L’Iran a 40 anni dalla rivoluzione: tra il rischio di isolamento e il sogno di egemonia regionale

L’11 febbraio i cittadini iraniani si sono riversati nelle strade della capitale Teheran per festeggiare i quarant’anni della rivoluzione che sotto la guida dell’ayatollah Khomeini ha portato alla fondazione della “Repubblica Islamica” nel marzo del 1979. Ancora una volta i festeggiamenti sono stati però smorzati dalla profonda crisi che attraversa il paese. Tuttavia questa crisi non ha radici politiche ed interne, come accaduto tra il 2009 e il 2010, ma risiede nella scelta del presidente americano Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dalla precedente amministrazione, e di reimporre durissime sanzioni economiche contro Teheran e contro tutti coloro che vi collaborano (1). A peggiorare la situazione si è aggiunta poi, il 22 aprile, la decisione di Trump di eliminare le esenzioni che erano state concesse a otto paesi, tra cui Italia. La risposta iraniana a queste decisioni non si è fatta attendere: per prima cosa il presidente iraniano Rouhani ha annunciato che nonostante le sanzioni americane l’Iran continuerà ad esportare petrolio (2) e ha minacciato di bloccare il passaggio di navi nello stretto di Hormuz (3), snodo cruciale per il petrolio proveniente dal Golfo Persico. Negli ultimi giorni inoltre ha annunciato di voler diminuire il proprio impegno a rispettare Nuclear Deal, allarmando tutti i paesi che ancora ne fanno parte. 

Nonostante la chiusura dello stretto rimanga una via difficilmente percorribile a causa delle gravi conseguenze per lo stesso Iran, che finirebbe completamente isolato a livello internazionale, una tale minaccia, insieme alla dichiarazione di voler riprendere il programma di arricchimento dell’uranio, permette di comprendere il nervosismo e la rabbia di Teheran per quello che considera un piano, ordito da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, per indebolire e isolare l’Iran. Ma se l’Iran non può permettersi un’escalation e una guerra contro i suoi nemici, quale strategia adotterà per rompere l’isolamento imposto da Washington e per mantenere vivo il sogno di egemonia regionale?

L’obiettivo di Trump e del “B-Team”

Recentemente il ministro degli esteri iraniano Zarif, in un’intervista ad Al Jazeera (4), ha affermato che la causa della nuova crisi nei rapporti tra Iran e Stati Uniti va ricercata nell’insoddisfazione di alcuni paesi che per interessi personali hanno sempre osteggiato il Nuclear Deal. In particolare, secondo Zarif, dietro le decisioni di Trump vi sarebbe quello che lui chiama il “B-Team”, composto da Bolton, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Benjamin Netanyahu e Bin Salman. L’obiettivo dichiarato americano, insieme a quello dei suoi due alleati regionali, Israele e Arabia Saudita, è infatti l’indebolimento dell’Iran attraverso il suo isolamento economico e politico. Questa strategia dovrebbe portare, secondo il piano di Washington a due scenari: uno più “hard” e rischioso, ovvero il cambio di regime a seguito di proteste dei cittadini per le gravi difficoltà economiche che il paese sta affrontando, e uno più “soft”, ovvero la riapertura di un tavolo negoziale che porterebbe a un accordo più favorevole per gli Stati Uniti e a una vittoria dell’amministrazione di Trump. Tuttavia Rouhani, che non sembra voler cedere all’“economic terrorism” di Washington e alle strategie del “B-Team”, ha affermato, in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della rivoluzione, che il nemico non raggiungerà mai i suoi “obiettivi malefici”.

