The Hungary’s Games. La nuova sfida dell’Ungheria

FRANCESCA GRECO | HANNES GASSER | VALENTINA VAIRA 

Quello ungherese non è un sistema politico che si è spento all’improvviso, ma la sua fine si è consumata in modo graduale, fino alla svolta portata dalle elezioni dell’aprile 2026. Il governo di Viktor Orban – ininterrottamente al potere da sedici anni – è stato travolto dall’ondata di Tisza.  

36 anni fa, nelle prime elezioni libere dopo la caduta del comunismo, il movimento liberale studentesco Fidesz (Unione dei Giovani Democratici) entra in Parlamento con a capo il ventiseienne Viktor Orban. Da qui, diventa figura centrale nel panorama politico ungherese. Il primo vero successo elettorale si ha nel 1998, quando Fidesz diventa il partito maggioritario e il suo leader il Primo Ministro. Da subito, si orienta verso un’ideologia più conservatrice, pur sempre aderendo ai principi democratici. Durante il primo mandato di Orban, il Paese entra a far parte della NATO e fa passi in avanti in merito alla membership europea, ottenuta nel 2004. 

Nelle elezioni del 2002, per quanto il partito rimanga il più forte, Fidesz si ritrova all’opposizione a causa dello scarso rendimento dei partiti di coalizione, e ivi resta otto anni.  

La transizione illiberale inizia con la vittoria elettorale del 2010. Dato il sistema ungherese proporzionale, composto da liste nazionali e mandati per collegi uninominali, il 52% dei voti assicurano ad Orban il 68% dei posti in Parlamento.  

Con l’adozione della nuova costituzione nel 2011, il nome ufficiale del paese cambia, da Repubblica Ungherese a Ungheria. Nella teoria è solo un dettaglio sottile, nella realtà, segno del percorso che il paese avrebbe seguito nei successivi 15 anni. Lo stato di diritto è sistematicamente indebolito dall’influenza politica che eclissa l’indipendenza delle corti. Le riforme della giustizia hanno condotto ad una centralizzazione del potere. Spiccano la Legge Fondamentale e le sue integrazioni, grazie alle quali la giustizia è stata sottoposta alla lealtà verso il partito, controllando l’attività dei giudici, come l’anno di pensionamento, portato nel 2012 a 62 anni.  

Riformando il sistema elettorale e ridisegnando i confini delle circoscrizioni, Fidesz guadagna un vantaggio duraturo, convertendo ripetutamente il suo supporto in una maggioranza dei due terzi.  

I media indipendenti subiscono continua pressione politica, in particolare dopo la creazione del NMHH (Autorità Nazionale per i Media e le Infocomunicazioni). All’organo, il potere di multare sulla base di ‘contenuti compromettenti’ e chi macchiato di violare la ‘pubblica morale’ del Paese. Orban segue una strategia che riforma la società ungherese a seconda dei suoi principi e inizia una ‘guerra culturale’ contro le minoranze, smantellando le organizzazioni civili indipendenti e le istituzioni educative. 

Domenica 13 aprile, con un’affluenza che ha sfiorato l’80%, i cittadini ungheresi sono tornati alle urne in numeri da record, superando il turnover del 70% nel 2002. Il risultato è stata la vittoria del candidato all’opposizione Péter Magyar.  

Questa volta, le numerose riforme elettorali elaborate negli anni da Orban per assicurarsi la continua rielezione, non sono bastate. Né sono serviti i video-messaggi di sostegno a Fidesz di Benjamin Netanyahu, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen. Persino l’arrivo a Budapest del vicepresidente americano JD Vance e l’appello pubblico ‘votate Orban’ di Donald Trump sono stati solo un buco nell’acqua.  

Come auspicato dallo slogan ‘Árad a Tisza!’ (‘Il fiume sta straripando’), il partito di centrodestra ha guadagnato 138 dei 199 seggi a disposizione nel Parlamento ungherese, ottenendo una super-maggioranza che permetterà al premier neoeletto di modificare la Costituzione, rimettere mano ad un sistema istituzionale ridefinito dal governo precedente e restituire al Paese un assetto pienamente democratico. L’opposizione principale, Fidesz, ha mantenuto 55 seggi, mentre 6 sono andati al MHM (Movimento Patria Nostra), partito emergente di estrema destra.  

