Gli USA e la geopolitica del “Nessun Ripensamento”

CRISTIAN MORELLI | L’avvento di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2021[1] sembra aver portato una boccata d’ossigeno ai polmoni della politica estera di una nazione che pareva essere sull’orlo di una nuova guerra civile. Lo spettro di tale conflitto trovava radici nelle fiamme di presunte frodi elettorali e di una sempre più potente estrema destra[2] che tutt’oggi continua a preferire la lealtà all’uomo Trump piuttosto che al partito Repubblicano tradizionale[3]. Internazionalmente parlando, invece, tutti i leader mondiali hanno accettato con grande eccitazione l’elezione del candidato democratico e della prima Vicepresidente donna di origine afro-americana e asiatica, Kamala Harris[4].

Sebbene la nuova presidenza abbia già raggiunto importanti obbiettivi su vari fronti domestici, sul fronte geopolitico poco o niente è cambiato rispetto al predecessore. La vaccinazione di massa merita una menzione per quanto concerne il cambio di rotta in politica interna. Intatti, centro milioni di iniezioni del vaccino sono state inoculate nella metà del tempo promesso, e il nuovo obiettivo dichiarato punta ora alle duecento milioni di dosi entro i primi cento giorni di presidenza[5].

L’assenza di stravolgimenti geopolitici potrebbe sorprendere molti, ma in realtà se guardiamo alla storia della politica estera americana dal post-Seconda Guerra Mondiale in poi, si osserva che molto raramente un Presidente in carica si distacca completamente dalla politica estera applicata dal suo predecessore[6]. “Perché?”, uno si potrebbe chiedere. Prima di tutto, è necessario elencare quali sono le più importanti policy della nuova presidenza e in che modo si assomigliano o meno con quelle  dell’amministrazione appena uscita. Per quanto riguarda le politiche che possono essere definite come diametralmente opposte, il Segretario di Stato Antony Blinken ha riferito che gli USA rientreranno nel sistema degli Accordi di Parigi del 2015 sul cambiamento climatico. Egli ha inoltre annunciato che gli Stati Uniti faranno nuovamente parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU di Ginevra, e che le relazioni con la Russia si inaspriranno. Gli USA hanno cercato di influenzare il mondo per quasi ottant’anni attraverso lo smart power, vale a dire grazie a una combinazione proporzionata di soft e hard power (influenza culturale e potenza militare rispettivamente). Eppure, secondo la nuova amministrazione molta della fiducia acquisita in tutti questi anni è stata perduta a causa della mala-gestione degli interessi geostrategici statunitensi da parte dell’ex Presidente Trump[7]. Per la nuova presidenza lo scopo principale è quello di tornare alla guida di un mondo che sta diventando sempre più illiberale e che quindi necessita di un leader by example. Con questa locuzione si intende uno Stato leader che riporti in auge i principi liberal-democratici attraverso una diplomazia dai più alti standard morali e valoriali (cosa che secondo la nuova amministrazione non è stata per niente applicata dal trinomio Trump-Tillerson-Pompeo)[8].

Dall’altro lato, invece, le politiche che sono rimaste principalmente invariate sono quelle che interessano maggiormente il futuro delle relazioni con due regioni di vitale importanza per gli interessi statunitensi: il Medio Oriente e l’Asia[9]. Infatti, i freddi e duri rapporti con la Cina non sono cambiati[10]; l’Iran continuerà ad essere sanzionato dagli USA fino al ritorno iraniano alle condizioni di adempienza previste dal JCPOA[11]; nulla cambierà sulle tre principali decisioni prese da Trump per quanto riguarda lo Stato di Israele. Queste ultime risoluzioni riguardano rispettivamente Gerusalemme capitale, gli Accordi di Abramo e il riconoscimento americano degli insediamenti nelle zone occupate del West Bank e delle Alture del Golan[12].

