifesa.it/2018/03/luci-e-ombre-sulla-legge-di-programmazione-militare-francese-2019-2025/.

[13] UAV MALE europea (l’eurodrone), il supporto logistico FLOTLOG e molti altri.

[14] Molte di queste ritenute sia di carattere sociologico sia di carattere storico: specialmente quest’ultima categoria, con la pesante eredità di azioni di intelligence non proprio da manuale (Caso Dreyfus, caso Ben Barka e Rainbow warrior), sembrerebbe essere alla base della scarsa simpatia dei politici verso l’intelligence, con un conseguente disinteresse.

[15] Eric Denéce e Gèrald Arboit, Gli studi di intelligence in Francia, Centro di Studi Strategici Carlo De Cristoforis (CESTUDEC), 2012, https://www.cf2r.org/wp-content/uploads/2012/03/gli-studi-di-intelligence-in-francia.pdf.

[16] Stando a quanto riferisce l’autore.

 

Bibliografia e sitografia:

 

Elaborato revisionato dalla Professor Luciano Bozzo.

 

Francesco Gavazzi

 

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