L’azione russa in Siria: una panoramica

La sera del 21 ottobre, al termine dell’incontro che si è tenuto presso la cittadina russa di Sochi, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan hanno annunciato un accordo per prevenire ulteriori scontri tra le forze turche e le milizie curde del SDF, affidando ai soldati di Mosca il compito di tutelare l’integrità delle rispettive zone di demarcazione per evitare una nuova escalation militare nella zona nord-orientale della Siria1. 

L’esito positivo del dialogo tra i due capi di stato rappresenta soltanto l’ultimo di una serie di successi in politica estera conseguiti dalla Federazione Russa nella regione medio orientale. Con il quasi completo ritiro delle truppe statunitensi dislocate in Siria, la presenza politica e militare di Mosca nel settore ha raggiunto un’importanza tale da farla assurgere quasi naturalmente a ruolo di arbitro e mediatore tra le varie fazioni in conflitto, grazie alla fitta rete di relazioni diplomatiche che gli uomini di Lavrov sono riusciti a intessere con tutti gli attori coinvolti più o meno direttamente nel gioco siriano.

Non è possibile però comprendere appieno come ciò sia stato possibile senza collocare tutte le mosse di Mosca all’interno del più ampio quadro strategico che ha guidato le azioni russe fin dal principio.

Sin dall’inizio della guerra civile, il presidente siriano Bashar Al-Assad ha potuto godere di un forte supporto da parte della Russia, importante alleato della Siria Baathista fin dagli anni ’70. Oltre a fornire equipaggiamento militare alle traballanti forse lealiste, l’azione diplomatica della Federazione Russa in sede ONU ha evitato che su Damasco si abbattessero le pesanti sanzioni statunitensi2.

Ma dal 2015, dopo 4 anni di sostegno indiretto, il Cremlino ha optato per un approccio più sostanziale: dopo aver chiesto a gran voce uno sforzo internazionale3 per combattere lo Stato Islamico, cercando così di legittimarsi di fronte all’opinione pubblica mondiale, le forze aeree russe distaccate presso le basi di Tartus e di Latakia hanno dato il via a un’intensa campagna di bombardamenti contro obiettivi sensibili dell’ISIS e delle forze ribelli che si opponevano al regime di Assad.

Tuttavia, all’intervento aereo non è stato affiancato subito un impegno militare terrestre; il fantasma dell’Afghanistan che continuava ad aleggiare nei corridoi del Comando Centrale ha spinto gli strateghi di Mosca a preferire un impegno militare più leggero, finalizzato a supportare l’Esercito Siriano piuttosto che a stabilire una presenza propria sul territorio4. Nel frattempo, Mosca ha ampliato anche il ventaglio delle sue iniziative diplomatiche, partecipando ai Colloqui di pace ‘ufficiali’ di Ginevra e allo stesso tempo organizzando e gestendo (assieme a Turchia ed Iran) il framework di Astana, un processo di pace parallelo e complementare a quello di Ginevra, caratterizzato dall’assenza di tutte le potenze ‘occidentali’.

Quali sono stati dunque i risultati della strategia seguita dal Cremlino?

Innanzitutto, il capitale politico russo nella regione è stato incrementato a livello esponenziale. Il buon esito delle operazioni ha permesso a Mosca di cristallizzare il ruolo di potenza regionale a cui aspirava dai tempi della fine dell’URSS, divenendo uno dei principali interlocutori (se non il principale) per tutte le altre capitali della regione, da Teheran fino ad Ankara ed al Cairo, arrivando persino a toccare Ryadh, la quale potrebbe essere presto il nuovo epicentro della politica estera di Mosca in Medio Oriente5. 

Accanto ai legami stretti con i paesi medio orientali, è importante considerare anche il teatro siriano come una “via alternativa” che ha permesso a Mosca di interloquire con l’Europa passando dal Mediterraneo invece che dal Donbass. Perseguendo questo piano d’azione, il Cremlino ha adottato un approccio cooperativo con il Vecchio Continente, al fine di controbilanciare i rapporti conflittuali sviluppatisi sulla questione ucraina, e allo stesso tempo di ‘escludere’ gli Stati Uniti da questo confronto.

Gli sforzi per isolare gli Stati Uniti (e la NATO nel suo complesso) dalle questioni geopolitiche mediorientali sono tra i leitmotiv che guidano l’azione russa nei confronti di un altro attore fondamentale nel teatro siriano. L’ambivalenza della posizione turca nei rapporti tra Oriente ed Occidente ha permesso ai diplomatici del Cremlino di avviare già da prima del recente evolversi della situazione siriana un’operazione volta ad allontanare la Turchia dall’orbita occidentale; operazione che si sta rivelando di successo, tenendo in considerazione la spinosa questione dei Missili SM-4006, l’Astana Processus e i già citati accordi di Sochi che vedono la Russia sostituirsi definitivamente agli USA come ‘garanti della pace’ nella regione, impiegando comunque un numero di effettivi infinitamente più piccolo rispetto alle forze dispiegate da Washington fino a poco tempo fa.

E forse sono proprio le differenze rispetto a Washington a spiegare il successo della politica di Mosca in Siria: il canonico approccio americano, che prevede un massiccio dispiegamento di forze con l’intento di avviare un processo di regime-change senza però fornire tutto il supporto durante le fase successive, si è rivelato inadatto e controproducente, soprattutto se paragonato alla strategia russa di impiegare oculatamente le proprie risorse nel cercare di tutelare e di restaurare e mantenere un regime politico pre-esistente su cui esercitare un’influenza di tipo diplomatico ed economico. Ad oggi, è il Cremlino a risultare il vero vincitore nella competizione siriana, in quella che si può definire la più importante proxy war nel moderno scenario multipolare.

 

A cura di Lorenzo Piccioli

 

Note:

1. B. McKernan, J.Borger, Turkey and Russia agree on deal over buffer zone in Northern Syria, theguardian.com, 22/10/19

2. B.Hubbard, A.Troianovski, C.Gall, P.Kingsley,In Syria, Russia is pleased to Fill an American Voidnytimes.com, 15/10/2019

3. S.Sengupta, Vladimir Putin Calls for Coalition to Fight Isisnytimes.com, 29/09/2015

4. D.Frolovskiy, What Putin really wants in Syriaforeignpolicy.com, 01/02/2019

5. Abdullah bin Abdulmohsen Al-Faraj, Why the Gulf is Reluctant to Accept Russia’s Concept of Regional Securityvaldaiclub.com, 18/10/2019

6. L.Pitel, I.Bott, Why Turkey’s S-400 missile purchase angers the USft.com, 12/07/2019

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