Non si tratta di scelte dettate dal caso. Biden si è circondato di un personale diplomatico che conosce personalmente, avendo già lavorato cooperato con esso durante i suoi otto anni da Vicepresidente nell’amministrazione Obama. John Kerry, l’attuale ministro per il cambiamento climatico, è stato Segretario di Stato durante la seconda amministrazione Obama. Egli riuscì a portare a compimento gli Accordi di Parigi[13] e il JCPOA nel 2015[14]: Kerry è quindi un esperto della questione iraniana. Antony Blinken, invece, è di origini ebraiche ed è diplomatico di carriera, estremamente favorevole al nuclear deal con l’Iran. Egli è inoltre un multilateralista convinto, ha già collaborato nell’amministrazione Clinton ed ha gestito tutti i dossier esteri durante la campagna elettorale di Biden[15]. Data l’importanza e le credenziali politiche che entrambi i personaggi hanno nel multilateralismo americano, perché Biden e Blinken sono finiti per confermare le politiche di Trump su Cina, Iran e Israele? Le motivazioni sono principalmente due. La prima riguarda la volontà statunitense di mantenere parzialmente isolato l’Iran, mentre la seconda è inerente alla promessa fatta da Biden durante la campagna elettorale. Egli ha infatti giurato di essere il Presidente di tutti, quindi di mantenere fiducia anche di quella parte dell’elettorato trumpiano.

Come citato in precedenza, sono pochi i casi in cui un Presidente degli Stati Uniti decide di rovesciare del tutto la cosiddetta Dottrina del suo predecessore. Analizzando le cause di queste due motivazioni si possono notare alcuni punti in comune, essenziali al fine di dare un senso logico al perché di tutto ciò. Innanzitutto, Israele è sempre stata una delle questioni più scottanti della geopolitica statunitense nel Medio Oriente. Dati gli attuali e possibili benefici provenienti dagli Accordi di Abramo per la pace e il commercio tra Israele e il mondo arabo, gli interessi del Medio Oriente Sunnita ad isolare l’Iran – e il supporto inscindibile degli Stati Uniti verso Israele[16]  – costringono la nuova amministrazione a non poter fare altro che riconoscere ciò che è già stato fatto. Biden e Blinken hanno confermato che l’unico passo in avanti per la pace in Israele avverrà con la creazione di due Stati. Ciononostante, la Palestina si ritrova attualmente con sempre meno terra e un sistema di infrastrutture completamente segregato da quello previsto dal Deal of the Century firmato a inizio 2020 da Trump e Netanyahu[17]. Al momento Biden ha deciso che gli USA torneranno ad avere rapporti diplomatici con le autorità palestinesi[18] e che torneranno a finanziare il fondo ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per oltre 235 milioni di dollari[19]. Tuttavia, risolvere la questione palestinese non è nella agenda del nuovo Presidente: infatti, egli non ha chiamato un inviato speciale per la questione Israele-Palestina come hanno fatto i suoi ultimi due predecessori. Dato che Netanyahu non ha intenzione di fermare l’espansione coloniale nelle terre occupate – e sia Biden e Blinken non possono rinnegare il loro supporto a Israele per mantenere l’elettorato ebraico – i rapporti tra i due Stati non può che complicarsi. Ma non solo. Lo stesso Abbas è rimasto scioccato dall’atteggiamento troppo prudenziale di Biden, accusando quest’ultimo di mancanza di volontà[20]. Per risolvere la questione, l’amministrazione Biden potrebbe utilizzare gli Accordi di Abramo per ribilanciare gli equilibri tra Israele e Palestina. Così facendo si allargherebbe il numero di Stati volenterosi a normalizzare le proprie relazioni con Israele a favore di aiuti concreti per la creazione dello Stato palestinese: un do ut des tra Sunniti ed Ebrei[21]. Sebbene possa sembrare una mano poco vincente, le probabilità di successo rimangono comunque a favore della nuova amministrazione se Biden sarà in grado di capire i bluff che lo attanagliano. Tutt’ora molti Stati sunniti stanno dando precedenza a una normalizzazione dei rapporti con Israele piuttosto che vedere un Iran sempre più vicino ad ottenere l’arma atomica. Inoltre, un rapporto più vicino a Gerusalemme porta automaticamente a un rapporto più stretto con Washinton.