La caduta di Orban è stata un vero e proprio punto di rottura, non soltanto per la popolazione ungherese, ma anche nelle relazioni europee e transatlantiche.  

Davanti al palazzo del Parlamento, in una piazza gremita di sostenitori, Magyar ha dichiarato: ‘Abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra Patria’. Sullo sfondo, sventola la bandiera ungherese, accompagnata da ‘We are the Champions’ dei Queen e dal remix della colonna sonora del film distopico ‘Hunger Games’. Un grido che racchiude l’essenza di un Paese che ha finalmente superato una agognante fase di stagnazione, un periodo di forte corruzione e performance economiche incerte. 

La possibilità di una vittoria dell’opposizione, sottovalutata nei primi mesi di campagna elettorale, ha fatto presto ricredere il governo di Orban. Il leader di Fidesz contava sul fatto che la maggior parte dei media ungheresi fossero di proprietà del governo e che le sue politiche altamente soffocanti avrebbero presto destabilizzato Magyar. Ma il candidato quarantacinquenne ha fatto una campagna di popolo, attraversando tutto il Paese e tenendo fino a cinque comizi al giorno. Contrariamente alla dialettica orbaniana, Magyar non ha mai fatto accenno alla questione russa, focalizzandosi invece sul persuadere i sostenitori più accaniti di Fidesz della necessità di un cambio di regime.  

La voce di Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà) è stata ascoltata soprattutto dai giovani, che hanno accolto con entusiasmo la promessa di una feroce lotta alla corruzione e il ripristino di un’economia pienamente funzionante. Infatti, dalle polls precedenti alle elezioni emergono i risultati di questo processo. Anche se a Fidesz viene attribuita la maggioranza nelle zone rurali e delle persone al di sopra dei 64 anni, Tisza mantiene la vetta con il supporto degli under 40 e delle zone urbane.  

Peter Magyar (Budapest, 1981) si può dire nato e cresciuto nell’ambiente politico. I genitori sono due avvocati, il nonno fu Presidente della Repubblica dal 2000 al 2005, l’amico d’infanzia, oggi, è capo di Gabinetto del Primo Ministro, e perfino l’incontro con l’ormai ex moglie, Judit Varga, è avvenuto all’interno di Fidesz. Le vite dei due coniugi seguono strade parallele: l’ascesa nel partito, la permanenza a Bruxelles durante la presidenza ungherese al Consiglio dell’Unione Europea, dove lui lavora come diplomatico e lei come consigliera politica. Successivamente, il ritorno a Strasburgo, dove Magyar entra a far parte di diverse aziende di stato e Varga diventa Ministra della Giustizia. La coppia si separa nel 2023, e mentre Magyar inizia a guardare verso l’opposizione, Varga rimane vicina a Fidesz. 

Infatti, in risposta alla crescita del potere di Orban, il suo successore parla di una ‘graduale disaffezione’, descrivendo così la sua critica crescente verso il partito e le strutture di potere del Paese. L’opposizione, però, rimane celata nell’accettazione del fatto che fosse necessario mantenere il potere stabile, come gli ripetono i suoi colleghi.  

Il punto di svolta arriva nel 2024, con lo scandalo che coinvolge Katalin Novak, la Presidente della Repubblica, e Varga. L’episodio riguarda l’assoluzione concessa ad un condannato per abuso minorile. Dopo le forti proteste, sia politiche che popolari, Novak presenta le dimissioni e Varga rinuncia al seggio al Parlamento nazionale. Il caso, concernente due figure basilari del partito, ha portato non solo un gran scossone all’interno di Fidesz, ma anche alla corsa ai ripari con l’emendamento costituzionale che vieta l’assoluzione a condannati per pedofilia. Questa è l’opportunità che Magyar coglie per presentare le dimissioni dal partito e unirsi al Tisza – partito di centro-destra fondato nel 2020, con lo scopo di plasmare un’organizzazione di base centrista. Magyar ha sostenuto in diverse occasioni la creazione di una ‘terza forza politica’ che portasse all’abolizione della NER, sistema di cooperazione nazionale usato da Fidesz per mantenere il controllo sulla società.  

La vittoria elettorale non era scontata, ma si notano due fattori principali che possono essere considerati sintomi evidenti: il deterioramento di Fidesz e la campagna elettorale di Tisza.  

