A cura di ARTENISA FILI | CRISTIANO A. FORTUNATO |
Giovedì 7 maggio 2026 Limes Club Firenze ha ospitato Vittorio Emanuele Parsi, che ha presentato il suo ultimo libro, Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale, in dialogo con Laris Gaiser. Nel corso dell’incontro, il dibattito si è concentrato sulla crisi dell’ordine internazionale liberale, in particolare, sul ruolo degli Stati Uniti e sulle prospettive future dell’Europa in un sistema globale sempre più instabile.
Il professor Vittorio Emanuele Parsi apre la sua analisi con una metafora elaborata da Randall Schweller per spiegare perché alcuni ordini internazionali siano più stabili di altri. È una metafora efficace per descrivere l’egemonia americana, caratterizzata dalla presenza di pochi “sciacalli” e “lupi”, cioè quegli attori internazionali che si oppongono allo status quo. Tra i lupi individua la Russia di Vladimir Putin, mentre sottolinea l’ambiguità della Cina, che da un lato si presenta come un nuovo “leone”, garante dell’ordine internazionale — ruolo svolto dagli Stati Uniti fino alla presidenza di Donald Trump — ma dall’altro agisce anche come “lupo”, cercando di modificare l’ordine vigente. La vera novità, secondo Parsi, è proprio l’atteggiamento assunto da Trump nei confronti dell’ordine internazionale liberale: gli Stati Uniti abbandonano il ruolo di leone e lasciano spazio a nuovi possibili garanti dell’ordine.
Parsi ricorda poi che cosa sia l’ordine internazionale liberale, fondato su tre elementi principali: mercato aperto e competitivo, istituzioni internazionali e rifiuto della guerra come strumento ordinario delle relazioni internazionali. Questo ordine rappresentava il manifesto della potenza americana nel secondo dopoguerra: “creare un mondo sicuro per le democrazie”. Il “secolo americano” non sarebbe stato possibile senza tale ordine. Tuttavia, il professore sottolinea anche come gli Stati Uniti non abbiano sempre agito nel mondo in modo coerente con i principi proclamati, così come accadde all’Impero britannico durante la Pax Britannica. Il comportamento americano è variato nei diversi quadranti del mondo, proprio come quello degli europei, capaci di agire diversamente in Europa rispetto all’Africa, a seconda del grado di “maturità dell’anarchia”, cioè del livello di contenimento della conflittualità internazionale.
Secondo Parsi, l’ordine internazionale liberale è sopravvissuto perché molti Paesi ne hanno tratto benefici e beni pubblici. Storicamente, è raro che una potenza egemonica grande quanto gli Stati Uniti non provochi la nascita di una coalizione antiegemonica. Ciò non è avvenuto perché la leadership americana, esercitata in quel modo, perdeva parte dei caratteri del potere puro e assumeva alcuni tratti dell’autorità legittima: l’egemonia statunitense appariva, in sostanza, come il male minore.
La presidenza Trump, però, mina le basi su cui si fonda la leadership americana, soprattutto attraverso il danneggiamento delle istituzioni internazionali. Per questo, afferma provocatoriamente che Trump sia “il primo presidente antiamericano”.
Parsi riconosce che l’ordine internazionale liberale non sia perfetto, ma sostiene che abbia garantito decenni di pace e un miglioramento diffuso del benessere. I suoi problemi e le sue contraddizioni — ad esempio quelle tra mercato e politica — sono evidenti da tempo. Citando Mark Carney, invita però a un “bagno di realtà”: come tutte le costruzioni umane, anche l’ordine internazionale liberale presenta una distanza inevitabile tra il modello teorico e la realtà concreta.
Successivamente critica chi auspica un ritorno agli imperi e quindi a una riduzione dei centri decisionali. Una strada apparentemente semplice e lineare, ma che secondo lui non conduce a nulla. Un ordine internazionale fondato sulla forza, sul ridimensionamento delle istituzioni e del diritto internazionale e su una concezione del mercato simile a quella di Trump difficilmente potrebbe essere stabile, governabile e capace di produrre pace. Parsi definisce questo scenario una distopia.
L’obiettivo del suo libro è allora interrogarsi sul futuro dell’ordine internazionale attraverso tre domande: è possibile mantenere in piedi l’ordine internazionale se il suo garante lo sabota o se ne disinteressa? Se sì, chi può farsene carico? E soprattutto: ne vale la pena?
Alla prima domanda risponde positivamente. Se molti attori sono insoddisfatti, possono coalizzarsi. In questo quadro individua nell’Europa il soggetto più adatto: un continente che, pur con limiti militari, non è così debole come spesso si pensa; uno spazio in cui diritti civili e sociali sono ancora garantiti, la rule of law funziona e la proprietà privata è tutelata. Per Parsi vale la pena difendere un ordine che, in ottant’anni, ha trasformato l’Europa da un insieme di popoli che si combattevano continuamente a una comunità di Paesi che oggi non si percepiscono più come vere minacce reciproche. Gli europei contemporanei, inoltre, possiedono un’identità nuova rispetto ai loro antenati, impregnata di valori repubblicani ed europei.
L’Europa, dunque, può farsi garante dell’ordine internazionale, ma solo assumendosi nuove responsabilità. Sono necessari cambiamenti e investimenti, soprattutto nella difesa. Non perché tutto il resto abbia perso importanza, ma perché oggi la sicurezza rappresenta una priorità imprescindibile. Per questo motivo i politici dovrebbero iniziare a dire con chiarezza la verità ai cittadini, così da rendere possibili decisioni difficili ma necessarie.
Infine, Parsi sostiene che chi si considera davvero democratico debba essere disposto a spendere, o persino a rischiare qualcosa, per difendere la democrazia. Gli europei non sono perfetti, conclude, “ma gli altri sono peggio”.
Chiude con due citazioni. La prima, attribuita a Pericle: “Noi ad Atene crediamo che chi assume cariche pubbliche lo faccia per il bene della polis e non per arricchirsi”. Un principio che, secondo Parsi, gli europei dovrebbero ricordare. La seconda è del Cardinale Richelieu: “La politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario”. Un monito rivolto ai leader politici: quando la realtà impone decisioni difficili, chi governa deve avere il coraggio di dire la verità e adottare le misure necessarie per affrontarla.
A dialogare con l’autore è stato il Prof. Laris Gaiser, che ha sviluppato una riflessione sul concetto di “impero ordinatore”, distinguendolo dagli imperi “prevaricatori”. Richiamando le proprie origini nell’ex Jugoslavia e l’eredità dell’Impero austro-ungarico, ha sostenuto come l’Europa centrale multinazionale avesse rappresentato, pur con tutti i suoi limiti, uno spazio caratterizzato da pluralismo linguistico, convivenza culturale e senso istituzionale. L’impero asburgico, secondo Gaiser, non sarebbe stato quella “prigione dei popoli” descritta dalla propaganda nazionalista, ma un sistema capace di garantire ordine e stabilità attraverso il diritto e le istituzioni.

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