Sul fronte iraniano, la questione è più semplice. L’Iran non sta più rientrando nei parametri di produzione di energia atomica come decretato dal JCPOA. Fin dall’annuncio del ritiro degli USA dall’accordo nucleare con lo Stato persiano, l’Iran non ha potuto fare altro che procedere per conto suo[22]. Nel diritto internazionale, specie in accordi multilaterali, non esiste un vincolo preciso o un corpo di vigilanza che possa obbligare le parti a mantenere gli accordi stabiliti. Dato che prima del ritiro americano decretato da Trump gli aiuti e la rimozione delle sanzioni stava risanando l’economia iraniana, nonostante il loro fermo supporto verso l’accordo Biden e Blinken si trovano con le mani legate e fintanto che l’Iran non smetterà la produzione di uranio arricchito per la presunta produzione di armi nucleari, gli Stati Uniti non potranno sollevare le dure sanzioni economiche imposte verso il regime Sciita[23].

Dulcis in fundo, la questione cinese. Anche qui, nulla è cambiato. Più precisamente, dopo il primo summit di Anchorage in Alaska a fine marzo 2021, si è uno notato uno stile diplomatico anticonformista, molto simile a quello trumpiano visto negli ultimi anni. Le sanzioni sull’import ed export rimangono da entrambe le parti. La tensione non scemerà all’improvviso dato che da un lato abbiamo un Biden che, per essere il Presidente di tutti, deve contenere una Cina che sta sempre più prendendo piede nel mondo come seconda potenza mondiale ed esportatrice di un proprio modello.  Tale paradigma cinese si compone di un ibrido di totalitarismo politico e mercato capitalista che tanto attrare paesi in via di sviluppo)[24]. Se il modo di rapportarsi con i rappresentanti cinesi non è cambiato sugli aspetti tecnici e diplomatici, lo è in termini di outcome desiderato. Infatti, anche se le i rapporti commerciali sono rimasti invariati la nuova amministrazione sta cercando di ritornare a una realtà pre-Trump di globalismo e antirazziale, una realtà dove la destra sovranista è meno influente. Se Trump voleva affrontare il colosso cinese da solo, la nuova Segretaria al Commercio Gina Raimondo ha chiarito che adesso lo farà insieme a tutti gli alleati storici. La sfida continuerà finché la Cina non seguirà le regole del gioco[25]. Secondo alcuni esperti, Pechino non è tanto interessata a plasmare la società globale come hanno fatto gli Stati Uniti, quanto piuttosto a diventare la principale potenza in quei settori in cui sa di poter essere predominante, proprio come il commercio[26]. La presidenza Trump si era chiusa con un primo disgelo[27], ma la guerra commerciale col colosso cinese ha ancora molte battaglie da affrontare.

Per riassumere, la questione israelo-palestinese-sunnita non è altro che un triage allargato per tenere sotto controllo l’Iran e gli aiuti che offre al popolo palestinese. Quest’ultimo sta tendendo sempre di più a divenire più un capro espiatorio del conflitto arabo-israeliano piuttosto che un popolo apolide che necessita di uno Stato e dei diritti fondamentali tutelati da un proprio governo centrale. Inoltre, la questione iraniana e cinese si possono riassumere come delle policy che possono mantenere alta la fiducia dell’elettorato repubblicano. Infatti, esse non solo garantiscono la sicurezza interna da minacce esterne, ma permette agli Stati Uniti di dare nuovo slancio alla rinascita della produzione Made in USA che Trump era riuscito con successo a far rifiorire.

