La conversione di Santa Sofia come rappresentazione della nuova Turchia secondo Erdoğan: svolta verso Oriente?

Il 9 luglio 2020 il Consiglio di Stato turco ha revocato dopo più di ottanta anni lo status di museo alla basilica sconsacrata di Santa Sofia trasformandola in moschea. La conversione di Hagia Sofia è, di fatto, da annoverare come uno dei tanti sconvolgimenti che il 2020 ha portato nel panorama internazionale. Essa ha fatto scalpore per il suo elevato valore simbolico – baluardo della Chiesa d’Oriente per più di un millennio, poi simbolo della potenza musulmana dopo la conquista ottomana del 1453 – e  non si tratta di un caso isolato: da più di un decennio, infatti, in Turchia è in atto la conversione di numerose chiese ortodosse in moschee[i]. Queste conversioni si inseriscono perfettamente nel processo di mutamento in direzione islamico-panturca che sta coinvolgendo sia la politica interna quanto quella estera del paese anatolico.

Dunque, sebbene a primo sguardo la conversione di Santa Sofia possa sembrare un evento meramente di politica interna, se collocato in una prospettiva più ampia esso rappresenta invece un indicatore interessante delle nuove ambizioni geopolitiche di Ankara.

La Turchia è per posizione geografica e aspirazioni politiche un paese all’incrocio tra due mondi e tra due culture: l’Occidente e l’Oriente. Essa rappresenta quello che Samuel Huntington definisce il perfetto prototipo di “torn country”, un paese cioè omogeneo dal punto di vista culturale ma spaccato al suo interno sull’identificazione con una o l’altra civilizzazione[ii]. Da una parte l’Occidente – tanto odiato quanto bramato sin dai tempi dei sultani -, simbolo di secolarismo e laicismo; dall’altra l’Oriente, il mondo islamico e l’antioccidentalismo. Se dalla nascita della Turchia moderna nel 1923 la prima visione ha prevalso, a partire dagli anni ‘80 il “terremoto sotterraneo” dell’islam politico – per dirla con le parole di Marcella Emiliani[iii]  – ha scosso l’arena politica turca ed è diventato l’unica reale alternativa[iv]. Tale successo dipende dal mutato approccio delle forze armate: nell’era post-kemalista esse si erano infatti arrogate il ruolo di custodi dei precetti di secolarismo e laicismo sui quali la Turchia era nata e non si erano astenute dall’agire direttamente attraverso golpe per reprimere tentativi di riforma[v]. Questo impianto – spesso definito di “fondamentalismo laico” – era destinato a sfaldarsi non appena le forze armate avessero smesso di esercitare la loro protezione verso lo Stato creato dall’ex compagno d’armi Atatürk. Così è avvenuto quando la repressione dell’attrazione comunista sui partiti di sinistra turchi ha prevalso sull’esigenza di proteggere l’impianto kemalista, e le forze armate hanno smesso di ostacolare la presenza di formazioni religiose affinché servissero da contrappeso alle ideologie di sinistra[vi].

La crisi economica degli anni ‘90 ha consacrato l’ascesa della nuova forza politica islamico-moderata del partito di Giustizia e Sviluppo (Akp) di Recep Tayyip Erdoğan che si è opposto al vecchio establishment portando l’Akp, nel novembre del 2002, ad essere il primo partito turco[vii].

L’Akp “secolare con radici islamiche” dei primi anni 2000 ha subìto una svolta autoritaria nell’ultimo decennio e si è consacrato al servizio del potere di Erdoğan[viii]. La radicalizzazione dell’agenda politica è il risultato anche di azioni di compromesso come quella con il Partito del movimento nazionalista (Mhp) di cui l’Akp aveva bisogno per ottenere la maggioranza in parlamento nel 2018. La svolta autoritaria ha generato la chiusura dell’Unione Europea alla membership turca – verso la quale Erdoğan aveva riposto molte aspettative nel corso del suo primo mandato[ix] – e, allo stesso tempo, tale rifiuto ha inasprito l’antioccidentalismo delle élites più conservatrici.

Erdoğan non è mai stato un fondamentalista religioso e il suo utilizzo dell’islam politico deve essere considerato come una strumentalizzazione pragmatica al fine di compiacere l’ala più conservatrice dei suoi sostenitori e ambire a posizioni egemoniche verso est.

Se prendiamo come plausibile l’idea che Erdoğan voglia raccogliere l’eredità del potere ottomano, non si può prescindere dal considerare il tentativo di incarnare la duplice figura del sultano-califfo per imporsi nell’area mediorientale.

Le ambizioni geopolitiche turche si sono infatti recentemente focalizzate sull’esercizio di una leadership nell’area mediorientale islamico-sunnita riducendo la potenza dell’Arabia Saudita, l’unico vero rivale rimasto nella regione[x]. Il paese della famiglia Saud ha un ruolo indiscusso di custode della religione islamica – è nella penisola arabica dell’Hijaz che si situano Mecca e Medina, luoghi sacri del sunnismo – ma la sua influenza economica è in regressione da anni a causa della caduta dei prezzi del petrolio, adesso accentuata dai contraccolpi della crisi da coronavirus[xi].