Gli ultimi due anni sono segnati dal continuo declino del partito e, di riflesso, del personaggio di Orban. A dare il via a tutto questo sono le sopra citate dimissioni della Presidente della Repubblica, ma l’elenco degli scandali sembrerebbe essere infinito: la corruzione, gli scatti d’ira del leader durante la campagna elettorale e il clientelismo. 

Come ormai diventata norma, l’enorme campagna elettorale di Magyar si è evoluta anche sui social media. A differenza della sua controparte, Fidesz non è riuscito ad attirare l’attenzione sulle fake news che ha cercato di spingere su diverse piattaforme, nonostante fossero condivise da account governativi e influencer allineati al partito. Ciò sottolinea, ancora una volta, il deterioramento dell’estrema destra, lontano dai canali dei giovani e ‘inesperto’ nell’uso dei nuovi e fondamentali mezzi di comunicazione. 

Magyar, contrariamente, si è fatto trovare pronto. La campagna elettorale è stata seguita parallelamente da una virtuale, composta da dirette e condivisioni sui social, bypassando così i media statali e creando le cosiddette ‘isole Tisza’, con una comunicazione concentrata su coerenza, personalizzazione e messaggi semplici.  

Al centro della campagna di Magyar c’è anche stato un rinnovato reinserimento dell’Ungheria all’interno dell’Unione Europea. ‘Questa vittoria segna il ritorno dell’Ungheria in Europa’ ha infatti dichiarato il leader in occasione del suo primo discorso agli elettori davanti al Parlamento. La mobilitazione in tal senso è stata repentina: i primi contatti di Magyar sono stati con la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, formalizzando la priorità di sbloccare i 17 miliardi di euro di fondi Ue congelati a causa dell’allontanamento dell’Ungheria di Orban dai principi dello Stato di diritto. L’accordo potrebbe già essere siglato nella prima decade di maggio. Inoltre, il premier neoeletto sbloccherà il veto orbaniano ai 90 miliardi di euro in aiuti all’Ucraina. 

Ma la sfida – forse più grande – di Magyar sarà quella interna. Dovrà di fatto smantellare un regime costruito a tavolino e perfezionato negli anni, segnato da chiusura democratica e graduale esclusione sociale, soprattutto di giornalisti e personalità che non appoggiano le politiche orbaniane. Un altro ostacolo è l’apparato istituzionale, dove posizioni chiave sono occupate da personalità del vecchio regime. A tal proposito, in una conferenza stampa, Magyar ha già annunciato i primi nomi dei Ministri che formeranno il suo governo. A rimarcare il rinnovo delle cariche, nella sua prima visita al Presidente della Repubblica Sulyok, ne ha richiesto le dimissioni ritenendolo non adatto come autorità morale o figura di riferimento. 

Il retaggio di cui si fa carico Magyar è dunque frutto di un Paese segnato, che si è fatto specchio di un uomo con tendenze megalomani e che lo ha condotto lentamente verso la rovina. 

Le dure politiche anti-migratorie, la lesione delle libertà democratiche, oltre all’opposizione agli aiuti all’Ucraina e alle misure sanzionatorie contro Mosca sono, da anni, alla base della politica di Orban. Non può stupire del tutto, quindi, la vicinanza ideologica e la sincera amicizia con Donald Trump, allineandosi con la sua visione che mira a spezzare la coesione europea e a favorire la dipendenza del Vecchio Continente da Washington.  

La trasferta del vicepresidente americano Vance, preceduta dalla visita del segretario di Stato USA Marco Rubio a febbraio, dimostra la profonda affinità tra l’America trumpiana e l’Ungheria orbaniana. Di fronte a centinaia di studenti, criticano l’Unione Europea e il presidente ucraino Zelensky, accusando entrambi di ingerenze esterne al fine di influenzare il voto.  

Non tutti gli americani, però, si sono schierati con il vecchio governo. All’indomani delle elezioni, alcuni Democratici hanno festeggiato al fianco degli ungheresi. La sconfitta viene inquadrata in un processo più ampio, sostenendo che sia un’avvisaglia per i midterm di novembre e per l’imminente declino dei MAGA-style leaders.  

Dopo il trionfo di Tisza, l’amministrazione Trump ha taciuto per due giorni, finché lo stesso Vance non ha rotto il silenzio. Il vicepresidente si è dichiarato ‘deluso’, considerando Orban un ‘alleato fedele’ e un amico, ma si è anche detto disposto a collaborare con il nuovo Primo Ministro. 