Non sono ancora passati cento giorni dall’insediamento del Presidente Biden. Al centro dell’attenzione non può che esserci la salvaguardia della vita dal Covid-19 attraverso campagne vaccinali efficaci e veloci. Nel momento in cui la nuova normalità comincerà a stabilizzarsi, sarà possibile capire quali saranno i dossier e le politiche che Biden e Blinken avranno intenzione di applicare su questi tre casi.


Immagine in evidenza: “Biden, Burisma and the Obama Administration”, in Wall Street Journal, 26 novembre 2019, disponibile al link https://www.wsj.com/articles/biden-burisma-and-the-obama-administration-11574807939, ultimo accesso 7 aprile 2021.

[1] F. Rampini, “Usa 2021, il giuramento surreale di Biden: quanto conta chi c’è e chi non c’è”, in La Repubblica, 19 gennaio 2021, disponibile al link https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/20/news/usa_2021_il_giuramento_surreale_di_biden_quanto_conta_chi_c_e_e_chi_non_c_e_-283129120/, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[2] P. Bump, “When did the Jan. 6 rally become a march to the Capitol?”, in The Washington Post, 11 febbraio 2021, disponibile al link https://www.washingtonpost.com/politics/2021/02/10/when-did-jan-6-rally-become-march-capitol/, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[3] “Devoted to Trump, Not to the Republican Party”, in The New York Times, 5 marzo 2021, disponibile al link https://www.nytimes.com/2021/03/05/opinion/letters/republicans-trump.html, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[4] “Global leaders react to Joe Biden’s election win”, in Reuters, 8 novembre 2020, disponibile al link https://www.reuters.com/article/usa-election-global-leaders-factbox-idUSKBN27O02R, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[5] U. Perano, “Biden sets new goal of 200 million vaccine doses in first 100 days”, in Axios, 25 marzo 2021, disponibile al link https://www.axios.com/biden-vaccine-goal-200-million-0acc635d-5a3b-4c53-bf5c-187b73e90b0b.html, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[6] R. Jervis, “President Trump and International Relations Theory”, in R. Jervis et Al. (a cura di), Chaos in the Liberal Order: The Trump Presidency and International Politics in the Twenty-First Century, Columbia University Press, New York, 2018, p. 4.

[7] J. Oliphant, “Candidate Biden says Trump’s foreign policies have harmed America’s standing”, in Reuters, 11 luglio 2019, disponibile al link https://www.reuters.com/article/us-usa-election-biden-idUSKCN1U617S, ultimo accesso il 7 aprile 2021.

[8] C. Toosi, “Blinken, Biden outline global strategy with China as key focus”, in Politico, 3 marzo 2021, disponibile al link https://www.politico.com/news/2021/03/03/blinken-biden-global-strategy-china-473182, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[9] “Secretary Blinken: The Biden Administration’s Priorities for U.S. Foreign Policy”, in Hearings at the U.S. House of Representatives’ Committee on Foreign Affairs, 10 marzo 2021, disponibile al link https://foreignaffairs.house.gov/2021/3/secretary-blinken-the-biden-administration-s-priorities-for-u-s-foreign-policy, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[10] “US and China trade angry words at high-level Alaska talks”, in BBC, 19 marzo 2021, disponibile al link https://www.bbc.com/news/world-us-canada-56452471, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[11] “Nucleare, l’Iran esclude qualsiasi negoziato con gli Usa”, in ANSA, 3 aprile 2021, disponibile al link https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/04/03/nucleare-liran-esclude-qualsiasi-negoziato-con-gli-usa_abfae970-b40e-4531-a1e9-7b40c4b90ec4.html, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[12] “US to keep embassy in Jerusalem: Biden’s top diplomat”, in Aljazeera, 20 gennaio 2021, disponibile al link https://www.aljazeera.com/news/2021/1/20/us-secretary-of-state-blinken-us-embassy-to-remain-in-jerusalem, ultimo accesso il 6 aprile 2021.

[13] “John Kerry, who signed Paris accord for US, is Biden’s climate envoy”, in Euractiv, 24 novembre 2020, disponibile al link https://www.euractiv.com/section/climate-environment/news/john-kerry-who-signed-paris-accord-for-us-is-bidens-climate-envoy/, ultimo accesso l’8 aprile 2020.