Per quanto riguarda l’Iran, invece, la Turchia aveva rinsaldato i rapporti con la Repubblica Islamica già a partire dal 2014 – quindi prima dell’indebolimento fisiologico di Teheran causato della reintroduzione delle sanzioni di Trump – attraverso il Turkish-Iranian High Level Cooperation Council (HLCC), dialogo bilaterale che sancisce la cooperazione tra i due paesi[xii].

Tuttavia, l’ambizione egemonica turca in Medio Oriente si è scontrata necessariamente con gli interessi di Stati Uniti e Russia nella regione. Con lo scopo di esercitare una maggiore pressione nei negoziati con le due potenze e dopo i decenni di soft power della politica “zero problemi con i vicini” di Davutoğlu, la Turchia ha deciso di adottare una politica muscolare difensiva intervenendo sia in Iraq che in Siria[xiii]. L’intervento è stato giustificato con la “lotta al terrorismo” che, nel caso della Turchia, non ha significato solo combattere contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is) ma anche contro i curdi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nella regione nord-orientale dell’Iraq e delle Forze democratiche siriane che controllano il territorio del nord-est siriano sul confine turco[xiv].

La tattica difensiva si è concentrata anche e soprattutto sulla prospettiva marittima. La strategia della Patria Blu punta, infatti, a far diventare la Turchia uno Stato marittimo, rivendicando, tra l’altro, le zone nell’Egeo meridionale attribuite alla Grecia e a Cipro[xv].  La disputa si sta basando in particolare sull’isola di Kastellorizo, territorio chiave per la realizzazione del gasdotto EastMed che consentirebbe all’Europa di ridurre la dipendenza dalla Russia[xvi]. Queste mosse sono intervenute sugli interessi degli alleati NATO e Washington non ha esitato, nonostante l’Alleanza Atlantica, nell’applicare sanzioni alla Turchia.

Considerando inoltre la prospettiva del Mediterraneo allargato, la Turchia si è rivolta verso il Nord Africa, in particolare in Libia, dove la partita si gioca principalmente contro attori esterni sia all’area MENA sia al blocco occidentale, come la Russia. Il conflitto libico è, infatti, una proxy war dove Ankara partecipa attraverso l’invio di tecnologie belliche e mercenari in favore del Governo di accordo nazionale (GNA) guidato da Al-Serraj[xvii]. Del resto, l’obiettivo di Ankara è triplice: assicurarsi un posto nella futura ricostruzione di un paese ricco di idrocarburi, uscire dall’isolamento e, infine, stringere alleanze inedite come quella con il Cremlino al fine di spaventare gli alleati europei[xviii].

In conclusione se, da una parte, la svolta della Turchia verso Oriente è avviata e provoca mutamenti tanto nella politica interna quanto in quella estera, dall’altra non è ancora chiaro quanto Ankara voglia irrimediabilmente rompere con gli alleati occidentali e quanto invece non si limiti a semplici provocazioni mosse da strategia e opportunismo. Tale aspetto dipende anche dall’ottenimento o meno da parte di Erdoğan della duplice legittimazione che un cambiamento di questa portata necessita: da una parte, l’ottenimento del giusto consenso all’interno di una società che, nel complesso, non accetterà facilmente un processo di islamizzazione radicale; dall’altra, la dimostrazione ai vicini medio-orientali di avere le carte in regola per esercitare il ruolo di leader regionale.

A cura di Beatrice Gori


[i] Perteghella A., “Turchia: tutti i significati della riconversione di Santa Sofia”in ISPI online, 24 luglio 2020.

[ii] Huntington S.P., “The Clash of Civilizations?” in Foreign Affairs, Vol.72, No. 3 (Summer 1993), pp. 42-43.

[iii] Emiliani M., Medio Oriente. Una Storia dal 1918 al 1991, Edizioni Laterza, Bari-Roma, 2019, pp.249-50.

[iv] Cleveland W.L., Bunton M., A History of The Modern Middle East, Routledge, NY, 2016, p.500.

[v] Emiliani M., op.cit., pp.249-50.

[vi] Cleveland W.L., Bunton M., op.cit., p.500-02.

[vii] Ibidem.

[viii] Ivi, p.517.

[ix] Cleveland W.L., Bunton M., op.cit., p.500-02.

[x] Perteghella A., op.cit., 24 luglio 2020.

[xi] Dacrema E., “Medio Oriente: tutte le conseguenze del crollo del petrolio” in Focus Mediterraneo Allargato, No13, ISPI, 23 maggio 2020.

[xii] Republic of Turkey, Ministry of Foreign Affairs: http://www.mfa.gov.tr/turkey-iran-relations.en.mfa consultato in data 08 gennaio 2021.

[xiii] Talbot V., “Nuovo protagonismo della Turchia nello scacchiere regionale” in Osservatorio di Politica Internazionale, ISPI, 6 Novembre 2020.

[xiv] Trombetta L., “La Turchia torna a Mosul” in Limes online, 25 Settembre 2020.

[xv] Gürdeniz C., “La Patria blu nel mondo post-occidentale” in Il turco alla porta, Limes Rivista Italiana di Geopolitica, 7/2020, p.70.

[xvi] De Luca A., “Grecia-Turchia: Mare conteso” in Daily Focus, ISPI, 23 luglio 2020.

[xvii] Talbot V., op.cit.

[xviii] Tanriverdi Yaşar N., “In Libia prende forma la grande strategia mediterranea di Ankara” in Il turco alla porta, Limes Rivista Italiana di Geopolitica, 7/2020, pp.123-126.

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