D’altra parte, l’Unione Europea punta ad un rafforzamento attraverso il cambio di direzione. Con sullo sfondo le congratulazioni di diversi leader europei e la dichiarazione di Ursula von der Leyen ‘L’Ungheria ha scelto l’Europa’, ci si aspetta un reset basato su quattro principi. In primis il rinnovato impegno dell’Unione nel Paese, a conferma della volontà della popolazione ungherese. Strettamente collegato è il ritorno alla democrazia, che sarà la base di merito per il rilascio dei fondi europei. Spostando l’attenzione dall’interno, il cambiamento dovrebbe anche specchiarsi all’esterno, non solo del Paese quanto tale ma del Paese quanto parte dell’Unione Europea. Si prevede, quindi, un possibile sblocco delle sanzioni verso la Russia, l’inizio di nuovi colloqui con l’Ucraina e un chiaro appoggio nella resistenza dell’Unione a influenze esterne, quali Stati Uniti, Russia e Cina, basata sullo scudo democratico europeo e sulla trasparenza.  

Lo storico rapporto con la Russia sembra, quindi, arrivare ad un punto di svolta. Il portavoce russo Peskov dichiara che il Paese non sia mai stato amico di Orban, ma è chiaramente falso. L’Ungheria è stata baluardo russo nel continente, fornendo simultaneamente il veto all’interno del Consiglio dell’Unione, un canale bancario e contratti energetici. Per quanto una rottura sembri inevitabile, non ci si deve aspettare una completa inversione di marcia, vista la divisione dell’elettorato ungherese e la dipendenza energetica. Certa è solo la fine del veto permanente in campo europeo. 

Come leader dell’opposizione, Magyar è stato abile a portare alla luce i problemi del regime di Orban. Ora, in quanto Primo Ministro, dovrà dimostrarsi capace di destreggiarsi fra la rete frutto del vecchio regime, che non può essere smantellata in poco tempo, e creare un nuovo governo che possa mantenere le promesse fatte.  

La domanda sul futuro dell’Ungheria, tuttavia, rimane. Complice il silenzio di Magyar sulle questioni internazionali più scottanti. Una scelta strategica, utile a non inimicarsi parte dell’elettorato, ma comunque poco credibile per un Paese che vuole ritrovare il suo giusto posto all’interno della scacchiera europea e, soprattutto, globale.  

Per citare il film da cui il presente articolo prende spunto, la caduta di un regime non implica automaticamente la nascita di un sistema più giusto. A volte, una rivoluzione rischia di replicare quelle logiche politiche che tanto desidera abbattere. 

Pur muovendosi nel dedalo della democrazia, Orban è riuscito a piegare consenso, istituzioni e media, mai sfociando apertamente nell’autoritarismo. Magyar, all’interno di questo scenario, dovrà districarsi tra i meccanismi ereditari alla ricerca di un miglioramento. 

I ‘Giochi dell’Ungheria’, quindi, non si concludono con una vittoria perfettamente delineata, ma aprono ad una nuova fase, il cui vero banco di prova non è la fine del vecchio governo, ma l’abilità del nuovo di non diventarne una replica. 

Bibliografia  

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Deák, András. “Hungarian Dances – The Origins and the Future of Viktor Orbán’s Revolution.”  Lithuanian Annual Strategic Review 11, no. 1 (December 20, 2013): 145–168. https://doi.org/10.2478/v10243-012-0026-z 

Zeldin, Wendy. “Hungary: Controversial New Media Law Defended by Government.” Global Legal Monitor. Library of Congress, January 7, 2011. https://www.loc.gov/item/global-legal-monitor/2011-01-07/hungary-controversial-new-media-law-defended-by-government/. 

https://ecfr.eu/article/four-principles-for-an-eu-hungary-reset

https://www.bbc.com/news/articles/cd9vg782kx7o

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https://www.vox.com/politics/485521/hungary-election-results-2026-viktor-orban-peter-magyar

https://www.repubblica.it/esteri/2026/04/13/news/elezioni_ungheria_crollo_orban_magyar_vince_abbiamo_liberato_paese-425279533

https://www.reuters.com/world/europe/hungarians-look-changed-future-after-pro-eu-magyars-election-landslide-2026-04-13

https://www.economist.com/leaders/2026/04/01/lessons-for-the-world-from-tiny-hungary

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