[14] Disponibile al link https://2009-2017.state.gov/p/nea/p5/index.htm, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[15] R. Brunelli, “Tutto su Antony Blinken, il diplomatico cresciuto a Parigi scelto da Joe Biden”, in AGI, 24 novembre 2020, disponibile al link https://www.agi.it/estero/news/2020-11-24/chi-e-antony-blinken-segretario-di-stato-usa-10409781/, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[16] Si potrebbe scrivere un intero libro su tale supporto, ma basti ricordare che l’elettorato di origine ebraica è estremamente influente in alcuni Stati chiave (come la California e New York) e che essi sono da sempre i maggiori donatori nelle campagne elettorali presidenziali. Vedi J. J. Mearsheimer e S. M. Walt, The Israel Lobby and US Forein Policy, Penguin, Londra, 2008.

[17] C. Morelli, “USA-Israele: l’“Accordo del Secolo” in nome di un legame biblico”, in Limes Club Firenze, 2 marzo 2020, disponibile al link https://limesclubfirenze.com/2020/03/02/usa-israele-laccordo-del-secolo-in-nome-di-un-legame-biblico/, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[18] “Biden administration crafting plan to reset U.S. ties with Palestinians: sources”, in Reuters, 17 marzo 2021, disponibile al link https://www.reuters.com/article/us-palestinians-usa-idUSKBN2B931J, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[19] P. Verma e R. Gladstone, “Reversing Trump, Biden Restores Aid to Palestinians”, in The New York Times, 7 aprile 2021, disponibile al link https://www.nytimes.com/2021/04/07/world/middleeast/biden-aid-palestinians.html, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[20] N. Toosi, “Joe Biden is not planning to solve the Israeli-Palestinian conflict”, in Politico, 4 aprile 2021, disponibile al link https://www.politico.com/news/2021/04/06/joe-biden-israel-palestine-conflict-479405, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[21] Ibidem.

[22] J. Borger et Al., “Iran deal: Trump breaks with European allies over ‘horrible, one-sided’ nuclear agreement”, in The Guardian”, 9 maggio 2018, disponibile al link https://www.theguardian.com/world/2018/may/08/iran-deal-trump-withdraw-us-latest-news-nuclear-agreement, ultimo accesso l’8 aprile 2021

[23] N. Toosi, “U.S. tries to break Iran nuclear. Deadlock with new proposal for Tehran”, in POLITICO, 29 marzo 2021, disponibile al link https://www.politico.com/news/2021/03/29/us-biden-iran-nuclear-deal-478354, ultimo accesso l’8 aprile 2021.

[24] M. Del Pero, “Biden e i dilemmi dell’interdipendenza tra Cina e USA”, in ISPI, disponibile al link https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-e-i-dilemmi-dellinterdipendenza-tra-cina-e-usa-29697, ultimo accesso il 9 aprile 2021.

[25] A. Cornish, “Secretary Of Commerce On The Trade War With China Biden Has Inherited”, in NPR, 25 marzo 2021, disponibile al link https://www.npr.org/2021/03/25/981309917/secretary-of-commerce-on-the-trade-war-with-china-biden-has-inherited?t=1617974371573, ultimo accesso il 9 aprile 2021.

[26] Y. Mounk, “Democracy on the Defense. Turning Back the Authoritarian Tide”, in Foreing Affairs, March/April 2021, disponibile al link https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-02-16/democracy-defense, ultimo accesso il 10 aprile 2021.

[27] F. Santelli, “Prove di disgelo tra Cina e Stati Uniti. Colloqui sulla tregua commerciale”, in La Repubblica, 8 maggio 2020, disponibile al link https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/05/08/news/prove_di_disgelo_tra_cina_e_stati_uniti_colloqui_sulla_tregua_commerciale-256101543/, ultimo accesso il 10 aprile 2021.

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