La strategia iraniana

Oltre a dichiarare che l’Iran non si arrenderà al volere dei suoi nemici, il presidente Rouhani ha fatto anche appello all’unità nazionale e alla resistenza contro il tentativo americano di dividere il paese. Questo perché sa che la grave crisi economica che l’Iran sta affrontando a causa delle sanzioni americane potrebbe innescare ondate di proteste (5), soprattutto da parte di quegli strati della popolazione più colpiti, oppure causare il rafforzamento dei conservatori e radicali, che in più occasioni hanno criticato l’atteggiamento troppo passivo di Rouhani nei confronti degli Stati Uniti. Almeno fino a questo momento la politica americana di “maximum pressure” sembra aver compattato la popolazione iraniana (in modo simile a quanto già successo in situazioni di difficoltà, come durante la guerra contro l’Iraq) e di aver avvicinato le posizioni del presidente Rouhani e del rahbar (Guida Spirituale) Khamenei. Tutto questo si è tradotto in una strategia che si fonda su tre pilastri: la negoziazione diplomatica, la “pazienza strategica” e la contro-escalation. La negoziazione è affidata al ministro Zarif che, vista l’inconciliabilità delle posizioni iraniane e americane e i dubbi dei paesi europei, divisi tra adesione alle sanzioni e rispetto del JCPOA, sembra tradire il motto “né con l’Est né con l’Ovest”, risalente alla rivoluzione, per avvicinarsi definitivamente a Russia e Cina, che hanno già dichiarato di non vedere di buon occhio la recente cancellazione delle esenzioni. A questa negoziazione si affianca l’idea della “pazienza strategica” che mira a resistere, mantenendo i legami politici e soprattutto economici con paesi come Cina, India, Russia e Turchia, fino alle elezioni americane del 2020, nella speranza di una sconfitta di Trump a favore di un candidato, possibilmente democratico, disponibile ad un riavvicinamento. Tuttavia se da un lato la diplomazia e l’attesa possono servire ad uscire dall’isolamento, dall’altro non sono efficaci per raggiungere quel sogno di egemonia regionale, che è diretto discendente del desiderio khomeinista di esportare la rivoluzione. Per questo è necessaria anche una contro-escalation, che nella strategia iraniana si traduce soprattutto nello sfruttamento delle proxy-war per indebolire i nemici e aumentare la propria influenza regionale, ma che potrebbe portare l’Iran a riprendere completamente, e fuori dagli schemi del Nuclear Deal, la sua attività nucleare, dopo aver già annunciato la possibile sospensione di alcuni degli impegni presi.

A quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista il futuro dell’Iran si presenta quindi terribilmente incerto. La sua lotta per uscire dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e per affermarsi come potenza regionale sembra dipendere (come spesso avviene per il destino dei paesi del Medio Oriente) dalle decisioni delle potenze mondiali. Se Cina e Russia continueranno a sostenere Teheran, la strategia di Rouhani e Khomeini, attraverso il bilanciamento dei suoi tre pilastri, potrebbe anche portare alle speranze di un ritorno alla situazione precedente all’uscita americana dal JCPOA; invece, se la “pazienza strategica” dovesse fallire, a causa di una rielezione di Trump, o se gli attuali alleati, Cina in primis, dovessero decidere di sacrificare l’amicizia con Teheran in nome di un avvicinamento a Washington, si potrebbero aprire scenari più drammatici per la Repubblica Islamica dell’Iran. 

 

A cura di Edoardo Sarti

 

Note:

1) Tra il 2009 e il 2010 la crisi attraversata dal paese era politica, dovuta alle grandi ondate di protesta contro la rielezione di Ahmadinejad, accusato di brogli elettorali.

2) https://en.radiofarda.com/a/rohani-iran-will-continue-oil-exports-despite-u-s-sanctions/29912036.html.

3) https://www.reuters.com/article/us-iran-nuclear-oil-khamenei/iran-leader-backs-suggestion-to-block-gulf-oil-exports-if-own-sales-stopped-idUSKBN1KB0EI.

4) https://www.youtube.com/watch?v=2M2w_Zq6-es.

5) Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno avuto come principale conseguenze un abbassamento delle esportazioni di petrolio e una caduta del valore del rial iraniano rispetto al dollaro. A causa di questa svalutazione della moneta il costo delle importazioni è aumentato vertiginosamente, provocando un’inflazione del 50% nell’ultimo anno, aumentando le difficoltà dei cittadini nel procurarsi beni primari come cibo e acqua.

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